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Devoti...e De-Voti

Evita Lorefice
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Questo è un esperimento di magia. Io non ho una palla magica ma ho memoria e la memoria - sebbene non sia magica come una bacchetta nelle mani di una fata - è la pietra granitica di ogni società civile.

Quindi, questo è un esperimento di magia a futura memoria e - sia chiaro - non è un esperimento difficile.

Tutti dietro alla Madonna in lutto. Tutti.

Devoti e De-Voti.

I primi stanno dietro, in fondo. Alcuni si raccolgono  nel silenzio di una processione, altri, distribuiti a schiera, parlottano, forse sparlottano. Sono vestiti a festa. Chissà se anche il cuore è in festa o è nero come il mantello che cinge il capo della Madonna. Più in là, un bimbo ride e chiede un palloncino, lo terrà in mano per tutto il tempo, nell’altra mano avrà la mamma.

I secondi, i de-Voti, stanno davanti, chissà se sanno che son davanti perché scelti dagli altri, i devoti appunto.  Da noi. Hanno il vestito buono  della festa. Hanno la fascia tricolore, sembra una croce portata sulle spalle.

Non  è una croce, è una fascia tricolore. E basta.

L’aria ha un sapore buono, sembra zucchero filato. L’aria, però, mima la morte.

Fasce tricolore e vestiti della festa si mescolano, si mescolano devoti e de-voti e in un attimo tutto appare uguale a sé stesso, è una ballata d’amore sordo, un lungo cammino finto-muto dai passi incerti.

E intanto Lei – la Madonna - continua il suo cammino. Piange, soffre, di fatto parla pur non dicendo nulla.

Il cielo si annuvola come ogni Venerdì Santo e il vento scompiglia i capelli, muove il vestito nuovo della devota che tiene in mano un rosario e ha gli occhi chiusi e il cuore a pezzi, muove i capelli di quella bimba che tiene in mano una borsetta rosa, muove il foulard di quella donna che è stanca di tutto quel veleno che le arriva in vena ogni mese, eppure prega “mio Dio non mi abbandonare” e sorride alla bimba con la borsetta in mano, sua figlia.

Muove le fasce tricolore dei de-Voti, le muove e le sposta e spostandole annulla distanze, differenze ma non le squarcia. Dura un attimo, un attimo lunghissimo che poi finisce.

Qualcuno mancherà all’appello, sarà finito, forse, dentro quel quindicesimo posto, nel registro dei tumori della Sicilia Orientale, stilato dai potenti.

 Potenti quanto? Devoti quanto? De-Voti quanto?

Si sente il suono di quel silenzio, svolazza come il vento, sovrasta come quel senso di impotenza e fragilità del Cristo in croce. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato”.

 Quanto  ti senti abbandonato devoto che, anche quest’anno, sarai lì in fondo e tu, de-Voto, quanto ti senti abbandonato seppur quest’anno non sarai in fondo? Quanto ci scuoterà il vento, quanto lasceremo per quel lunghissimo minuto che il vento ci dia un posto immaginario in cui, né fasce tricolori né vestiti della festa, ci ricordino  dove son loro e dove siamo noi?

Ecco il punto.

 È  Il ricongiungimento di ognuno di noi con sé stesso. Non è la vostra fascia tricolore portata a volte manco fosse croce, non è il nostro posto in fondo che tutto conosce, tutto scruta, non è il foulard di quella donna. E’ l’attimo prima - quello del vento che da lontano spira e a tutti  arriva - è il cielo che si annuvola e ha il colore delle grigie perle, è quella fascia che si sposta, il momento esatto in cui voi siete noi e noi siamo voi . Persone.

Poi, ognuno tornerà al suo posto.

Quello che ha scelto.

…e sarà ciò che è!

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