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Paolello si racconta: "La mafia ti porta a sparare al tuo migliore amico, ho commesso orrori che mi fanno stare male"

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Gela. “Non posso e non voglio giustificare certe azioni, certi orrori che ho commesso. Ti portano sensi di colpa, ti fanno stare male e non puoi liberarti del male che hai fatto. Per tutta la vita”.

 

Nel docufilm “Spes contra Spem - Liberi dentro rivediamo Orazio Paolello. Sono trascorsi 23 anni dal giorno del suo arresto a Piazza Armerina. L’ex boss della Stidda non è quello della foto segnaletica in bianco e nero. Anche lo sguardo è cambiato. Sul suo volto ci sono i segni della sofferenza. Il carcere duro, il 41 bis. Dove giorno e notte non si distinguono, dove si perde il senso del tempo e dello spazio.

Nel suo curriculum criminale compaiono 34 condanne di cui cinque per strage e 41 omicidi tra tentati e consumati, oltre che per soppressione di cadavere, associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga e violazione della legge sulle armi. Dopo 20 anni gli è stato revocato il regime di 41 bis a cui era sottoposto dal 30 gennaio 1994.
Ora è detenuto nel carcere di Opera a Milano.

Parla lentamente, quasi balbetta ma è lucido nella sua riflessione.

La mafia ti porta anche a ritrovare il tuo migliore amico come rivale del clan opposto. Avevamo fatto la scuola elementare insieme. Era il mio migliore amico. Siamo cresciuti insieme, nello stesso quartiere. Eravamo inseparabili. Un giorno ci siamo ritrovati a spararci addosso. E senza un motivo apparente. Questo ero io…”.

Sergio D’Elia, dell’associazione di “Nessuno tocchi Caino”, ha trascorso tre giorni nel carcere di Opera per intervistare Paolello e gli altri. Chiede come è cambiata la sua vita in tutti questi anni.

“Tutto negativo qui non è…  anzi… oddio… ti toglie molto però ti dà anche modo di capirti, di capire, di dare valore alle cose più semplici, dare un senso alla tua vita, a chi ti circonda. Anche se toglie molto su certi aspetti ti dà il senso delle cose, il senso della vita. Per 22 anni ho vissuto in isolamento. Le mie giornate sono state 23 ore su 24 chiuse in una cella. Ero solo. Sono stato anche anni senza uscire dalla cella, di un paio di metri quadrati. Ho anche rinunciato alla mia ora d’aria, ma non potrò mai liberarmi del male che ho fatto”.

Ambrogio Crespi è il regista che ha firmato il docufilm «Spes contra Spem - Liberi dentro», presentato alla Biennale di Venezia alla presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, e al Festival del Cinema di Roma.

Sfilano i volti e le storie dei carcerati, condannati all’«ergastolo ostativo» che a differenza dell’ergastolo più comunemente conosciuto (prevede permessi premio dopo un certo numero di anni di carcere) ha la caratteristica di non finire mai. Dentro ci sono le storie di Roberto, rinchiuso dietro le sbarre da 23 anni, Vito che ne ha trascorsi 22, Alfredo 24, Orazio 22, tutti in isolamento. Uomini che hanno alle spalle vissuti criminali pesanti, di mafia, di sangue e morte.

Nel docufilm trovano voce anche ex magistrati e l’amministrazione penitenziaria, che vive ogni giorno accanto a uomini che non torneranno mai liberi. E nelle parole di ognuno dei condannati al carcere a vita ci sono parole di pentimento, reale, non legato a premi, tentativi di migliorare la propria condizione carceraria. Parlare è stato come liberarsi. Di tempo nella cella ne scorre tanto. Lentamente. E in tutti c’è il pensiero per i figli, le mogli, i nipoti. C’è chi si spinge a considerare quasi una benedizione la propria condizione. “Se fossi rimasto fuori avrei rovinato anche mio fratello e mio figlio. Con il mio arresto ho fermato tutto questo…”.

Di Orazio Paolello i giudici  di Sorveglianza scrivono che "la carcerazione lo ha duramente provato" e un relazione psichiatrica "ha dato atto di un disagio psichico causato dal peso del vissuto criminale di cui sembra avvertire sensi di colpa e in cui ha dichiarato di non riconoscersi più".

L’ex boss della Stidda, il killer spietato che uccideva con freddezza impressionante, oggi è un cinquantenne che lotta per mantenere un equilibrio mentale con la consapevolezza che la parola libertà dovrà cancellarla dal suo vocabolario. 

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