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Il lunedì seguente Roma si era svegliata sorniona, sotto un’insolita patina di neve ed il freddo polare.

Era una giornata di marzo e fuori le mura finalmente iniziò a cadere la pioggia a dirotto.

La dottoressa Alfieri si recò, come ogni mattino e alle otto, a piazza Clodio, presso gli uffici della locale procura della repubblica.

Il silenzio dominava nei lunghi corridoi dell’edificio e mezz’ora dopo passò nel suo ufficio Dario, il quale bussò alla porta, entrò e con voce gentile e calma invitò la collega a prendere un caffè espresso all’angolo dello stabile, al solito cafè de paris.

“ Ti chiedo scusa per le incomprensioni dei giorni precedenti; ho un ombrello e saremo riparati dalla pioggia”,  disse l’uomo, mostrandosi al contempo titubante e premuroso, però sempre protettivo nei sui confronti.

La sostituto procuratore, dal viso glaciale e serio, gli rispose che non le andava di prendere il caffè, soprattutto a quell’ora e con un essere abominevole e repellente: l’uomo che aveva abusato di lei.

“Vattene”, inaspettatamente gli gridò; lo ammonì che, da quel momento,  gli era interdetto di darle più del tu.

Lui aveva tradito la sua fiducia e lei lo commiserava: lo invitò dunque a uscire dal suo ufficio.

Dario, a sentirsi tacciato dalla voce distante, ferma e decisa della ragazza, divenne paonazzo, con il viso cupo; la scrutò sbigottito con  i suoi due occhi arcigni, infernali e cattivi.

Ripresosi dalle accuse, grinzoso nel volto e con il tono roco, le rispose pieno di rabbia, senza alcun controllo, dicendole che mai più lo avrebbe buttato fuori dalla porta, inveendole contro ogni sorta di malevolenza, ammonendola infine a non darsi delle arie, di andare a quel paese e che lei, in fondo, era solo una puttana.

“Siii.

Sei una puttana”, ribattè forte.

Lorella non perse il controllo di sé, osservò poi di non sentirsi offesa da quell’ingiuria  e, tempo al tempo, lui invece l’avrebbe pagata innanzi alla giustizia, nella quale la donna -  lo ammonì - continuava a credere.

Dario andò su tutte le furie,  e minacciò:

“Non dire stronzate; non sentirti così sicura.

L’accusò anche di essere una femmina debole, poiché gli era bastato poco per scoparsela e portarla a letto.

“Ora lei questo non può più farlo”, gli replicò lei decisa.  

“Non può abusare di me, invitandomi a bere champagne, fino a stordirmi, approfittando della mia amicizia.

Ora non più”,  gli spiattellò in faccia, guardandolo diritto e fisso negli occhi acidi, stupefatti da quella reazione che gli suonò come una sentenza di colpevolezza.

“Non importa. Ti ho avuto  e ciò mi basta”, le rispose stizzito, continuando a guardarla fissa, andando indietro nella stanza.

All’improvviso e pieno di collera, con una mano tremebonda, il dottor Gaymonat si voltò verso l’uscio della stanza e chiuse a chiave la porta che dava al corridoio, tirandola a sé, conservandola nella tasca del suo pantalone, come se intendesse spaventare la collega con la sua immagine di uomo forte che le sbarrava la fuga.

“Devi ringraziare Iddio che sono un uomo educato.

Tu invece sei solo una ragazzina in calore; una puttana”, le replicò sentendosi il padrone di quell’ufficio, andando su e giù per la stanza, rimanendovi dentro giocoforza perché non tollerava di essere nuovamente sbattuto fuori.

Il suo sguardo era aggressivo, minaccioso,  e non aveva nulla del Dario dolce e comprensivo che lei aveva conosciuto; questa volta però lei aveva previsto la violenta reazione dell’uomo facendogli perdere il controllo e costringendolo a mostrare il suo reale carattere.

Iniziava a conoscerlo.

Lei  ora era sicura di sé, all’interno dell’ufficio giudiziario che le dava la dignità di essere una donna e una magistrato, rafforzandole  la forza di rispettare la legge.

Dario oramai ne era fuori e lei ebbe subito la certezza che le parole sibilline pronunciate a Fabrizio l’ultima volta che si erano sentiti, di lì a poco si sarebbero tradotte in realtà.

“Non mi intimidisci”, gli replicò.

La donna credeva con tutta se stessa che la giustizia fosse al di sopra di ogni cittadino e magistrato, e redarguì il dirigente dell’ufficio  requirente romano che  da quel momento, e ci giurò sopra, lui non avrebbe indossato più la toga.

“Tu sei una pazza, sei finita.

Chi credi di essere? Hai dimenticato di venire dalla melma della laguna di Venezia? 

Non puoi fuggire e osi minacciarmi?

Sei solo una piccola, ridicola sgualdrina”, rintuzzò.

“Sììì”, le ghignò ancora in faccia, incapace di fermarsi nelle odiose invettive contro la collega, colto da un impeto onnipotente e schizofrenico.

“A casa tua ti ho scopato e trattato come tale.

Sei stata mia e ti ho posseduta nonostante i tuoi “no” e le false, ridicole, labili resistenze.

Ricordati che ti ho dato solo ciò che volevi, infliggendoti la giusta punizione”. 

“E’ questo il punto e lei la pagherà”, gli disse Lorella ritornando forte ad accusarlo.

“Io non volevo fare all’amore; lei mi è saltato addosso, circuendomi, addirittura violentandomi.

Sì, lei mi ha stuprato, dottor Dario Gaymonat: commettendo un meschino e volgare delitto del quale  dovrà vergognarsi per tutto il resto della sua vita”.

Il magistrato, a sentire la donna, non capì  a  cosa stesse andando incontro.

Dunque continuò nelle sue invettive,  gridandole:

 “Sei proprio stupida, una donnina che sa solo vivere di luce altrui, una sanguisuga dei soldi di uomini come Manlio e dei sentimenti miei e dell’avvocato Berti, che hai usato e poi gettato via.

Ma con me è stato diverso.

Ti ho dimostrato chi tra di noi è il più forte.

Ti ho avuto nel tuo letto, nuda a miagolare.

E ti ho fatto male…

Costi quel che costi”, precisò.

Già, ogni azione ha un suo costo” gli rispose lei ancor più dura e decisa, incendiandolo con lo sguardo fiero, pieno di odio. 

“Le ripeto che è  proprio questo il punto.

Ogni fatto umano, se illecito, va represso e punito.

E lei dovrà pagarlo”.

A sentire le continue minacce della donna, una lunga risata isterica dell’uomo si levò forte nella stanza.

Lui le dava del tu e si sentiva al sicuro nonostante la donna continuasse a dargli del lei, ammonendolo certa che egli non l’avrebbe fatta franca.

“Non mi fai nessuna paura”, le obiettò, ripetendole incessantemente e senza fermarsi di essere una sgualdrina, una donnetta da strada, per niente diversa dalle  escort lady e dalle mistress girl che lui in quell’occasione le confessò di avere sempre posseduto e di avere pagato.

“Ogni donna ha un prezzo e io ho pagato il tuo”, concluse lui trionfante, con la bava tra le violacee labbra,  andandole più vicino.

No!

“Lei mi ha mentito e mi ha ingannato, abusando della nostra amicizia.

Si vergogni; l’accusò  infervorata.

“Siiii, Io ti ho avuto a miagolare contro la tua volontà; e sei stata mia”.  

Oramai non c’era alcun dialogo, decisi ognuno a farsi del male.

Lei si portò davanti la sua scrivania, come se stesse indicandogli le distanze e, sicura di sé, aspettava di infliggergli il colpo mortale.

Il procuratore, però, imperterrito, aveva la chiave della porta nella sua tasca; nessuno poteva prendergliela e credette che impaurirla l’avrebbe ricondotta ai più miti consigli.

Pensò anche di usare il dolce e il bastone.

“Oh, Lorella, Lorella, ma non capisci.

Io mi sono innamorato di te; tu invece mi respingi, soffrendo per uomini inutili e sdolcinati”, le disse l’uomo, confidando nella sua capacità di persuasione, di farla recedere dall’atteggiamento ostile.

“Io ti voglio, ti desidero; ho dimostrato di saperti stare vicino, disposto a darti ogni cosa.

Ma adesso, suvvia, perdonami; passiamoci sopra.

Ti chiedo scusa per questo mio sfogo.

Dimentichiamo quanto accaduto, ritorniamo ad essere amici.

Vuoi?” le disse supplice di perdono, avvicinandosi sempre più alla donna, prendendola e tenendola stretta ai fianchi.

“Mi lasci stare e non sia volgare”, gli gridò, scrollandoselo di dosso e indietreggiando di un passo, fino ad appoggiarsi curva sulla sua scrivania, pur di evitare di essere toccata dalle mani del procuratore.

“Non sono disposta a perdonarla e a dimenticare.

Lei non ha capito niente dei sentimenti, ma adesso è finita.

Vada via, esca da questa stanza”, gli gridò.

Poi, si portò decisa e con il passo veloce dietro la scrivania, lo fissò con lo sguardo feroce e sollevò la cornetta del suo telefono, componendo il numero della stanza seicentodue dell’ispettore di polizia giudiziaria Francesco Mussari, in servizio presso la stessa procura, ordinandogli di raggiungerla presto nel suo ufficio.

E rivolgendosi ancora a  Dario, gli disse che lui era finito, che le loro conversazioni all’interno della stanza erano state intercettate dalle microspie regolarmente richieste dai colleghi della procura della repubblica competente e autorizzate dal giudice delle indagini preliminari, spiattellandogli in faccia che ben presto lui sarebbe stato raggiunto da una misura cautelare personale per i gravi indizi di colpevolezza a suo carico, accusato del delitto di violenza sessuale.

La giudice aveva raccolto le prove e lui, poco prima, con quello sfogo cattivo, quasi blasfemo, le aveva offerto la sua piena confessione.

“Sei finito, Gaymonat.

Aspetto di vederti dietro  il banco degli imputati; vedremo se avrai ancora il coraggio di ingiuriarmi, di apostrofare che sono una puttana.

E spero che sarai giudicato da una magistrato donna”, chiuse convinta e con rabbia la giovane sostituto, appoggiando le sue mani sulla scrivania, guardandolo diritto negli occhi, mentre Dario, stordito da quelle frasi, si domandò cosa diavolo stesse accadendo e perché l’ispettore Mussari fosse già dietro la porta dell’ufficio della sostituto procuratore, battendola e ordinando con la voce imperiosa di aprirla, al più presto.

Il procuratore, tremebondo e sconfitto, aprì la porta e nei suoi occhi ci fu un’espressione assente; di colpo gli ritornarono in mente le sue frasi che sapevano di confessione e le parole di Lorella pronunciate in quella maledetta conversazione che, se fosse stata veramente intercettata e autorizzata dal magistrato delle indagini, lo incastrava.

“Tu non puoi rovinarmi”, le pronunciò mentre le ferree braccia dell’ispettore Mussari  lo invitavano di  stare calmo, di uscire dalla stanza, sentendo la paura e l’angoscia, che gli iniziarono a bruciare dentro il petto come una foresta in fiamme.

“Non puoi farlo”, continuò l’uomo.

“Sai che proverò che hai precostituito gli indizi contro di me e sarò io a rovinarti”, le gridò a mezza voce sbigottito, incredulo alle sue stesse parole.

Dario, in preda a una crisi di nervi, che rischiò di accasciarlo nuovamente in quella stanza che lo aveva visto steso al tappeto dall’avvocato Berti, intimò alla collega gravi ritorsioni, e al contempo la supplicò di risparmiarlo.

Nel suo sguardo c’era un uomo distrutto, e si dolse di non avere avuto del buon senso, soprattutto di non avere, dentro quella stanza, tenuto la bocca chiusa.

Mentre lui si allontanava dall’ufficio, scortato dai poliziotti della locale procura della repubblica, che avevano ricevuto telefonicamente dal magistrato competente alla repressione del delitto di stupro l’ordine di portarlo via, gridò sempre più forte di essere innocente  e che a Lorella gliela avrebbe fatta pagare.

“La pagherai cara. Voglio il mio avvocato”,  singhiozzò. 

La tensione era così alta che il corridoio della procura riecheggiò la sua voce sempre più fioca e lontana, la quale, piena di minacce e ritorsioni, ora fu nuovamente supplice e chiese nuovamente l’assistenza di un avvocato.

La dottoressa Alfieri, a sentire quelle frasi, provò la strana sensazione d’essersi trovata di fronte a un uomo distrutto da molti anni; capì che quell’increscioso fatto, il quale l’aveva vista coinvolta e offesa, fosse la goccia che a Dario fece traboccare l’equilibrio instabile, da lui abilmente tenuto nascosto alle persone diverse dalla moglie e dai figli.  

Fabrizio, confidandosi al telefono qualche giorno prima, le ebbe a raccontare che il procuratore era un uomo avido con il suocero e prepotente con la moglie, dedito alle sottane ed un latin-lover  arrogante, disposto a commettere ogni sorta di illecito pur di vedersi trionfante sulla donna che gli piaceva, mai però lei avrebbe creduto che fosse un uomo così meschino ed in declino.

La sostituto procuratore ritornò a sedersi nella sua scrivania, e disse tra sé e sé di non avere più paura di Dario: quell’uomo astuto, oramai inerme e impotente, iniziava a procurarle solo disgusto.

Per un attimo, ne provò anche pietà; sentì anche le lacrime bagnarle gli occhi.

Lui era stato portato via,  dentro una delle stanze di sicurezza della procura, per essere interrogato sui fatti e questa volta era lui, non altri, che doveva difendersi con l’assistenza, necessaria e irrinunciabile, di un avvocato.

Lei invece lo odiava; e già sapeva nel suo cuore che dentro un’aula di giustizia ne avrebbe domandato la condanna alle sanzioni penali di legge e al risarcimento dei danni morali e psicologici. 

Ma per quanto lo odiasse e ne provasse il disgusto, dentro di sé era consapevole che nessun ristoro le avrebbe restituito ciò che aveva perduto, la sua dignità e il suo Fabrizio: niente le avrebbe riparato il danno subìto. 

Fu sera.

La dottoressa Alfieri ritornò a casa, dopo l’infernale e stressante giornata conclusasi con l’arresto del  potente procuratore della repubblica del tribunale capitolino, che era stato condotto in una cella presso la casa circondariale di Regina Coeli perché  raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, a disposizione dell’autorità giudiziaria per essere sottoposto l’indomani all’interrogatorio di garanzia.

Fabrizio e Olga, invece, quella sera convennero di stare a casa nel loro accogliente attico di piazza di Spagna, a dialogare amabilmente seduti sul divano, davanti al fuoco del camino e lontano dalle immagini dei notiziari dei network nazionali ed esteri, che durante il pomeriggio e la sera erano stati incessanti,  pieni di edizioni straordinarie a dare la notizia dell’arresto del potente procuratore della repubblica di Roma, dottor Dario Gaymonat, accusato di violenza sessuale.

I due  innamorati, stretti tra le loro braccia, ascoltarono della musica e si fecero trascinare dalla note soft delle chitarre elettriche  dei Beatles, le quali allietarono la dimora e riscaldarono i loro cuori.

Finalmente, le tensioni degli attentati erano lontani, il premier era salvo e aveva ripreso il governo della nazione, mentre le notizie provenienti dal medio oriente erano di routine; poi la dottoressa Alfieri aveva avuto la sua fine vendetta contro un uomo disgustoso.

Fabrizio, sereno come non mai, però, disse di avere fame.

Alzatosi dal comodo divano, decise di lasciare momentaneamente il soggiorno  e di rovistare in cucina, tra le pentole e i piatti, dove volle preparare una cena prelibata, a lume di candela come ai vecchi tempi, e non gli importò di starsene rintanato con l’effervescente ragazza moscovita nel suo nido d’amore a Trinità dei Monti, senza uscire dall’attico e girare by night lungo le strade della capitale del mondo.

Olga  era felice di essere ad una distanza siderale dalla sua gelida Mosca, lontana dalle lunghe passeggiate sulle rive del fiume Moscova, fatte di pomeriggio, prima dell’imbrunire della sera, e calpestare le foglie morte dei rigidi autunni ed inverni russi non le mancava.

Lontana anche dal suo passato, i suoi ricordi erano sommessi, quasi sfioriti; dinanzi a sé aveva una vita e non le importava se sarebbe stata lunga o breve, poiché quella che viveva a Roma, la sua nuova città, era vissuta in due, insieme al suo amore di sempre.

Per lei non c’era il giorno e la sera, il pomeriggio o la notte.

Le interessava solo di stare insieme con il suo incorreggibile  dolce ragazzo, a volte anche remissivo: un attimo con l’innamorato per lei era la vita e un’intera e lunga convivenza invece il coronamento di un sogno.

Dopo la cena, soddisfatta, l’affascinante donna si rannicchiò al suo uomo, disteso supino sul divano, poggiandole la testa sulle gambe, provando l’estasi a sentirsi accarezzati delicatamente i lunghi capelli neri, che le adornavano il viso regolare e i due occhi blu e profondi, che parlavano da soli di un grande amore.

Lei era nella sua casa, libera, sorridente come se  il passato non fosse mai esistito nella sua vita.

Finalmente s’era scrollata di dosso quella strana e maligna sensazione dei giorni passati, di perdere il suo Fabrizio, che le aveva turbato l’animo e si era materializzata  nella tragedia di piazza Colonna; era stato scioccante vedere in televisione le immagini dei kamikaze islamici, ripresi dalle telecamere a circuito chiuso della piazza che, all’interno delle autovetture imbottite di tritolo e  una dopo l’altra, s’erano fatte saltare davanti l’ingresso principale di palazzo Chigi, e infine sentire da uno speaker della televisione di stato italiana che l’avvocato Berti era rimasto ferito gravemente nel tentativo riuscito di salvare la vita al premier.

Anni prima, una tragedia simile era stata vissuta dal popolo russo durante un attacco dei terroristi al teatro di Dubrovnik;  riviverla in prima persona però  era stata per la ragazza un’esperienza agghiacciante, disumana.

Ora aveva bisogno solo di non pensare più a quella sensazione che era sparita, dissolta dal piacevole calore del camino e dai luccicanti bagliori della legna scoppiettante che ardeva riscaldando l’attico, illuminando la penombra del soggiorno.

Accarezzata nei capelli e distesa sul divano, la donna guardò dal basso in alto il volto del suo uomo, assorto nei pensieri miti, simile ad un guerriero ritornato da una dura, lunga battaglia, sereno e grato al cielo di essere a casa.

Olga alzò il suo braccio sinistro e accarezzò la guancia di Fabrizio, che guardandola negli occhi, riprendendo il suo sorriso ammaliante e birichino, le disse di stare buona, di lasciarlo in pace, poiché diversamente si scrollava i panni dell’uomo di casa per lanciarsi alla conquista della  sua donna.

“Lo so”, disse il giovane all’affascinante e intrigante ragazza.

“Ho l’indelebile voglia di averti per sempre, e non mi basta saperti mia; so che debbo conquistarti giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, senza dimenticare di coccolarti con queste mie mani e di baciarti”.

E la baciò teneramente.

Una, due, dieci volte.

Lei rise, pensando di Fabrizio che fosse  il classico latin lover descritto dalla letteratura del suo paese, un italiano romantico e burlone, ammaliante e penetrante;.

Si ritenne ancor più fortunata dalla circostanza che fosse anche un bel ragazzo, gentile e affettuoso, che le dava sempre del filo da torcere e  che la fece impazzire di desiderio anche quella volta.

A lei piacque ed era ricambiata.

Pensò anche che, vivere senza di lui, oramai le fosse impossibile.

“Uhmmm”, stai buona, lui l’ammonì.

Lei ritornò ad accarezzargli la guancia ed il collo, a dirgli ti amo, chiamandolo tesoro mio e mattacchione, incurante degli ammonimenti dell’uomo a starsene buona e di fare la brava.

L’ora era tarda e lui birbante le disse di lasciarlo in pace.

“Ne sei sicuro?”, gli rispose sibillina

Andarono a letto, distendendosi sulle lenzuola, riposando sui  morbidi  e colorati cuscini.

Lei lo stuzzicò ancora, e Fabrizio decise di darle la giusta punizione, in un gioco di movimenti morbidi e decisi, spogliandola nuda, trascinandola prima in una giostra di coccole e carezze, poi di baci e amplessi, fino a sfinirsi soddisfatti nelle braccia dell’altro, donandole infine piacere fino a farle vivere l’estasi.

Finalmente, la coppia viveva dei momenti felici che nessuno avrebbe rubato.

I giorni dei conflitti erano cessati.

Fabrizio si era chiarito con Lorella, la giudice aveva avuto la sua vendetta contro il perfido, potente procuratore capo e la città di Roma con la basilica di San Pietro in Vaticano erano salve, vicine alla primavera che tardava ad arrivare, liete però dei preparativi nei quartieri della città antica per la festa della fondazione.

Prima di dormire, l’uomo proiettò la memoria ai mesi e ai giorni trascorsi, valutando la difesa tecnica di Marwan Al Said ed il duplice attentato contro le istituzioni politiche e religiose italiane; poi pensò alla fatwa contro il papa di Roma che gli aveva indirettamente portato l’amore.

Un ultimo pensiero dell’avvocato Berti andò verso Safyra, la quale subito dopo gli attentati si era portata in salvo a Parigi e da lì era rientrata in patria, nella sua Palestina, mentre Olga Romanova  in quello stesso istante, ritornò ad essere abbracciata al suo uomo, entrambi sereni e ancora all’oscuro di avere concepito quella sera il loro bambino.

Fu notte fonda.

I due giovani innamorati si sentirono soddisfatti, e felici si addormentarono abbracciati l’uno all’altra, nell’attesa del giorno dopo, consapevoli che il loro amore dava dei frutti.

L’indomani, i bagliori dell’alba li avrebbero raggiunti nel letto di tavole e tubi metallici costruito da Fabrizio con le sue mani, complici le persiane socchiuse dell’attico, però speranzosi che le luci del mattino tardassero a venire.

                                

Dedicato a mio padre, alla compagna della mia vita, Loredana, ai miei figli Alessia e Saverio, ed alla mia città.

                                                            Maurizio Scicolone

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“E’ morto”, gridò un carabiniere.

I soccorsi arrivarono celeri a piazza Colonna.

Cinque autovetture della polizia di stato erano saltate in aria con le ultime due autobombe dei kamikaze mentre sui luoghi dell’attentato c’erano decine e decine di vittime, alcune delle quali ancora agonizzanti.

Le ambulanze, le sirene dei vigili del fuoco e delle forze di polizia ruppero il silenzio sinistro che era calato nel piazzale antistante la sede del governo ed iniziarono ad apprestare i primi soccorsi ai feriti ed alle persone, che colte dal panico s’erano rifugiate dentro gli edifici vicini.

Il presidente del consiglio era  uscito indenne dall’attentato grazie al sacrificio dell’avvocato Berti, il quale intuendo l’avvicinarsi del pericolo, istintivamente lo aveva portato in salvo dentro le mura di palazzo Chigi.

E’ morto l’avvocato Berti”, gridò commosso e pieno di rabbia un usciere addetto alla sicurezza dell’edificio.

“No; è vivo,  sano e vegeto”, rispose il collega dai riflessi più svegli, il quale si era potato vicino a Fabrizio per verificarne le condizioni.

Il presidente e l’avvocato, subito dopo la tragedia,  furono soccorsi e trasportati in barella all’interno dei saloni dell’edificio, dove in un’improvvisata infermeria furono anche velocemente medicati.

“Per Dio. Mi sembra  di essere stato investito da uno tsunami”, pronunciò Fabrizio a labbra strette e con gli occhi socchiusi.

Le  sue condizioni erano malconce.

I vestiti strappati, bruciacchiati in più parti, però fortunatamente sul corpo aveva solo delle lievissime ustioni ed  alcune piccole escoriazioni.

In infermeria, un minuto dopo, il legale riprese  piena conoscenza, e  provò la fredda sensazione di avere fatto un lungo viaggio verso l’inferno, sentendosi dolorante come se fosse finito sotto il tram, felice però di essere rimasto miracolosamente illeso, come se dall’Ades fosse stato rimandato indietro.

“Dov’è il presidente”?

Chiese del premier, il quale gli era vicino, anche lui vivo e vegeto, pronto a porgergli in avanti un bicchiere d’acqua, ringraziandolo di avergli salvato la vita.

“Grazie, Fabrizio”, gli disse commosso.

La vista dell’avvocato era ancora offuscata, come se avesse davanti una coltre di nebbia che si stava dipanando; riuscì a mala pena a vedere  il braccio disteso del premier e sentirne la voce amica che lo invitò a bere.

Fabrizio bevve il bicchiere d’acqua e capì che nonostante la gravità dell’attentato i terroristi avevano fallito nell’obiettivo di eliminare il presidente del consiglio.

Subito si alzò dal lettino dell’infermeria e tentò di camminare, ma le forze non lo sorressero, sentendo un enorme peso sulla schiena e nelle spalle, colpite poco prima dall’urto d’aria incandescente generatosi con la violenza dall’esplosione del tritolo trasportato dalle due autovetture saltate in aria.

Lentamente  riuscì a muovere i primi passi nella stanza ed a vedere le immagini più nitide, fino a distinguere perfettamente prima il volto, dopo i lineamenti del presidente, al quale domandò se la situazione fosse sotto controllo.

Il premier rispose di essere scosso.

Non riusciva a capacitarsi di quanta crudeltà fossero stati animati i terroristi, pronti ad immolare la loro vita, nonostante si trovassero  a migliaia di chilometri dalla loro patria, ma quello non era il momento per i piagnistei.

I danni apparvero evidenti, c’erano stati una dozzina di morti, le bandiere di rappresentanza penzolavano spezzate e la facciata centrale  del palazzo del governo, con i suoi fregi e le decorazioni, era andata parzialmente distrutta.

“Presto; vieni Fabrizio. Il male è ancora in agguato”

Preoccupato, invitò Fabrizio a seguirlo nel suo studio, da dove poter seguire un’emergenza forse più eclatante: quella del dirottamento dell’aeromobile sulla linea  di volo Milano Linate verso Roma.

Il comandante dell’aeromobile Boeing  747 non rispondeva ai contatti e si ventilava l’incubo che sia l’aeroplano che il suo equipaggio fossero nelle mani dei terroristi.

Il premier osservò che l’ordine di evacuazione dello stato di Città del Vaticano e del Santo Padre era stato dato, ma l’aereo sorvolava in quel momento il territorio di Roma.

Si temette il peggio.

Alle dieci e  tredici, quindici minuti prima dell’attentato a palazzo Chigi, i sei terroristi islamici s’erano armati di affilate lame, estratte da un bagaglio a mano posto sulla cappelliera,  avevano immobilizzato un assistente di volo e dopo averlo condotto nel camerino di coda lo avevano sgozzato, senza alcuna pietà; poi, le due giovani hostess erano state prese prigioniere, una delle quali  rinchiusa nel camerino, mentre l’altra, senza che gli altri passeggeri si accorgessero degli strani movimenti, fu condotta da tre jadisti islamici vicino alla cabina del comandante, che al momento era chiusa a chiave.

La giovane hostess era stata ammonita  da Muhammad che lei non correva alcun pericolo di vita, che stavano per dirottare l’aereo su un altro scalo aeroportuale italiano e la loro era un’azione politica dimostrativa in favore dei fratelli musulmani e della Palestina, ma ogni sua mossa di ribellione sarebbe stata repressa nel sangue; infine, le fu intimato di rassicurare il comandante che tutto era sotto controllo e di chiedergli, con una scusa,  l’apertura blindata della cabina di pilotaggio.

“Apra, comandante”

La hostess, inibita dalla paura, disse al secondo pilota che la collega era stata colta da un forte malore, uno dei passeggeri era un medico e consigliava di informare dell’emergenza la torre di controllo capitolina; erra necessario far giungere urgentemente nella pista di atterraggio dell’aeroporto di Roma Fiumicino un’ambulanza per il successivo trasporto dell’hostess in ospedale: un dottore via radio avrebbe potuto dare i consigli di pronto soccorso.

Non appena il comandante ordinò al suo vice pilota di aprire la porta della cabina di pilotaggio, due dei tre islamici  entrarono veloci e la richiusero, sgozzando con colpi decisi e chirurgici le gole dei due piloti dell’aviazione civile che nemmeno ebbero il tempo di sospettare del pericolo o  di alzarsi dalle poltrone di guida, mettendosi poi al comando dell’aeromobile, aumentando la velocità di crociera.

“Allhà akbar”, gridò un fondamentalista islamico alla guida del potente Boeing. 

La crisi fu evidente; l’aereo già sorvolava Roma e tre caccia dell’aeronautica militare italiana giunsero a intercettarlo, affiancandosi uno a destra, uno a sinistra e l’altro sorvolandolo a una maggiore quota, mantenendosi distante e in sicurezza.

Dall’aereo civile in mano ai terroristi partì un messaggio via radio; il giovane capo della spedizione di morte riferì alla torre di controllo dell’aeroporto di Roma Fiumicino che l’aereo veniva dirottato su Napoli, o forse su un altro aeroporto del meridione, e diffidava il premier italiano di annunciare al mondo intero l’immediato ritiro delle sue truppe dalla Persia, diversamente ogni cinque minuti un passeggero sarebbe stato sgozzato come un olocausto.

Fabrizio osservò al presidente che la minaccia era un diversivo: i terroristi s’erano visti scoperti dalle autorità italiane, ora  cercavano di guadagnare il tempo per sorvolare il Vaticano, portando a termine la missione  di morte.

Disse di far presto.

“L’unica strada  percorribile è l’abbattimento dell’aereo”, sentenziò il legale.

Il presidente sbiancò, e restò sgomento, sentendosi inibito nei pensieri tristi e nei movimenti; c’erano più di duecento persone innocenti a bordo e avrebbe fatto ogni cosa pur di salvarli.

“Per Dio non posso farlo” , gridò impotente.

“Occorre trovare una soluzione”.

Ordinò ai caccia militari di costringere a deviare coattivamente la navigazione dell’aereo dirottato,  ma nonostante i tentativi  di inversione di rotta, l’aeromobile civile era incurante di entrare in collisione con uno dei tre caccia militari, e seguì la sua navigazione sul piccolo stato.

I due terroristi alla guida dell’aeromobile erano degli esperti piloti: un tempo ufficiali dell’aviazione reale saudita, avevano disertato e dopo l’invasione americana dell’Iraq si erano arruolati nelle fila di Al Qaida, abbracciando la fede dei fondamentalisti islamici, secondo i quali il suolo sacro dei musulmani non poteva essere invaso dagli infedeli.

L’aereo era già nello spazio aereo della città di Roma, e si avvicinò a quello di Città del Vaticano.

Il pericolo era imminente, reale.

Un generale capo di stato maggiore dell’aviazione militare, presente della sala dell’unità di crisi, gridò al presidente che mancavano meno di venti secondi dall’invasione di quello spazio.

“Lo faccia abbattere, presidente”, aggiunge il militare.

Intanto, l’aeroplano in mano ai dirottatori iniziò ad abbassare pericolosamente la quota di navigazione; le intenzioni dei terroristi furono evidenti e concordavano con quanto affermato dall’avvocato Berti:  l’obiettivo era schiantarsi sulla basilica di san Pietro ed eliminare il pontefice.      

“Signor Presidente”, deve decidersi presto, osservò  il generale capo di stato maggiore.

“Mancano meno di dieci secondi dall’impatto con il cupolone della basilica di san Pietro”, comunicò inerme.

“Signor presidente, mancano solo cinque secondi; dopo sarà troppo tardi”, precisò l’avvocato Berti, rivolgendosi al Premier,  sollecitandolo ad un braccio, quasi a scuoterlo per prendere l’immediata decisione.

“Lo abbatta”, replicò perentorio e deciso Fabrizio.

“Abbattete l’aereo”, ordinò il primo ministro con  il cuore in gola e le lacrime agli occhi.

Un missile  aria-aria si staccò dal caccia militare di coda e si diresse verso l’aereo civile, il quale virò a sinistra, cercando di lanciarsi in picchiata sul cupolone e sugli obiettivi designati, rimanendo però colpito ad un’ala dal proiettile di morte, precipitando dentro le mura  di città del Vaticano.

Uno, due secondi e un boato immenso si sentì con lo schianto dell’aeroplano sul suolo dei giardini della santa sede, sollevando un polverone bianco ed immenso, terrificante. 

I pezzi dei relitti schizzarono a centinaia e centinaia di metri dal punto d’urto, la calotta centrale dell’aeromobile era ancora in fiamme, che già dopo pochi secondi arrivarono sul luogo del sinistro i primi soccorsi delle squadre dei vigili del fuoco, mentre dalle loro autopompe si levarono potenti gettiti di acqua che spensero gli improvvisi incendi che si estesero e spensero nella facciata di un edificio.

Ovunque c’erano resti umani e oggetti personali dei centonovantasette passeggeri, dei membri dell’equipaggio e dei terroristi islamici, ancora non identificati.

Immediatamente si iniziò a lavorare,  incessanti alla ricerca disperata dei sopravvissuti; purtroppo, alcun segno di vita provenne dai corpi umani dilaniati e straziati dallo schianto, dai pezzi di rottami ingoiati dalle fiamme.

I soccorritori lavorarono alacremente, ma sotto le macerie un solo lamento o segno di vita non fu notato.

Arrivarono sui luoghi dell’attentato anche le troupe televisive italiane ed estere, avvisati dal ministero dell’interno, e tutte le trasmissioni radio televisive via etere o via satellite furono interrotte per dare in diretta al mondo intero le notizie dell’immane tragedia dell’aereo dirottato niente meno che sulla basilica di san Pietro.

I primi minuti le notizie furono incontrollabili; tra i network si  sparse la voce che il dirottamento era stato consumato sopra gli appartamenti ed il museo vaticano e che tra le vittime vi fossero prelati in porpora rossa, e forse il papa.

Non appena però furono mandate in onda le prime immagini in diretta che ritrassero integra la basilica di san Pietro con i suoi edifici, la cupola e il colonnato del Bernini,  gli appartamenti vaticani ed  il suo museo con la cappella Sistina, nelle case dei telespettatori occidentali si sollevarono le grida di gioia e di ringraziamento alla Divina Provvidenza: il Santo Padre era salvo e la chiesa di Roma non era stata intaccata dall’immane tragedia che dall’alto si era abbattuta nei suoi giardini, i quali si presentarono come un cumulo di rovine.

“Per carità di Dio, il peggio è passato”, disse quasi sollevato il presidente, al comando nella stanza dei bottoni.

L’avvocato Berti e il premier assistettero ai soccorsi in diretta sulla televisione di Stato, impartendo ordini dalla sala ovale di palazzo Chigi adibita ad unità di crisi, quando la prefettura di Roma trasmise il primo bollettino dei danni e delle vittime dell’attentato.

Tra le vittime c’erano anche alcuni civili, addetti ai lavori nei giardini vaticani, ma nessun ulteriore danno ne era derivato per la chiesa cattolica ed il sommo pontefice.

Disperata  Olga  compose il numero del telefonino di Fabrizio e lo chiamò sul suo cellulare, felice che finalmente le rispondesse, e non appena il giovane la informò di essere sano e salvo all’interno di palazzo Chigi e di trovarsi vicino al premier,  la ragazza ringraziò il cielo.

Gli disse anche di stare fermo lì, che lo avrebbe raggiunto presto, ammonendolo di non allontanarsi perché lei era in pena ed aveva temuto per la vita del suo uomo.

I principali network avevano dato poco prima la notizia del duplice attentato contro la sede del governo ed il Vaticano, e una voce incontrollabile era circolata anche sull’avvocato Berti che,  lanciatosi sul presidente per salvargli la vita, era rimasto gravemente ferito.

Fabrizio rassicurò la donna ad essere tranquilla.

Sarcastico rispose  di avere solo qualche graffio e la pelle dura a morire.

Poi, ritrovando il sorriso, la invitò a starsene a casa, poiché lui l’avrebbe raggiunta al più presto.

“Grazie Fabrizio, per avermi salvato la vita”, disse il Premier, mettendo la sua mano destra sulla spalla del legale, ringraziandolo con un largo sorriso.

Entrambi sorrisero; poi, si portarono vicino lo schermo di un televisore,  e stanchi si sedettero sul tavolo ovale, ove iniziarono ad arrivare i bollettini dei ministeri, dei servizi di intelligence delle forze armate e della sicurezza nazionale.

Gli uomini del presidente ed il presidente stesso, dall’unità di crisi fremevano per le sorti della nazione.

“Hurrà”

Un grido di gioia e di hurrà si levarono nella stanza quando vi entrò di corsa un tenente colonnello dei carabinieri addetto all’ufficio del coordinamento delle Forze Armate,  ad annunciare che in un hotel vicino la stazione ferroviaria centrale della città di Roma  era stato fermato un uomo sospetto che, ad un controllo successivo, era  stato identificato niente meno che nel capo della spedizione di morte, Marwan Al Said.

“L’avete preso?” sbraitò il premier con l’aria soddisfatta, scaricando lo stress e le emozioni, mostrandosi finalmente sorridente.

Il successo fu straordinario.

Pur se le immagini che provenivano dalla città del Vaticano non davano scampo a nessun sopravvissuto tra i passeggeri ed in Europa Al Qaida aveva colpito anche l’Italia ed il papa, i suoi uomini avevano reagito da eroi, scacciando il pericolo e catturando vivo il capo dei terroristi islamici. 

Tra gli uomini dello staff del presidente, alcuni piansero per la tensione, in lacrime per la perdita degli amici e dei cittadini caduti nell’adempimento del proprio dovere durante l’attacco a palazzo Chigi.

Le ferite non erano facilmente guaribili.

Fabrizio  sbottò “porca miseria”.

Si sentì scosso, vedendo nelle sua mente, in un attimo e alla velocità della luce, le vittime degli attentati, una a una, dispiacendosi per gli innocenti, e quasi per un’indecifrabile osmosi, lesse  nei suoi pensieri anche  quelli di Lorella, di Olga, di Safyra, che nell’attesa di quei terribili attimi e nelle ultime ore, avevano subìto la paura di perdere la dignità o i loro cari.

Il cordoglio e la sua pietà  però andarono alle vittime innocenti, uomini, donne e bambini, e su Safyra la quale, pur non essendo riuscita a salvare il suo unico e giovane figlio, l’amato Muhammad, perito nello schianto dell’aereo sul suolo Vaticano insieme a tutti i  passeggeri, aveva salvato altre vite umane e la chiesa cattolica da un’immane perdita.

“Vado a casa”, comunicò pietrificato.

Gli parve che la cosa più giusta da fare in quel momento di calma glaciale e spettrale fosse quella di lasciare il palazzo del governo dove oramai la sua presenza era superflua, e ritornare dalla sua  donna che lo aspettava a casa, a braccia aperte, sarebbe stata la sua panacea.

Si incamminò a piedi, percorrendo le stradine della città, lungo via del corso, con il cuore gonfio e contrito, diretto verso il suo attico di piazza di Spagna, felice che lì avrebbe trovato la sua donna ad aspettarlo.

Però, incamminandosi, anche la figura e il pensiero dello sguardo di Lorella non lo abbandonarono; in fondo avevano vissuto insieme due lunghi, intensi anni e dentro il  suo cuore ancora sentiva l’eco della loro storia d’amore.

Gli dispiacque non averla vicina.

L’aveva rivista, ne aveva ascoltato nuovamente la voce solidale, amica,  ma accidenti i suoi sentimenti erano cambiati ed adesso amava un’altra donna.

Lei, la donna del suo passato, era sola.

Decise di starle vicino, ad ogni costo.

Prese il telefonino e le telefonò.

“Ciao, Lorella”.

La giudice, non appena ascoltò la sua voce, pianse di gioia e ringraziò Dio che lui fosse sano e salvo.

“Grazie per avermi telefonato; stavo impazzendo”, gli confessò.

Il giovane legale  raccontò l’accaduto, sicuro del suo istinto che da tempo gli obiettivi dei terroristi erano  la santa chiesa ed il pontefice massimo, mentre Marwan Al Said aveva puntato ad eliminare il premier in persona.

Con il sorriso orgoglioso  le disse pure di sentirsi grato  per essere riuscito a salvare la vita del presidente, facendogli da scudo con il suo corpo.

Poi, avere scoperto di avere la schiena e la pellaccia dura, era stata anche per lui una sorpresa, le disse ironico.

Aggiunse che lei, purtroppo, aveva ragione a considerarsi sfortunata, ma la cosa migliore degli ultimi giorni era quella di essere riuscita ad aprire gli occhi sull’immagine vera e triste del procuratore capo del tribunale di Roma che le si era dichiarato un amico ed invece ne era stato il carnefice, un despota apparentemente disponibile a starle vicino ma pronto ad approfittarne quando l’amica aveva abbassato le sue difese.

“Lo so.

E’ la vita.

E’ così”, rispose lapidaria la giudice, seduta nella sua scrivania con l’orecchio vicino al telefonino e il suo sguardo lontano, oltre il tempo.

“Si è comportato in modo alquanto vergognoso, ma non è finita qui. 

Credo che presto avrà bisogno di un buon avvocato”, aggiunse sibillina, vaticinando un futuro terribile per il procuratore.

“Non deve illudersi che io quella sera non abbia reagito; non potevo.

Ha abusato di me e la pagherà”, replicò al telefonino, decisa e furente.

“Conosco il mio lavoro”, obiettò.

“Gli illeciti  vanno perseguiti penalmente, anche contro le toghe sporche”, continuò a dire con la rabbia in corpo, tirata fuori dalla donna solo nei casi da lei considerati estremi, puntualizzando che quel caso lo era.

Fabrizio intuì che qualcosa di nuovo, forse di terribile, fosse in vista e non avrebbe voluto essere nei panni del procuratore che doveva affrontare l’ira e le ragioni della donna.

Le consigliò anche di essere accorta e prudente, ricordandole che a qualsiasi ora, in lui trovava  un vero amico.

Aggiunse che la vita riserva sempre delle sorprese.

L’avvocato si disse anche certo di scoprire ben presto l’enigma della sorte di Dario, pur se gli dispiacque di non conoscere il futuro della loro amicizia; la invitò poi ad essere più calma e la salutò con un bacio, chiudendo la piacevole conversazione dopo aver ricevuto un “ciao Fabrizio” e averle mandato “un bacio” ricambiato.

L’uomo, lontano dal pericolo scampato, continuò a camminare lungo le stradine e i monumenti del centro storico, nella città dei suoi sogni, attraversando piazza dei Santi Apostoli assorto nei pensieri e solidale al suo antico amore, felice però che oramai mancavano pochi minuti dall’abbraccio del suo tesoro.

Olga lo era  e lui lo sapeva. 


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L’aeroporto di Milano Linate era colmo di persone in attesa di imbarcarsi ai voli del terminal nazionale, disposti in fila al check-in.

Muhammad  Al Said e i cinque complici aspettavano di vidimare con lettura elettronica i biglietti, noncuranti dei controlli sui documenti apparentemente originali che quattro mesi prima erano stati rilasciati ai cittadini arabi e nordafricani dal comune tedesco di Francoforte, dove contavano dell’appoggio di altri mujaheddin.

Al banco della compagnia di bandiera  il giovane  e i terroristi, uno ad uno e vestiti da europei eleganti in giacca e cravatta, confusi agli altri passeggeri che si affrettavano a effettuare il check-in, dichiararono di avere solo il bagaglio a mano o di esserne senza.

La giovane e graziosa hostess italiana li informò che l’imbarco era al gate numero venti; mancavano quaranta minuti alle otto e trenta.

I passeggeri lasciarono l’area di ricevimento delle compagnie aeree e si recarono  ai controlli per accedere all’area d’attesa degli imbarchi dei voli.

Al controllo Muhammad fu invitato a ripassare  sotto il metal detector, poiché un suo bracciale d’argento face suonare l’allarme e attirò l’attenzione dei controllori addetti ai servizi di prevenzione e di sicurezza aeroportuali, mentre il suo bagaglio fu depositato sul nastro e ispezionato ai raggi X, dove l’addetto al monitor, uno stanco sovrintendente della polizia di stato, rilevò  i cellulari e  gli accessori per le batterie, senza destarsi alcun sospetto nelle zone delle cerniere metalliche, dove dai terroristi erano state nascoste  sei sottili, lunghe e affilate lame, i cui intarsi e disegni richiamavano quello parallelo delle robuste cerniere del borsone.

Il giovane egiziano superò i controlli, ritirò il suo bagaglio a mano e si avviò  al gate numero venti, accomodandosi nella grande sala d’attesa, aspettando seduto i suoi compagni per l’imbarco del volo, del quale un’addetta della compagnia di bandiera annunciò  più o meno quindici minuti di ritardo.

Anche gli altri cinque uomini dal commando di kamikaze passarono indenni i controlli e, guardando avanti, si diressero vicino al figlio del loro capo al quale era stato concesso l’onore di guidare l’azione suicida.

Il tempo trascorse lentamente; la tensione sui messaggeri di morte fu forte, terribile.

Il  loro sguardo  era assente, proiettato in avanti, lontano.

Avevano l’età media di venticinque anni, il più giovane era il figlio di Safyra, appena diciottenne,  e la morte non li spaventava. Conoscevano la loro sorte di strumenti della Jihad  e credevano, con le preghiere, il digiuno e le azioni, di essere stati purificati dai loro peccati: il paradiso li attendeva.   

Il volo AZ 347R21 fu chiamato e alle ore nove e dieci iniziò l’imbarco di tutti i passeggeri, ai quali, dopo  il veloce controllo dei documenti di identità e della corrispondenza dei nomi dei passaporti con quelli indicati nei biglietti, furono fatti transitare dalle hostess in servizio al gate verso il bus, che fuori li attese in pista per condurli vicino le scale dell’aeroplano. 

Il comandante dell’aeromobile invitò tutti i passeggeri ad accomodarsi nelle poltrone, di allacciare le cinture di sicurezza e di rivolgersi alle assistenti di volo per ogni cosa.

Muhammad prese posto nella poltrona numero trentaquattro  C, lato corridoio, e nel sistemare il suo bagaglio a mano negli appositi spazi si accorse che le sue mani erano sudate e che gli tremavano, mentre il cuore  batteva forte, spezzandogli il fiato.

Anche gli altri uomini presero posto nei sedili prenotati, e rimasero seduti nelle poltrone ai lati del corridoio.

Il comandante annunciò di essere pronto a decollare, le condizioni meteorologiche del giorno erano buone, l’arrivo era previsto  a Roma Fiumicino quarantadue minuti dopo.

I motori del Boeing 747 rullarono, e lentamente l’aeroplano raggiunse la pista di decollo indicatagli dalla torre di controllo; poi iniziò a percorrerla veloce, raggiungendo i duecentocinquanta chilometri orari  e, staccando da terra,  prese quota in direzione sud.

Erano i minuti che decisero il destino dei sei kamikaze,  dei centonovantasette passeggeri che si recavano a Roma e dei sette uomini dell’equipaggio.

Intanto, Marwan aveva viaggiato di notte lungo l’autostrada del Sole, in direzione sud, e nell’autogrill di Roma Casilina lo aspettavano altri complici, con i quali entrare in azione compiendo l’attentato contro palazzo Chigi, sede del premier, colpevole di partecipare attivamente alla coalizione degli alleati ancora presenti in Iraq.

Era difficile raggiungere il palazzo del governo, in pieno centro storico della città, ma il piano era stato preparato e studiato attentamente, poiché lì vicino, a meno di trecento metri, i terroristi avevano il basista e, due a due, avrebbero prelevato da un grande garage privato di via Ludovisi le tre autovetture con i contrassegni e i colori del comune di Roma, imbottite di un potentissimo tritolo al plastico; poi, camuffati dagli abiti degli operai di una nota società capitolina municipalizzata,  si sarebbero diretti al palazzo del governo, adiacente a piazza della Colonna.

Il sadico Marwan Al Said, con un telefonino si era riservato il compito di coordinare l’azione omicida dei sei kamikaze e avrebbe assistito con i suoi occhi, sia pure da lontano, all’impatto delle autovetture contro l’obiettivo politico scelto.  

Poco distante, a quasi un miglio, lasciati gli uffici del Ministero degli Interni, dove riferì il contenuto del messaggio di Safyra e i suoi sospetti sul dirottamento di un aeromobile, Fabrizio si recò a palazzo di giustizia, presso la procura della repubblica di Roma.

Il solo pensiero che l’azione distruttiva potesse essere portata a termine lo fece stare male e l’adrenalina gli circolò in tutto il corpo, da cima a fondo.

Non era sicuro che le informazioni rassegnate all’intelligence italiana e al signor ministro dell’interno sarebbero servite a sventare l’attentato, ma per Dio, programmare la movimentazione di una task force  in ogni aeroporto italiano situato ad una latitudine maggiore rispetto alla capitale, con le teste di cuoio  ed i reparti speciali della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza,  che cinque a cinque, avrebbero dovuto imbarcarsi  in ogni volo in partenza, diretto negli scali nazionali e internazionali, era un’operazione di polizia titanica.

Il date base del ministero dei trasporti  comunicò a quello dell’interno che, dalle ore otto e quaranta  fino a mezzogiorno, partivano dagli aeroporti dell’Italia settentrionale ottocentotredici voli nazionali, duecentoquattro internazionali e novantuno voli intercontinentali; erano più di millecento voli e iniziare a imbarcare più di cinquemila agenti scelti fu impossibile.

Forse era necessario bloccare ogni partenza.

Si decise intanto, con la priorità assoluta e senza creare gli allarmismi, di avvisare i comandanti degli aeromobili che erano già in alta quota della possibilità di un dirottamento. 

Il premier in persona, informato dal ministro, ordinò di agire su più opzioni, ma fermare tutti i voli significava gettare nel panico i passeggeri, paralizzare il traffico aereo e isolare la nazione; poi, non c’erano elementi o indizi certi che i terroristi islamici fossero riusciti ad imbarcarsi.

Subito dopo, arrivarono nella sala operativa del ministero dell’interno i dati degli screening sugli imbarchi sospetti e si cambiò subito strategia.

Sul volo Milano-Roma delle nove e quaranta c’erano cinque passeggeri che, seppure muniti di regolari documenti rilasciati dalle autorità tedesche, destavano un fondato allarme.

Occorreva impedirne la partenza, oramai però fu tardi;  da ventuno minuti l’aeromobile della compagnia di bandiera, il Boeing AZ347R21, aveva lasciato lo scalo milanese e si trovava in volo, diretto verso la capitale.

Si decise di allertare la torre di controllo dello scalo milanese, la quale si mise in contatto con il comandante dell’aereo, avvertendolo dell’ipotesi di sospetti terroristi a bordo.

Nel frattempo Fabrizio giunse nella stanza della sostituto procuratore Lorella Alfieri, restando sgomento.

Un blitz della polizia giudiziaria in una villetta ai castelli romani, aveva individuato l’ultimo covo dei terroristi e sequestrato del materiale interessante e delle fotografie  dai quali il procuratore capo ritenne certa l’ipotesi che l’anfiteatro del Colosseo fosse l’unico vero obiettivo del criminale Marwan Al Said.

La notizia era stata diffusa a tutte le autorità e l’allarme rosso sull’aereo in volo fu immediatamente declassificato.

L’avvocato Berti, non appena apprese dalla giudice requirente delle straordinarie misure di sicurezza prese attorno al Colosseo, cingendo la zona di controlli e barriere per un raggio di seicento metri, fino a impedire a chiunque di avvicinarsi, andò su tutte le furie, osservando che Marwan Al Said sapeva di essere braccato e di certo aveva depistato gli inquirenti: “le sue intenzioni sono  altre, e sono pericolosissime. Si tratta certamente di un depistaggio; maledizione”.  

La giudice ebbe subito l’impressione che le osservazioni di Fabrizio fossero intelligenti e interessanti, confermando l’ira di Fabrizio per la comunicazione del cessato allarme rosso all’aviazione civile.

La sua analisi aveva lo spirito giusto; Marwan Al Said era un fondamentalista islamico al quale interessava colpire il potere politico ed economico di un fidato alleato degli Stati Uniti d’America, al contempo era pronto a dare una lezione all’intero mondo occidentale; organizzare un attentato solo all’Anfiteatro riduceva la caratura criminale della cellula terrorista di Al Qaida in Italia e il clamore che intendeva raggiungere.

Ad un tratto, mentre l’avvocato conferiva sull’argomento con il magistrato, avvisandola della necessità di dovere informare il  governo, entrò nell’ufficio della giudice requirente il dottor Dario Gaymonat che la salutò  e, con il passo calmo e deciso, prese posto nella sua scrivania.

Il suo sguardo era arrogante, come se fosse consapevole di giocare in casa.

Si rivolse alla dottoressa Alfieri con lo sguardo duro, quasi scortese, domandandole  le ragioni della presenza dell’avvocato Berti in un’area del palazzo riservata solo ai magistrati e interdetta al pubblico non autorizzato; aggiunse sgarbato se il legale stesse intralciando il suo lavoro.

“Credo che l’avvocato debba immediatamente uscire da quest’ufficio”, tuonò forte.

La donna non riuscì a prendere di pugno la situazione ed a difendere Fabrizio.

Si sentiva ancora soggiogata dal carisma del procuratore ed era meglio evitare di discutere eccessivamente, però giustificò il legale, rispondendogli che incontrarlo e cercarlo per lei era così naturale, costruttivo ed utile; anche per le indagini in corso.

“La nostra collaborazione mira ad uno scambio di informazioni ed esse non escono da questa stanza”, puntualizzò la donna.

“Forse non è stato l’avvocato Berti a metterci sulla strada giusta?”, continuò a riferire impacciata, mettendosi di fianco vicino all’avvocato, come se implicitamente avesse cambiato il campo di gioco.

“E’ importante lavorare insieme per la sicurezza nazionale e della città di Roma”, precisò la sostituto procuratore al suo capo, ritrovando lo smalto ed il carattere.

L’avvocato, con il sangue che gli era salito negli occhi e cercando lo scontro fisico con il procuratore, si sentì offeso e parte in causa, domandando a Lorella, cosa pensasse di fare.

“Vuoi stare a sentire questo vecchio despota?” implorò Fabrizio

“Ti consiglio di buttarlo fuori da questo ufficio”, le comandò sicuro il giudice più anziano.

“Credo che dovreste smetterla; sono talmente confusa…”

“Non devi esserlo”, replicò deciso l’avvocato, invitandola a ribellarsi al capo negletto ed incompetente, che si mascherava dietro l’apparente aria di gentleman, mentre altro non era che un uomo miope, immaturo ed ipocrita, un donnaiolo da strapazzo al quale non interessava molto salvare delle vite umane.

Il procuratore, ad ascoltare quelle parole, andò su tutte le furie, minacciandolo di querele e di ritorsioni, e poiché l’atmosfera era incandescente, prima che ci fosse uno scontro fisico tra i due uomini che stavano agitandosi, la giudice, conoscendo anche il carattere irruente di Fabrizio, corse nella segreteria penale a richiamare l’attenzione del personale di sicurezza, al fine di porre fine alla diatriba.

Occasione mai fu così propizia. 

Fabrizio, puntando lo sguardo, si disse soddisfatto ad essere stato lasciato solo con Dario, scrutandolo pieno di rabbia e dicendogli che lui era lì, pronto a fargliela pagare per il male che aveva fatto alla donna.

“ Sei in gabbia”, gli pronunciò.

Dario sbiancò.

Intuendo il pericolo, con lo scatto repentino cercò di raggiungere la porta e trovare riparo nel corridoio, ma le mani di Fabrizio, come due ferree morse, bloccarono il braccio  destro del fuggitivo che non appena si girò verso il giovane fu raggiunto prima al viso, poi nello stomaco, da alcuni potenti pugni che lo fecero barcollare ed  infine cadere inerme sul pavimento, come un sacco vuoto, portandosi con sé a terra la stampante del personal computer dell’ufficio ed alcuni fascicoli della segreteria, poggiati sul piccolo tavolo a lato dell’ingresso.

“Sei un verme. Non aspettarti che ti spacco la faccia; non meriti nient’altro”, gridò il giovane al concorrente disteso a terra, con voce grintosa, piena di collera, muovendogli la testa con il suo piede e simulando di calpestarlo.

Poi Fabrizio uscì dall’ufficio prima che la dottoressa Alfieri e l’assistente giudiziaria ritornassero nella stanza; incrociandoli in corridoio, il penalista disse loro di scusarlo: veloce, lui correva al bar ad ordinare dei caffè.

“Il buon procuratore  è così soddisfatto della mia offerta di andare a prendere dei caffè bollenti al bar tanto che ha deciso di starsene in ufficio ad aspettare tranquillo, steso al tappeto”, disse loro compiaciuto della sua bravata.

Uscendo dalla procura l’avvocato si sentì un uomo diverso,  soddisfatto, consapevole di avere impartito a Dario una lezione che questi non avrebbe dimenticato, felice di avere vendicato la ragazza che per due anni era stata la compagna della sua vita.

“Ora starà  in lei reagire e alienarsi dal collega despota e invadente; altri non  è che un arrogante latin lover nonostante i suoi anni siano vicino ai sessanta”, pensò.

Il giovane uscì dall’enorme edificio giudiziario, indirizzandosi verso palazzo Chigi,  e pensò molto sia su quanto era capitato poco prima, sia sulle confidenze che alcuni mesi prima gli ebbe a riferire una sua cliente circa le tendenze sessuali sadiche del procuratore; aveva ritenuto che quelle confessioni fossero solo delle dicerie, ma accidenti, se allora le avesse riferite a Lorella forse l’avrebbe  messa in guardia; così facendo però rischiava di violare il proprio segreto professionale, nonché di alienarsi le simpatie della sua donna, che all’epoca del fatto non gli avrebbe creduto e, certamente, avrebbe preso  le difese di Dario Gaymonat, l’onesto e apprezzato collega, l’integerrimo procuratore della repubblica presso il tribunale di Roma.  

Ora sapeva che era tutto vero, che la cliente, una giovane e avvenente ragazza madre dell’Argentina, gli aveva raccontato la verità; eppure l’avvocato non aveva fatto nulla per interrompere l’amicizia professionale della sua donna con il procuratore.

Avrebbe dovuto spiegarle di stare attenta, di non fidarsi di quell’uomo, ma non lo fece.

Sentendosi in colpa, si accorse che, per tale omissione, lui era stato un debole e forse, aveva dato il suo contributo alla fine del loro amore.

Intuì che la verità, qualsiasi verità, ha sempre un costo: lui non doveva temere di non essere creduto dalla ragazza.

Mentre era alla guida dell’autovettura, diretto al palazzo del governo, sentì l’esigenza di sfogarsi e di parlare con qualcuno.  Prese il cellulare e telefonò ad Olga, raccontandole l’accaduto.  Non le nascose di sentirsi sollevato dai complessi che s’era tenuto dentro, ma osservò che per lui non era stata una semplice voglia di vendetta contro Dario: era una questione personale contro colui che  gli aveva remato contro, calpestandogli la dignità.

Olga raccomandò di stare attento, confidandogli il suo strano presentimento: qualcosa di grave poteva accadergli e lo pregò con tutta se stessa  di non esporsi eccessivamente.

Pochi minuti dopo Fabrizio raggiunse palazzo Chigi; il Premier in persona l’aspettava nell’ufficio presidenziale.

L’avvocato lasciò la sua autovettura in un parcheggio autorizzato, fuori dall’isola pedonale antistante gli uffici governativi e si diresse a piedi verso l’edificio.

La tensione era massima e aveva tante cose da riferire al presidente.

Il palazzo del governo era pieno di persone, in un via vai dagli uffici di presidenza a quelli di rappresentanza, intenti nelle più disparate attività amministrative e burocratiche, uomini in giacca e cravatta dall’aria confusa intenti a raggiungere gli uffici, ad uscire dalle stanze, che si muovevano con i passi veloci ed automatici.

Un minuto dopo il suo ingresso nell’edificio, l’avvocato Berti raggiunse la stanza del premier, il quale era in riunione con il gabinetto di crisi  e con i signori ministri dell’interno e della difesa, per far fronte alle minacce ed ai pericoli che erano stati segnalati anche dai servizi segreti.

Fabrizio Berti si unì agli uomini dello staff presidenziale e al presidente stesso, osservando di essere sicuro che Marwan Al Said si trovasse nella città di Roma, pronto a colpire un obiettivo che non fosse il Colosseo,  come paventato all’esecutivo dal diligente procuratore della repubblica, ma che rappresentasse le istituzioni od il governo stesso.

Il terrorista di notte aveva lasciato il covo lombardo per recarsi in una località allo stato sconosciuta, probabilmente da individuare nella città eterna; ogni traccia, ogni indizio lo riconduceva a Roma, mentre un altro commando, diretto dal figlio, agiva su un obiettivo differente; di questo Fabrizio se era certo.

Il Ministro dell’interno, informato dai suoi uomini, immediatamente diede l’ordine di interdire qualsiasi transito attorno alle sedi istituzionali più rappresentative, dunque dei palazzi Madama, Montecitorio, del Quirinale e della stessa sede del governo, informando telefonicamente il capo dello stato degli ultimi sviluppi, riferendo ai presenti di sentirsi sotto assedio: un aeromobile stava sorvolando le acque dell’alto Lazio e dei caccia militari F 16 dell’aviazione italiana avevano lasciato la base operativa del principale aeroporto militare della Toscana, ponendosi sulla sua scia di navigazione e al momento distanti solo trentadue miglia dall’aereo di linea, pronti  ad intercettarlo  e ad abbatterlo.

Le torri  di controllo e le autorità civili e militari avevano perso il contatto con il comandante dell’aereo di linea Milano Linate  - Roma.

Nei radar si osservò che l’aeromobile proseguiva nella sua rotta, con una velocità superiore a quella di crociera,  diretto sul centro abitato di Roma.

Il presidente, i ministri e i rappresentanti degli stati maggiori della marina, dell’aviazione militare e dell’esercito convennero della necessità di intercettare l’aereo oramai vicinissimo alla periferia romana ed imporgli di cambiare rotta; diversamente, sarebbe stato abbattuto.

Era scattato il codice “Renegade”.

Si convenne che l’ordine di abbattimento, se del caso, sarebbe stato dato dal premier in persona.

All’interno della sala operativa del gabinetto di crisi, mentre gli uomini politici e quelli con le stellette discussero animatamente e Fabrizio ascoltava loro gelido ed impotente, si sentì un boato provenire dalla piazza Colonna antistante l’edificio dell’esecutivo.

La deflagrazione fu così terribile da far tremare le mura del possente palazzo che fu dei Chigi, ed un forte vento ruppe i vetri delle sale, gettando all’aria migliaia di fogli di carta e quant’altro potesse essere trascinato dallo spostamento dell’aria, portando il panico.

Inizialmente non si riuscì a capire cosa fosse accaduto; il boato proveniva fuori dall’edificio.

Subito alcuni uomini del governo, il premier e lo stesso Fabrizio scesero nell’atrio del palazzo per verificare l’evento: un’autovettura non identificata con a bordo due uomini aveva violato la zona  d’interdizione al traffico stradale e s’era diretta veloce verso la sede del governo, era stata intercettata dalla forze di polizia ed attinta da numerosi colpi d’arma da fuoco, fino a esplodere poco prima di raggiungere la porta principale della sede del governo.

All’improvviso, mentre il premier ed  il ministro dell’interno  sulla piazza antistante Palazzo Chigi verificavano i danni ed impartivano agli ufficiali del cordone di sicurezza l’ordine di interdire a qualsiasi veicolo o persona non identificata il transito nei pressi di tutti i palazzi governativi e punti sensibili della capitale, si sentì avvicinarsi il rombo dei motori e gli stridii delle gomme di altre due autovetture che velocemente si diressero sulla stessa piazza, inseguite dalle volanti della polizia a sirene spiegate.

Istintivamente Fabrizio, si lanciò sul premier, afferrandolo ad un braccio e strascinandolo all’interno della porta principale del palazzo, quando subito dopo due nuovi boati di inaudita potenza squarciarono i rumori e la confusione che s’era creata  su piazza Colonna.

Una nuvola d’aria calda, simile a una forza d’urto alla quale è impossibile resistere, squarciò le autovetture della polizia poste all’angolo di via del Corso e spazzò via ogni cosa, inghiottendo  anche le figure del presidente del consiglio e di Fabrizio che gli fece scudo, scaraventandoli a terra, all’interno dell’androne dell’edificio.

Il panico e la desolazione scesero nei luoghi dell’attentato, mentre si levarono le invocazioni e le urla che provenivano dai quattro lati della piazza, e le sirene delle forze dell’ordine e dei soccorsi si fecero sempre più vicine ed insistenti.

A Fabrizio che aveva tentato di salvare il presidente, riuscendo nell’impresa, fino a trascinarlo poco prima delle esplosioni nell’androne dell’edificio, non parve affatto vero di essere riuscito a fargli da scudo; e mentre cercò di rialzarsi, capì che gli mancavano le forze.

Gli venne meno il respiro, le sue gambe non riuscirono a sollevarsi e le palpebre furono così pesanti che il mondo circostante gli girò attorno sino a che, d’un colpo,  gli scomparve.

Mancavano due giorni all’11 Marzo.

Il sei dello stesso mese gli Stati Uniti d’America avevano attaccato militarmente l’Iran  e  il Golfo Persico era una polveriera pronta ad esplodere.

La diplomazia mondiale ancora una volta era fallita nella mediazione a risolvere pacificamente  le controversie del medio oriente e l’ONU si sentì impotente più che mai a fermare l’avanzata dei tanks statunitensi, sbarcati nel golfo o provenienti dal confine iracheno dello Shat El Arab.

Intanto  le città sciite  e sunnite dell’antica Persia venivano punite dagli eserciti dell’armata anglo-americana per la loro debole resistenza all’avanzata delle truppe d’occupazione.

In solo tre giorni di continui, ininterrotti bombardamenti degli aerei e della flotta degli alleati, le principali città sciite si erano arrese o vivevano nell’anarchia, in preda ad una guerra civile tra gli stessi sciiti e all’interno delle altre compagini etniche e confessionali del popolo persiano.

Dopo il conflitto in Iraq, carico di morti, tensioni ed errori, a pochi giorni dall’attacco contro un’altra nazione dell’impero del male, fu evidente un’agghiacciante verità.

I soldati americani volevano già andarsene e in patria emergeva con forza l’opposizione di gran parte degli stessi conservatori alla politica del governo di attaccare preventivamente i regimi considerati ostili alla sicurezza e agli interessi americani.

Fabrizio, insieme a milioni di telespettatori europei e occidentali, aveva assistito inerme alle immagini mandate in diretta dai network  internazionali della CNN  e di Al Jazeera, e si auspicò un colpo di stato alla Casa Bianca prima che fosse troppo tardi, ricordandosi dei racconti d’infanzia in cui il nonno  Salvatore sproloquiava contro i nazifascisti, i quali durante la seconda guerra mondiale avevano proceduto ai massacri nei campi di sterminio, disseminati in Europa, ed erano ritenuti dal vecchio come degli assassini.

Era la prima volta che il giovane non desiderava essere un avvocato.

Avrebbe voluto far parte di una suprema corte di giustizia internazionale per giudicare di genocidio e di gravi delitti contro l’umanità i quadri dirigenziali e militari del governo americano, colpevoli di un’occupazione straniera nelle terre dell’Eufrate che non avrebbe mai controllato realmente un solo metro quadrato  di quell’area del medio oriente.

Nel suo dibattersi, convenne ancora una volta che agli americani, purtroppo, era difficile ritirarsi dal golfo senza perdere la faccia, mentre in Europa la strategia della tensione aveva portato delle inutili stragi ed era servita  ai falchi della politica per varare le leggi eccezionali dei governi dell’Unione contro il terrorismo islamico.

Su questo sfondo tragico Fabrizio salutò Olga avanti l’uscio di casa mentre la ragazza russa gli lanciava con la mano un bacio in attesa del suo ritorno e Fabrizio usciva dall’abitazione, scendendo le scale velocemente per recarsi prima in ufficio e dopo, alle ore undici dello stesso giorno, a palazzo Grazioli, ove si riunì la commissione sulla sicurezza nazionale e il giovane legale presentò la relazione conclusiva dei lavori; il presidente della commissione, subito dopo, di pomeriggio, avrebbe discusso innanzi l’organo legislativo del parlamento italiano.

Alcuni giorni prima, informalmente l’avvocato Berti aveva preannunciato al governo e al presidente del consiglio dei ministri il suo dossier nel quale evidenziava la necessità di una task force delle intelligence civili e militari, coordinati da un ministro ad hoc, al fine di prevenire  gli attentati nel territorio della nazione, e tale conclusione era parsa una buona idea allo stesso premier che era favorevole alla istituzione di un organo collegiale, coordinato da un ministro con portafoglio, al fine di prevenire e reprimere in Italia  il fenomeno del terrorismo dei fondamentalisti islamici.

Il premier convenne anche che la nuova figura istituzionale doveva essere un organo amministrativo e non giudiziario, che riferiva direttamente al presidente del consiglio.

Di contro, a priori,  fu scartata l’ipotesi di istituire una super procura nazionale, come autorevolmente sostenuto dal dottor Dario Gaymonat dell’ufficio requirente di Roma, diversamente si sarebbero snaturati i compiti istituzionali della magistratura, la quale era garante costituzionale e super partes degli equilibri tra il potere legislativo ed esecutivo e tra la magistratura stessa ed i cittadini.

Quella mattina Fabrizio assistette ai lavori introduttivi con una tensione innaturale, mostrandosi nervoso ma irremovibile a concludere secondo quanto gli dettavano le ragioni del diritto e del cuore,  non tradendo la sua coscienza quando prese la parola, ricordando ai membri della commissione, in riunione con i rappresentanti del governo e con  i più alti funzionari dello stato, che l’Italia si trovava ad un bivio, perorando ferme scelte politiche, l’immediato exit plan dall’antica Persia ed una formale condanna dell’invasione americana in territorio iraniano, da presentare  congiuntamente ai paesi dell’Europa continentale e dell’Unione.

L’avvocato Berti, alla lettura della relazione conclusiva, si infervorò dicendo:

“Il presidente degli Stati Uniti d’America ammetta a se stesso ed al popolo americano che la lotta al terrore non è  uno scontro tra le civiltà  o una guerra vera e propria.

Quella che nel lessico corrente viene definita guerra al terrore, in realtà è uno scontro del quale si debbono occupare i reparti speciali degli eserciti, i servizi segreti e le polizie del mondo libero, pur di stanare i terroristi, non le divisioni corazzate, gli eserciti e le flotte aeronavali equipaggiate anche con armi non convenzionali e nucleari, che servono a gonfiare a dismisura i bilanci del pentagono e della difesa americana, che aggiungono solo  numerose vittime del terrore alle decine di migliaia di altre vite innocenti.

Al Qaida  - osservò -  impersona il principale nemico del ventunesimo secolo, pericoloso e difficile da sradicare, soprattutto nelle masse arabe dei diseredati e dei poveri.

Tuttavia, la ricetta per  combattere il terrorismo islamico  è semplice: occorre disinnescare la carica ideologica dei fondamentalisti islamici, respingere fermamente l’ipotesi di uno scontro tra la civiltà e le religioni occidentali con il credo islamico, poi è prioritaria l’integrazione culturale e sociale dei popoli”. 

A sorpresa,  nel corso del suo intervento, perorato con il suo innato stile, mitigato dall’esperienza forense e rivolgendosi al presidente del consiglio puntandogli lo sguardo, il legale comunicò con la voce grave e commossa anche gli ultimi fatti dell’operazione “ambasciata americana” e la preparazione dell’imminente attentato della cellula di Al Qaida in Italia, diretta dal perfido fondamentalista islamico contro la città eterna, scusandosi con il premier di informarlo solo in quella riunione plenaria, giustificandosi del segreto istruttorio che gli era stato imposto dalla sostituto procuratore di Roma al fine di riferire nulla, onde non pregiudicare le indagini investigative in corso.

Concluse la relazione, quasi gridando:

“Occorre  fare presto dopo quanto  è  successo nel medio oriente e in Europa; rimbocchiamoci le maniche avanti gli organismi istituzionali internazionali, reprimendo con ogni forza  i propositi di strage che Marwan Al Said  e le cellule di Al Qaida stanno progettando di portare a termine nel mondo occidentale”.

Presero la parola gli altri componenti la commissione di sicurezza nazionale.

Mezz’ora dopo, la riunione incandescente cessò, e il premier con il signor ministro dell’interno, unitamente ai responsabili dei servizi segreti civili e militari, si ritirarono nella saletta ovale del palazzo, infine lì ebbero un colloquio riservato con l’avvocato Berti, convenendosi che ogni informativa proveniente dalla fonte confidenziale della donna palestinese sarebbe stata immediatamente comunicata da Fabrizio Berti all’unità di crisi istituita all’uopo in commissione e coordinata direttamente dal premier, coadiuvato dal signor ministro dell’Interno.

Il giovane rispose che era suo dovere, consapevole che al momento lui fosse l’unica possibilità immediata di prevenire e sventare l’attentato, salvando degli innocenti.

Si rese anche conto che Safyra, donna palestinese e musulmana, stava rischiando la sua vita per salvare quella di cittadini italiani.

“Accidenti, dov’era andata ? - pensò - 

Se le fosse successo qualcosa?”

Il tempo passava incessante, senza fermarsi, e mancavano meno di quarantotto ore all’11 Marzo.

L’avvocato Berti, il governo italiano e la procura della repubblica di Roma brancolavano nel buio, Safyra era lontana e la crisi non accennava a dipanarsi dal groviglio nella quale era intricata.

Con il passare delle ore e dei minuti, Fabrizio fu più teso, quasi frenetico.

Nel pomeriggio si recò a studio, in attesa che Olga  gli telefonasse; aspettò il calare della sera per andare  a prenderla  all’ambasciata russa.

Dietro le insistenze del premier e dei servizi, l’avvocato Berti aveva accettato di inserire nel suo cellulare una microspia per consentire ai servizi di intelligence di conoscere non solo  le sue conversazioni e captare i messaggi della misteriosa confidente, ma anche di seguire col sistema GPS i suoi spostamenti.

Era a conoscenza poi che da giorni il suo telefonino fosse sotto il controllo della magistratura, ma la donna musulmana non si era fatta più sentire, mentre la sostituto non l’aveva informato dell’atto invasivo, anche se  la voce del magistrato, ogni volta che lei lo chiamava, era accademica e formale.

La conosceva da tanto tempo per non capire che anche lei si sentiva invasa e  impacciata: il motivo era quello che la loro privacy fosse violata.

Finalmente il telefonino trillò e l’avvocato Berti sperò che lo cercasse Safyra, invece era la giovane magistrato che gli chiese dove egli si trovasse e se avesse delle nuove da riferirle

Lui rispose di essere nel suo studio, che l’attesa lo stava uccidendo e al momento guardava la TV per ingannare il tempo.

Mentre i due giovani conversavano amabilmente, augurandosi che non appena il lavoro fosse stato gettato alle loro spalle ci sarebbero stati giorni migliori, Fabrizio esclamò improvvisamente un forte grido di rabbia che colse la giudice di sorpresa, facendola saltare e lasciandola sgomenta, di stucco.

L’avvocato Berti, dal suo studio, davanti lo schermo di un televisore, gridò a squarciagola “porca puttana” e “Cristo Santo”, assistendo inerme alle immagini che i telegiornali nazionali stavano mandando in diretta, in collegamento con la BBC.

Disse alla ragazza di correre ed accendere il  piccolo monitor del suo ufficio perché le immagini in onda erano impressionanti: Al Qaida, la rete del terrore islamico planetario, aveva lanciato l’ennesimo attacco contro la città di Londra, a Backingam Palace, con decine di kamikaze che si  erano fatti esplodere a bordo di autobombe, distruggendo il fronte centrale e l’ala ovest della sede reale; le forze di sicurezza inglesi, sia pure in ritardo, rispondevano all’aggressione in quel preciso istante nel quale vi erano i combattimenti.

I morti si contavano a decine e ancora non c’era alcuna notizia se la regina, l’erede al trono o i principi reali della casa d’Inghilterra, presenti nel palazzo reale nel quale prima dell’attacco si svolgeva una cerimonia di stato, fossero tra le vittime.

Le immagini apparvero devastanti.

Le colonne di fumo si levarono dal sito invaso, numerosi colpi d’arma da fuoco ed esplosioni si sentirono nell’area sotto l’attacco mortale ed erano ritrasmesse incessantemente.

“Porca puttana”, Fabrizio continuò a urlare come un miscredente, contravvenendo al suo credo religioso di cristiano che gli imponeva di non bestemmiare, seduto inerme sul divano del suo ampio studio, con il telefonino incollato all’orecchio e circondato dalla segretaria e dai suoi collaboratori che dagli altri studi professionali  dell’appartamento s’erano portati nella stanza del titolare, attirati dalle imprecazioni dell’avvocato Berti che non si dava pace per la tragedia alla quale stavano assistendo in diretta, con altre decine e decine di milioni di telespettatori.

Non riuscì a pensare che a quelle vite innocenti e a quelle che potevano essere coinvolte nella città di Roma.

Ritornando a dialogare con la dottoressa Alfieri, le disse che la strategia delle cellule di Al Qaida era chiara: l’occidente era sotto assedio e seminare la morte nei paesi dei principali alleati americani era l’obiettivo principale dei terroristi.

Osservò  poi che gli inglesi avevano partecipato all’invasione iraniana e gli italiani erano gli unici alleati, insieme ai britannici, ad assicurare un appoggio politico esterno. 

Contestualmente, mentre Fabrizio chiuse la conversazione telefonica e si strinse con i colleghi a commentare le terribili immagini provenienti da Londra,  la BBC mandò in onda un video messaggio di Al Qaida, fatto pervenire negli studi della televisione araba di Al Jazeera, nel quale uno dei principali capi della rete criminale islamica rivendicava con tempismo l’ultimo attentato londinese, ammonendo le potenze occidentali a lasciare gli Stati Uniti d’America soli nel loro inferno, diversamente le lingue di fuoco e della distruzione dell’Unico e Vero Dio si sarebbero abbattute sui paesi amici del diavolo americano.

Il messaggio concluse riferendo che oramai i tempi erano scaduti, con l’auspicio di una sicura vittoria della Guerra Santa; Allah era con loro.

La lettura della rivendicazione per Fabrizio fu chiara: Backingam Palace era solo l’inizio e  l’indomani, la città di Roma,  considerata storicamente la capitale religiosa del mondo occidentale, sarebbe stata l’obiettivo più eclatante.

“Sara, presto; mi prenda il cappotto; debbo scappare”, disse l’avvocato penalista alla sua segretaria, ripetendo che stava correndo in procura e gridandole che per le successive comunicazioni urgenti era raggiungibile via cellulare, sul nuovo numero personale.

La segretaria porse il cappotto di fine cashmire sulle spalle dell’avvocato Berti, il quale si precipitò in strada senza fermarsi e senza dare ai collaboratori delle direttive di studio in sua assenza, tanta era la tensione.

La tv di Stato  e le radio annunciarono che  a Londra c’erano centinaia di morti e alcuna notizia riservata filtrava sulle condizioni della regina e dei reali d’Inghilterra, dei quali le fonti più attendibili aspettavano la conferma se a palazzo reale ci fosse stata un’illustre vittima, forse la regina stessa.

Appena salito sulla sua autovettura Fabrizio si mise alla guida, accelerando a velocità forsennata, correndo nel pieno centro storico di Roma, servendosi delle corsie preferenziali dei taxi e delle forze dell’ordine, noncurante delle numerose contravvenzioni che gli sarebbero fioccate in ufficio.

Giunto in tribunale, salì immediatamente nella stanza della sostituto procuratore e le disse  di essere certo che l’indomani anche Roma sarebbe stata sotto assedio, ma  per Dio, la strategia del terrore era evidente, anche se ancora egli non conosceva  le modalità  e i particolari dell’attacco. 

“Come sia potuto succedere?”, lei si informò subito, rievocando lo spettro dei bombardamenti su Londra durante la seconda guerra mondiale e gli ultimi attacchi terroristici alla città inglese.

Il silenzio scese lentamente  nella stanza della giudice, la quale  chiarì all’avvocato che  i servizi di intelligence di  mezza Europa e la stessa Scotland Yard erano stati informati del ritrovamento dei documenti del covo romano.

“Accidenti, le notizie che  provengono da Londra sono drammatiche”, osservò la donna con l’aria seria e senza alcun sorriso, sistemandosi seduta nella poltroncina dietro la sua scrivania, muovendosi sull’asse rotatorio della sedia a destra e a sinistra,  riflettendo ad alta  voce.

Subito dopo, la giudice prese il telecomando in mano e accese il televisore dell’ufficio, zappando tra i canali pubblici ed i maggiori network nazionali e internazionali, fin quando di soprassalto ascoltarono le ultime notizie.

La regina d’Inghilterra era in imminente pericolo di vita, la prognosi riservata; allo stato, la regnante si trovava in sala operatoria, sotto i ferri, mentre l’erede al trono e la compagna erano deceduti, raggiunti da un kamikaze che s’era fatto esplodere in mezzo al cerimoniale, uccidendo se stesso e causando altre vittime.

Era una notizia terribile.

Alle diciannove e venticinque, un’ora dopo, la  BBC intervistò il  primo ministro inglese, il quale, con gli occhi duri e la voce roca, spezzata da una tensione alla quale non era abituato, annunciò le gravi perdite della nazione:

“Centotredici sudditi di Sua Maestà sono morti, ci sono centinaia di feriti e l’erede al trono è deceduto, mentre la regina è ancora in prognosi riservata; secondo i medici, se lei supererà le prime ventiquattro ore di cure, non perderà la vita”.

Comunicò anche  che le due principali portaerei inglesi della Royal  Navy avevano tolto gli ormeggi dai moli della base militare dell’isola di Malta e navigavano nel mare Mediterraneo, dirette  verso le coste della Siria.

I servizi segreti angloamericani erano convinti che dietro l’aggressione alla capitale inglese vi fosse coinvolto il governo siriano; giorni prima erano stati avvisati di un’escalation degli attacchi alla città di Londra, ora era certo che alcune vittime tra gli assalitori erano Hezbollah, altri probabili cittadini palestinesi e giordani, vissuti nei campi profughi libanesi e siriani, delusi dai fallimenti delle ultime trattative con gli israeliani e le potenze occidentali per la nascita dello Stato palestinese, con Gerusalemme Est sua capitale. 

Era necessario, dunque invadere la Siria e chiudere il cerchio contro le nazioni dell’asse del male; solo il controllo del cuore dell’antico impero persiano avrebbe garantito una stabilità geopolitica della regione mediorientale e la sconfitta definitiva dell’integralismo islamico.

I due, l’uomo e la donna, intanto, assistettero imperterriti alle notizie provenienti da Londra e da Washington; le loro preoccupazioni corsero immediatamente alla cellula terroristica operante in Italia.

D’un tratto, l’intuito e la tensione suggerirono all’avvocato Berti di allontanarsi dal palazzo di giustizia e di recarsi a casa, accendere il personal computer e verificare se nella posta elettronica avesse ricevuto un messaggio; si ricordò che Safyra, nell’incontro al bar di Piazza di Spagna, s’era dichiarata una convinta navigatrice di internet, che yahoo.com fosse il suo sito preferito, e forse era in grado di mettersi in contatto con lei tramite la e-mail.

Decise di lasciare l’ufficio giudiziario, salutando Lorella con un bacio sulla fronte e con “un arrivederci a presto”, dirigendosi  sicuro verso il quartiere di Trinità dei Monti; subito raggiunse la sua casa e lì, bruciò il tempo di salire le scale, accese il computer, diede la password  e infine consultò la posta elettronica, però alcun messaggio era in arrivo.

D’altronde, Safyra aveva il  numero di telefonino del legale ma non la sua e-mail.

“Porca miseria”, esclamò con rabbia!

Mai quanto quel momento aveva desiderato che la sua privacy fosse limitata dall’indicazione della e-mail nel biglietto da visita che aveva lasciato alla donna.

Gli ultimi fatti di Londra, poi, erano di una gravità inaudita.

Passarono le ore,  e a mezzanotte entrò  nell’attico la compagna, che ritornava dalla precedente serata di incontri e di lavoro, preoccupata dalle news.

Vide Fabrizio in soggiorno, chino sulla tastiera che batteva byte a una velocità impressionante e aveva l’aria stanca, quasi sfinito avanti il monitor che non gli dava una e-mail regolare con This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. e le mille variabili che, chattando, forsennatamente provava e riprovava.

La donna, in silenzio intuì quanto Fabrizio stesse cercando di fare. Nei giorni precedenti le aveva parlato della missione di morte dei terroristici islamici e dell’incontro provvidenziale con Safyra.

Le fu evidente che lui cercasse di mettersi in contatto con la misteriosa donna palestinese, però  non ne conosceva l’indirizzo elettronico.

Vide anche Fabrizio triste, quasi contrito e sfinito, con le lacrime agli occhi.

Olga  gli si poggiò delicatamente sulle spalle, e avvicinando il suo capo a quello del giovane legale, gli diede il bacio sulla guancia, con un largo sorriso.

Il giovane si sentì soddisfatto dell’amore e della sensibilità che gli mostrava la nuova compagna; per un attimo si chiese di quanta stupidità fosse pieno il mondo.

“Gli uomini sono alla ricerca del potere, delle ricchezze e non si accorgono di quanto ne abbiano intorno: basta perdersi nel tuo sguardo o negli occhi profondi della persona amata, e non importa se questa sia la propria donna oppure qualsiasi altro essere umano”, le disse con un tono amico, quasi sconfitto.

“Per quanto tempo dovrai stare avanti il monitor; amore mio, riposati”, osservò l’affascinate straniera, dagli occhi blu dell’oceano infinito.

“Fin quando non troverò Safyra, inviandole il messaggio nella sua posta elettronica, non avrò pace. So che posso farcela e lei è lì, in qualche parte del pianeta, con il suo personal computer.

Purtroppo negli incontri in città, non abbiamo avuto molto tempo di parlare e scambiarci i nostri dati personali, ma è intuitiva e intelligente.

Lo so; capirà che ho bisogno di mettermi in contatto con lei e lo farà,  via telefonino oppure, come credo, tramite la e-mail”.

La ragazza comprese anche la tensione e la rabbia che attraversava Fabrizio e non si staccò per un minuto dalla scrivania, guardando solidale  il monitor, sperando che il suo uomo riuscisse a chiudere la ricerca.

“Adesso riposati”, gli replicò.

“Sono quasi le tre del mattino; non puoi andare avanti così, fino a  quando non crolli”.

“Hai ragione, forse dovrei fare qualche ora di sonno; lascerò il computer acceso e poi chissà, domani proverò ancora….”

“Domani proverai”, ribadì la ragazza moscovita, meravigliandosi per la tenacia e la determinazione che  lo differenziavano dagli uomini del suo passato, ominidi negletti vissuti solo sulle spalle altrui, e speculatori d’amore.

“Sì, credo che domani riuscirò ad avere un contatto; lo sento…”

Fabrizio invece intuiva, senza riferirla, l’idea atroce che i terroristi sarebbero riusciti  a portare a compimento un grave attentato in Italia con la perdita di altre vite umane.

E quel sangue innocente avrebbe chiamato altro sangue.

“Spero proprio che sia così”, disse laconico alla ragazza, invitandola con un braccio ad andare a letto, insieme.

“Anch’io lo spero”, affermò l’ospite, con l’affetto e la condivisione di sempre, accompagnandosi nel letto, iniando a dormire abbracciata e rannicchiata al suo uomo, che nel sonno fu turbato dai paurosi incubi che si materializzarono nel volto sadico e spettrale del terribile Marwan Al Said, scuro quanto la morte.

Fu subito giorno.

Le prime ore del mattino passarono velocemente.

Dopo essersi svegliato, Fabrizio fece una lunga doccia che gli ridiede le sue forze, che la notte fonda aveva scalfito; il giovane, dagli occhi impigriti, si sentì ancora intorpidito, con le spalle irrigidite e i muscoli stanchi.

Uscito dal bagno, coperto ai fianchi solo da un telo azzurro, si recò in soggiorno; lì conversò amabilmente con Olga, la quale  lo coccolò come un ragazzino, invitandolo a distendersi sul divano e, dopo avergli massaggiato con le sue mani le spalle, lo invitò ancora una volta a non preoccuparsi.

“Come ti senti?” Domandò al compagno, con la sua voce ferma, dall’accento straniero e sensuale.

Fabrizio era irrigidito come un atleta pronto allo scatto, ma per non farla preoccupare, la rassicurò obiettando che stava vivendo solo un momento negativo, passeggero, e forse le sue paure erano eccessive.

“Sto bene, probabilmente sono al top; sento la voglia di confrontarmi anche con l’inevitabilità e l’ineluttabilità del destino, ma l’attesa mi sfibra, mi distrugge.

Alle ore zero zero dell’undici marzo mancano meno di sedici ore;  domani sarà un giorno di trepidazione”.

“Mi dispiace molto, mio dolcissimo ragazzo impertinente”, scherzò.

“E’ stato uno shock terribile l’attacco a Backingam Palace e io lo so, ora temi per la sorte della tua stupenda e incantevole città.

Stai calmo; hai già fatto tanto, intuendo il progetto criminale dei terroristi islamici, attivando la magistratura  e il tuo governo.

Ora spetta agli altri vigilare sulla vostra sicurezza nazionale”, disse l’effervescente ragazza, ritornando a coccolarlo con le sue mani calde e sensuali, e con  i suoi baci.

“Non posso stare tranquillo; dovevo riuscire a fermarli prima che lasciassero Roma”, rispose nervoso, alzandosi ed andando avanti su e giù per la stanza.

“Ho ragione a essere arrabbiato con me stesso”, replicò con più freddezza e lo sguardo proiettato lontano.

“In questi ultimi mesi  mi sono tradito, facendo errori di ogni sorta: ho difeso dei cinici assassini pronti alla commissione di efferati crimini, dando un contributo alla loro scarcerazione, e ho lasciato Lorella nella mani di uno squallido magistrato, dalle voglie sessuali abominevoli e represse;  ora non riesco a far nulla per la mia nazione.

Posso solo considerarmi fortunato di averti conosciuta e trovata”, obiettò rasserenandosi.

“Era come se ti aspettassi da sempre”, le disse, ritrovando toni più pacati, sereni ed intimi, che momentaneamente lo allontanarono dai suoi pensieri contriti, scrutandola negli occhi blu, prendendole i fianchi e attirandola stretta  al suo petto.

“Ma adesso il destino di molti uomini e della nostra città è nelle mani di quei miserabili terroristi islamici; quello sporco medico egiziano è lontano, sicuro”, disse l’uomo, facendo un’analisi delle catastrofi che potevano procurare.

Sentì pure tanto odio per il terrorista islamico che di certo superava quello per il procuratore della repubblica, ma se di quest’ultimo era certo che  lui gliela avrebbe fatta pagare per avere osato molestare Lorella, forzandole la volontà e costringendola ad andarci a letto, temeva, purtroppo, che nessuno al mondo fosse in grado di fermare i fondamentalisti e il loro abominevole capo, dileguatosi nel nulla. 

In effetti, affrontare Dario era facile: l’avrebbe aspettato nel corridoio della procura o nei corridoi del tribunale  per dargli delle sonore sberle e gridargli a gran voce del “vigliacco”,  sproloquiandolo di viltà, mentre il capo terrorista era avvolto da una cortina  di nebbia e progettava in Italia un’immane strage, nascosto nel buio, chissà dove.

L’affascinante interlocutrice, seduta comodamente sul divano del soggiorno, nonostante fosse certa di essere nell’anima del ragazzo, di lui pensò che fosse ferito dai ricordi del passato, che ancora non avesse superato il distacco dal suo primo grande amore; però lei lo amava più di se stessa ed era convinta che il suo giovane compagno  sarebbe riuscito a dipanare il groviglio dei problemi che gli navigavano in testa.

Se non altro, contro gli spietati assassini venuti dal medio oriente aveva già fatto molto, attivando i servizi segreti italiani e le forze di polizia.

Anche i minuti passarono velocemente.

Furono quasi le nove del mattino e Fabrizio decise di andare a studio.

Lì avrebbe  ricomposto le sue idee e, prima di uscire di casa, abbracciò appassionatamente la sua donna, invitandola dolcemente ad avere cura di se stessa, come se temesse qualcosa di indecifrabile e di perderla.

Lei rispose a quell’abbraccio caloroso e vivo, mormorandogli nell’orecchio le parole magiche e segrete di un’antica tradizione pagana del popolo russo,  il cui significato l’uomo riuscì solo a intuire, seguendolo fino all’uscio di casa con il cuore colmo dei sentimenti mai provati per nessun altro uomo ed il presentimento che  il giovane potesse morire o che gli accadesse un fatto grave. Lo vide uscire e scendere  velocemente le scale.

Entrambi sapevano degli attimi, dei giorni e dei mesi indimenticabili passati insieme, e temevano che il destino o un cupido maligno e burlone fosse geloso della loro intrigante, complice armonia, come se da un momento all’altro la loro felicità potesse svanire come nebbia al sole.

Lui non era riuscito a confidare a nessuno quanto sentimento provasse per la sua splendida diplomatica moscovita, e il loro rapporto era perfetto, come se fossero una cosa sola, un  solo pensiero, un solo corpo.

Erano stati due naufraghi dispersi nel mare, che  a causa di un sortilegio antico si erano trovati aggrappati sulla stessa zattera che dal largo  li aveva condotti sulla battigia, poi a Roma, e lì si erano conosciuti e amati.

Fabrizio lasciò di corsa la sua casa.

A studio le ore trascorsero una ad una, e furono cariche di attesa e di tensione.

Il legale era incerto sul da farsi e fissava ora la cornetta del telefono sopra la sua scrivania, ora il cellulare telecom che teneva stretto nella mano, aspettandosi uno squillo che tardò ad arrivare.

Intuiva che Safyra non lo chiamasse perché era impedita o  paurosa d’essere scoperta, anche se le sorti di persone innocenti dipendevano da lei e dal suo cuore.

Il tempo passò velocemente.

Si fecero le diciotto e trenta, poi le venti, infine le ventiquattro.

Fu mezzanotte e l’avvocato decise di tornare a casa con l’animo contrito da un freddo glaciale, con tanta rabbia in corpo, poiché i primi minuti del nuovo giorno erano scoccati da pochi secondi e l’undici marzo scorreva indelebile il suo tempo.  

Per Fabrizio fu una fortuna ritornare  a casa.

Olga lo notò non appena gli aprì la porta, contenta di rivederlo poiché da ore lo aspettava ansiosamente su nell’attico; le telefonate durante il giorno non l’avevano liberata della sua preoccupazione e dalle paure inconsce che al suo uomo potesse accadere qualcosa di irreparabile.

“Ha telefonato qualcuno?”, disse  lui entrando nell’attico e conoscendo la risposta, poiché diversamente sarebbe già stato informato.

Lei rispose di no, andandogli incontro ad abbracciarlo, spezzando quello strano silenzio che regnava nel soggiorno, interrotto solo dalle voci e dai suoni del televisore, poggiato sopra una discreta parete attrezzata posta avanti il divano.

Era notte fonda e i due giovani si scambiarono solo poche frasi, sentendo il peso di quelle  ore terribili, uniti solo dall’amore verso il compagno, guardandosi seduti vicini sul divano e tenendosi la mano con la reciproca solidarietà.

Decisero di andare a riposare; furono quasi le due del mattino e  la giornata si annunciava infernale.

Fabrizio guardò un’ultima volta sia il suo computer che il telefonino, messo da lui sotto carica, ma non aveva ricevuto alcun messaggio.

La terza ora dell’11 marzo  era iniziata a consumarsi e si portò a letto,  deciso di riposare.  

Alle sette meno un quarto del mattino, un bip bip partì dal personal computer e si espanse dal soggiorno dell’attico alla camera da letto.

Il trillo lo avvisò  che nella finestra della sua posta elettronica ci fosse  una e-mail in arrivo; era una delle centinaia di Safyra@.com e nomi fatti a casaccio il giorno precedente che gli rispondeva e, per Dio, era proprio lei: Safyra lo informava dell’inizio  delle operazioni dell’imminente attentato.

Il marito Marwan Al Said, di notte, inspiegabilmente, aveva abbandonato con un fedele mujaheddin il rifugio vicino al lago di Garda, e Muhammad e gli altri terroristi, poco prima dell’alba si erano preparati e vestiti eleganti.

Da alcuni minuti avevano lasciato la casa, nella quale lei era  stata lasciata sola ad aspettare il loro ritorno.

Erano  diretti a Roma,  per punire il grande Satana.

Il suo numero era  666, seicentosessantasei, ma la donna non fu in grado di riferire all’avvocato altri particolari, poiché  la sera precedente, nel corso della riunione di preghiera tra gli uomini, anche se lei aveva origliato poiché le era stato proibito di partecipare essendo una donna, non aveva sentito nulla  di quanto avesse detto Marwan ai suoi fedeli, e pertanto non le era dato conoscere il piano d’attacco.

Safyra supplicò Fabrizio di fare qualcosa: Muhammad era andato con altri cinque fratelli islamici e temeva per la vita del figlio, ritenendolo uno dei componenti del gruppo suicida che avrebbe dovuto compiere la missione di morte, adempiendo la fatwa.

L’avvocato Berti restò sgomento; doveva subito elaborare un piano d’azione, agire immediatamente, prima che l’attentato fosse portato a termine.

Oramai era certo che Roma fosse il luogo designato, ma l’arma e le modalità dell’attacco gli erano ignote.

La donna gli aveva indicato il numero del Grande Satana e a Fabrizio finalmente fu chiaro quale fosse il vero obiettivo: Marwan Al Said era stato un fanatico religioso egiziano delle regioni del Nilo Bianco, un cristiano coopta convertitosi all’Islam, seicentosessantasei era il numero biblico del Grande Satana e gli stessi cattolici eretici e cristiani protestanti nei secoli passati avevano identificato il male nel papa e nel suo titolo di pontefice massimo della chiesa cattolica, “Vicarius filii Dei”, dalle cui lettere gli esegeti estrapolavano il numero romano della biblica bestia selvaggia, appunto il grande Satana.

Poiché i terroristi erano lontani dalla città di Roma e dal Vaticano almeno quattrocento miglia, a Fabrizio una cosa fu certa: che l’attacco sarebbe arrivato in poche ore, forse in pochi minuti e dall’alto, mediante il dirottamento di un aereo di linea da far precipitare sulla Città del Vaticano e  sulla chiesa di San Pietro, con l’auspicio di Allah, l’Unico Dio  e di Maometto, il Suo Profeta, al fine di annientare definitivamente il pontefice di Roma, simbolo per eccellenza della ricchezza opulenta del mondo occidentale.

“Ma perché il perfido medico egiziano aveva lasciato il suo rifugio almeno sei ore prima del figlio e degli altri terroristi, accompagnato solo da un suo fedelissimo?

Perché Safyra era stata ingannata dal marito ancora una volta, poiché da quella missione nessuno, nemmeno Marwan Al Said, ne sarebbe uscito vivo?”

All’avvocato sembrò di scoppiargli l’anima dentro il petto.

Si vestì frettolosamente e lasciando la sua casa salutò con un forte bacio la sua donna, dicendole di amarla quanto la sua vita, indirizzandosi verso il Viminale, negli uffici centrali del ministero dell’Interno, che raggiunse dieci minuti dopo, alle sette e quaranta, deciso ad  allarmare anche il presidente del consiglio dei ministri, con il cui segretario personale, nel frattempo e telefonicamente, convenne di recarsi a palazzo Chigi per un colloquio classificato urgentissimo.


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I giorni passarono lentamente; Fabrizio era diviso dall’amore per Olga ed il suo lavoro.

Ancora non si era spenta l’eco dell’operazione “ambasciata americana” e nonostante fossero trascorse delle settimane, un giornalista inglese del Thimes Square, girovago tra le strade di Roma Prati, si era presentato a studio dell’Avvocato Berti,  deciso a raccoglierne l’intervista e farne uno scoop.

Per Fabrizio era importante riuscire a starsene in sordina e non creare degli allarmismi.

Aveva molto su cui pensare, una nuova vita con l’affascinante diplomatica da affrontare, doveva redigere la relazione finale ai lavori della commissione d’indagine da presentare al presidente del consiglio in persona, la quale gli aveva tolto linfa e lunghe ore di lavoro nelle settimane precedenti, e soprattutto per lui riuscire a venire a galla dall’intrigata vicenda che riguardava i suoi ex clienti oramai dileguatisi nel nulla era un’ossessione.

Decise di affrontare ogni cosa catapultandosi nel lavoro, sperando di essere ricontattato dalla donna del perfido Marwan Al Said,  donna Safyra, la quale gli aveva svelato i segreti di Al Qaida e si era mostrata interessata a sventare l’attentato che a suo dire il marito ed i complici islamici preparavano in Italia.

Il giovane aveva informato la procura della repubblica romana, difatti si era detto con Lorella di tenersi informati sulle eventuali nuove notizie ed era nell’attesa degli ulteriori sviluppi dell’intrigata vicenda giudiziaria ed internazionale.

L’avvocato Berti s’era messo da parte ed aveva evitato di rilasciare alla stampa le dichiarazioni, ma il giornalista inglese quella mattina fu insistente, convinto che il legale italiano potesse rivelargli la verità, e desiderava intervistarlo.

Fabrizio prese tempo, indeciso se utilizzare i media, informandoli di un imminente attentato, al fine di scombinare i piani della cellula di Marwan Al Said, oppure di starsene zitto  e collaborare lealmente con la procura di Roma, continuando a sperare in Safyra, che forse  lo cercava per mantenerne i contatti.

Alla fine, declinò l’invito di essere intervistato  e congedò il giornalista.

Decise di non lasciare per il momento la città di Roma, evitando di andare nei week-end in Sicilia, a Montecarlo o in una delle centinaia città d’arte disseminate nelle regioni centrali della penisola. 

Poi Olga era a Roma e gli impegni diplomatici non la distolsero dall’essere vicino al suo uomo.

Intanto, il lunedì i processi penali ripreso al palazzo di giustizia di piazzale Clodio e la celebrazione dei dibattimenti presso il tribunale capitolino fu l’occasione per far incontrare l’avvocato Berti con la giovane sostituto  nell’ufficio del pubblico ministero.

Lorella fu felice di rivedere Fabrizio, però non fece nulla per nascondergli di sentirsi triste, preoccupata dagli eventi.

La debacle dell’operazione di polizia contro gli extracomunitari era stata grave ed anche se l’opinione pubblica e i mass media la sostenevano, il successo professionale oramai più non le interessava.

Per quello aveva pagato un duro prezzo ed aveva perso il suo uomo;  dopo, le preoccupazioni di un imminente attentato a Roma la lasciavano sgomenta, sentendosi impotente ad affrontare il nemico nascosto nel buio.

Fabrizio fu messo al corrente delle perplessità della donna, circa l’insuccesso delle ricerche, in ogni angolo della città, delle forze di polizia contro il pericoloso terrorista straniero ed i complici della sua cellula islamica, perché avevano deciso di essere amici e si telefonavano ogni giorno.

Quella mattina il giovane aveva deciso di  rompere gli indugi e di aiutare la sostituto procuratore a chiudere definitivamente il caso.

Voleva farlo con tutto se stesso, per Lorella e la nazione.

“Come posso aiutarti?, si chiese avanti a lei, giunto quasi di corsa a palazzo di giustizia.

Si ricordò del primo incontro con Safyra, presso l’appartamento romano di via Palestina, vicino la fermata metropolitana di Ottaviano, nel quale la donna disse che  il cognato e suo figlio erano fuori la città, ai castelli romani.

La donna aveva detto che si trattava di una gita fuori porta, in una lussuosa villa vicino una famosa fontana dei castelli, ad Ariccia, ma analizzando i fatti, scomponendoli e ricomponendoli, essi erano inverosimili.

Possibile che quella località avesse una qualche relazione con la sparizione di Marwan Al Said e che il capo della cellula di Al Qaida in Italia avesse lì il suo covo?

Decise di indagare e scoprire la verità.

Dopo aver salutato la giudice e lasciato gli uffici dell’edificio giudiziario romano, tenendola all’oscuro dei suoi futuri passi e progetti, si recò a Trinità dei Monti, uscì dal garage la sua autovettura, attraversò il centro antico della città  e guidò prima verso l’ingorgo del traffico e la periferia, dopo in direzione dei castelli, continuando lungo la strada ad essere inquieto, macinando le  diverse ipotesi.

Solo una volta nella vita si era sentito impotente  - obiettò in sé  - quando nell’adolescenza non era riuscito a convincere un suo amico siciliano a desistere dalla commissione di gravi illeciti penali; fino a quando quell’ingresso nell’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra non era stato portato dall’amico del cuore a compimento e non aveva creduto che il giovane, senza alcun apparente problema, potesse giungere a tanto.

L’amico entrò nell’associazione, ma non potette uscirne.

Non gli aveva creduto, né accettato i suoi consigli; dopo la libertà, il giovane compagno perse anche la vita.

Ne dedusse da quella esperienza, rimuginatagli in testa con un volo pindarico, che fosse necessario credere non solo in se stessi ma, a volte, anche negli altri.

La misteriosa signora palestinese era una donna credibile perché i suoi occhi neri e profondi non potevano mentirgli.

Lei gli aveva chiesto aiuto, senza alcun interesse, e appariva disperata, disposta a tutto: lui conosceva la psicologia di una donna, e la giovane palestinese lo era. 

Giunto nella località laziale, si chiese dove potessero essere alloggiati i terroristi.

Per uno straniero non era difficile affittare dei locali oppure, se si trattava di un  uomo all’apparenza facoltoso, una villa dei dintorni.

I complici del medico egiziano certamente si erano mossi come dei comuni turisti stranieri e probabilmente si erano anche rivolti ad un’agenzia immobiliare.

La ricerca degli alloggi però risultò negativa fino alle ultime ore della sera;  l’avvocato momentaneamente desistette di andare da agenzia in agenzia, a chiedere e domandare se nelle ultime settimane degli  stranieri di origine araba avessero preso in affitto dei locali.

“E’ come se cercassi un ago nel pagliaio”, rimuginò.

“Spero di riuscire a trovarli”, impose a se stesso, non nascondendosi le difficoltà, sentendosi per la prima volta sfiduciato, poiché l’intuito e la fortuna lo avevano abbandonato. 

Quasi immediatamente però le sue paure si dimostrarono parzialmente infondate; appena Fabrizio fece ritorno a Roma, entrò dal muro Torto in una porta della città antica, diretto sul viale Veneto, e sentì squillare il cellulare.

Era Safyra, della quale ne riconobbe subito la voce chiara e limpida, dall’accento straniero, tipicamente arabo, che gli chiese aiuto, informandolo di trovarsi vicino la città di Milano, con il suo uomo ed il figlio.

Il marito si sentiva addosso il fiato degli inquirenti e delle forze di polizia  ed era stato costretto a lasciare la villa presa in affitto presso i castelli romani.

Ora si trovavano vicino ad uno dei  caselli sull’autostrada Venezia-Milano, ed il medico egiziano aspettava nell’autogrill di incontrarsi con i suoi mujaheddin; poi  si sarebbero diretti verso la località segreta designata, vicino Bergamo, che la donna non fu in grado di indicare. 

Stava telefonandogli da una cabina telefonica ed era impossibilitata a fornire altri elementi utili alla loro individuazione.

Aveva detto agli uomini della sua famiglia di recarsi nella toilette, ora subito doveva ritornare presso l’autovettura del marito per non destare alcun sospetto.

Gli spiegò di essersi tormentata a lungo per non aver avuto la possibilità di mettersi in contatto con il legale e si dichiarò insicura di poterlo fare in futuro.

Confessò pure di essere preoccupata perché aveva capito che il lunedì prossimo si sarebbe scatenato l’inferno.

La conversazione telefonica cadde prima che l’interlocutore  potesse chiedere un qualche ragguaglio.

“Accidenti! Occorre fare presto; a lunedì mancavano solo alcuni giorni”.

Fabrizio decise di telefonare all’ufficio della procura  della repubblica romana e chiese della sostituto procuratore, ma il  suo cellulare era spento: doveva parlarle urgentemente.

Ritelefonò al centralino facendosi passare la  segretaria che a sua volta gli passò l’interno desiderato della giudice, al momento intenta nel suo lavoro.

Decisero di vedersi subito.

Alle ventuno Fabrizio  di corsa fu nuovamente negli uffici della procura, nella stanza del magistrato, informandola degli eventi e degli ultimi sviluppi.

“Sei sempre stato un tipo in gamba”, gli disse Lorella sorridendo, contenta di vedere l’antico ragazzo e stupita del suo immediato arrivo, prendendolo ad un braccio ed invitandolo ad accomodarsi dentro l’ufficio dopo avergli fatto l’incontro lungo il corridoio.

I due giovani parlarono a lungo delle ultime vicende personali; Fabrizio riferì di avere sentito la voce della sua confidente preoccupata ed impaurita, di essere sicuro solo della data dell’attentato:  Safyra  aveva riferito che il lunedì prossimo, l’11 Marzo,  a Roma si sarebbe scatenato l’inferno.

Considerati gli ulteriori elementi, anticipati dalla donna musulmana nell’incontro di piazza di Spagna,  quali  l’attacco al “Grande Satana” e le cartine della città rinvenute nel covo, dove erano state lasciate dai terroristi islamici, era possibile che l’obiettivo designato fosse probabilmente il Colosseo, la metropolitana capitolina, oppure la stazione centrale, presso la quale incombeva lo spettro delle stragi.

Ma quali erano le armi con le quali gli islamici avrebbero seminato il terrore e perché si erano allontanati da Roma.

Era certo, come riferito dalla donna, che i terroristi si sentivano braccati ed avevano lasciato la capitale al fine di contare sull’appoggio dei mujaheddin infiltrati tra gli arabi e gli islamici delle moschee di Milano e delle città lombarde, ma qualcosa gli suggerì che quelle tracce avessero qualcosa di subdolo, che fossero l’ultimo diversivo studiato dalla mente diabolica di Marwan Al Said.

Questi non aveva desistito dall’organizzare e portare a termine la missione di morte, ma il suo modo di ragionare e di agire, lentamente si mostrò a Fabrizio prevedibile: l’egiziano aveva certamente un piano e le tracce lasciate erano una falsa pista per gli inquirenti.

Forse il medico egiziano, sentendosi braccato, voleva che le forze dell’ordine italiane concentrassero le loro energie e ricerche nella prevenzione dell’attentato ad uno degli obiettivi sensibili della capitale, cerchiati nella mappa della città  ritrovata nel covo, per agire liberi  sul luogo vero dell’attentato.

Pensò anche che la data dell’11 Marzo fosse un augurio felice ai terroristi e il segno del destino per i cittadini occidentali, i quali, alcuni anni prima, avevano assistito impotenti alle stragi di Madrid e Parigi.

Fabrizio si disse preoccupato, ma Lorella rispose che l’imponente apparato di prevenzione disposto dal governo, su espressa richiesta della magistratura capitolina, stava facendo il suo meglio.

La donna intanto colse l’occasione di avere vicino  il suo  Fabrizio, e gli confidò anche di sentirsi stanca:  da quanto lui era uscito dalla sua vita, si sentiva sola, vuota, frustrata, perché le mancava la sua metà.

E  lui era stato l’altra metà.

Ne aveva parlato anche con il suo migliore amico, ma Dario non aveva capito nulla dei suoi sentimenti, e alla fine aveva abusato della sua amicizia.

Raccontò i fatti della sua vita privata degli ultimi giorni, riferendogli  dei continui incontri con Dario, le avances del procuratore capo che si era dichiarato innamorato di lei, le serate passate insieme, le cene a lume di candela, infine  le circostanze dell’ultimo invito serale al ristorante, dove Dario l’aveva circuita, stordendola di emozioni e di champagne; poi avevano fatto all’amore.

Con certosina, puntuale analisi e voglia di confessarsi, esplorò le ragioni di quell’incontro molesto con il procuratore; concluse che, anche se lo aveva spinto e aiutato a provarci,  dopo si era sentita sporca, avendo subìto dall’uomo una violenza.

Aggiunse, a singulti e in lacrime, di sentirsi stuprata.

Il sangue di Fabrizio raggelò, mortificandosi di quanto accaduto, non credendo quasi alle proprie orecchie, giurando a se stesso che al procuratore l’avrebbe fatta pagare cara. 

La donna acconsentì, dicendo di sentirsi in errore per essersi fidata del collega, rivelatosi sleale ed ambiguo, dichiarandosi dispiaciuta di non essere un uomo, altrimenti lei stessa gli avrebbe dato una sonora lezione, infliggendogli più dell’umiliazione di averlo buttato fuori dalla sua casa, sbattendogli la porta in faccia.

Con decisione, Fabrizio replicò che a quello ci avrebbe pensato lui, personalmente, e al più presto…

“Tempo al tempo”, sentenziò.

“A proposito, Gaymonat è in ufficio?”, si informò sibillino, sospettando di no, diversamente lei l’avrebbe menzionato, suscitandole l’apprensione poiché lo conosceva, e sapeva bene che il giovane era capace di andare subito nella stanza di Dario, entrarvi senza farsi annunciare dalla segreteria personale e dargliele di santa ragione, prima che alcuno o gli uomini della scorta potessero intervenire a difendere il procuratore.

“No, è andato dal signor ministro di giustizia, ad un incontro istituzionale. Mi ha anche domandato di accompagnarlo, supplice di pietà, chiedendomi di scusarlo perché è un uomo disperato e innamorato, ma l’ho mandato a quel paese”.

“Allora che ne dici se insieme mettiamo qualcosa sotto i denti”,   disse Fabrizio con la voce apparentemente goliardica e festosa, volendo rompere l’atmosfera greve che era scesa nell’ufficio, imponendo alla donna ed a se stesso di cambiare i toni e l’argomento.

“Io sono libero; mi piacerebbe portarti in giro, in lungo e in largo per la città”.

“Questa sera ti invito a cena, a casa mia, e sarò io a cucinare per te”, replicò l’elegante donna, la quale ritrovò un timido sorriso sotto i suoi occhi stretti e sorridenti.

“Va bene mia dolce giudice. Dopo i pranzi e le cene che ti ho preparato,  il tuo invito è una leggera forma di ristoro.

Inoltre, penso che sia già tardi ed è un’ottima idea; così a nessun paparazzo verrà in mente di fotografare un innocente incontro tra due ex amanti, scontratisi  nell’indagine giudiziaria della procura capitolina più difficile degli ultimi anni,  riconciliatisi attorno ad un buon piatto…”

Risero entrambi, contenti di avere ritrovato se stessi ed il binario dell’antico dialogo, anche se alla donna non interessava avere in Fabrizio solo un amico; era cosciente, però, che lui al momento fosse di un’altra.

Ma il giovane aveva detto che quella sera era libero, la sua attuale compagna impegnata nell’ambasciata russa sino a notte fonda e lei non si sentiva seconda a nessuno, anche se l’uomo le era sentimentalmente distante.

Tre quarti d’ora dopo, l’avvocato e la ragazza arrivarono a casa del magistrato, ed ella si mise subito a mettere in ordine la casa, preoccupata che il legale potesse giudicarla per la confusione che vi regnava; poi si portò in cucina, rovistò tra i fornelli ed iniziò a preparare delle insalate  con delle succulente bistecche ai ferri.

“Non aspettarti di mangiare grandi leccornie”, disse l’affascinante ragazza veneziana a Fabrizio, ritrovando la verve di sempre,  muovendosi con grazia ed eleganza, contenta di avere a casa il gradito ospite.

“Non sono un’eccellente cuoca”, continuò lei, “ma ti assicuro che le insalate sono fresche  e si associano bene al tuo ottimo vino bianco delle colline senesi, quasi gridò con la voce squillante ed estraendo con il cavatappi la bottiglia di vino, mentre le carni ai ferri furono già pronte.

La donna, non appena era giunta a casa si era liberata della sua giacca di renna, legandosi i lunghi capelli ambrati ed apparendo al giovane più bella, con le due guance rosse pronunciate, muovendosi velocemente tra gli arredi e la posateria della cucina, calzando dei comodi sandali che la resero più veloce  e leggera.

L’uomo si accomodò in una poltrona dell’ampia camera, dove oltre la cucina c’era anche il soggiorno ed un improvvisato salotto.

L’appartamento era comodo, non era grande ma accogliente. Fabrizio rimase stupefatto della metamorfosi della donna, la quale rovistava in cucina come se fosse un’esperta in culinaria e da anni fosse fedele nella preparazione dei semplici ma genuini piatti, che furono accompagnati anche dalla frutta e dalle verdure di stagione.

Cenarono dopo appena mezz’ora, prima della mezzanotte, seduti in cucina nel piccolo ed accogliente tavolo illuminato dalle candele, preparato nei coperti dalla donna premurosa di apparire agli occhi dell’ospite  come un’avvenente casalinga, mostrandosi intrigante nei successivi dialoghi, dove parlarono di molte cose: le rispettive professioni, dell’amore, i sogni ed il destino.

La serata era accogliente ed entrambi si sentirono a loro agio, come ai vecchi tempi in cui la donna s’era trasferita nell’attico del suo uomo, a piazza di Spagna, dalla cui vetusta veranda si vedevano la suggestiva chiesa della Trinità dei Monti, le sue scalinate e l’angolo di via Condotti della città eterna.

Lei, dopo la fuga dal suo nido, s’era sentita naufraga, disidratata; invece ora era a suo agio ed in buona compagnia.

Fabrizio si sentì stupefatto a potere parlare di ogni cosa con la compagna di un tempo, la quale, più non lo odiava e non accennò nemmeno a una timida gelosia quando le raccontò di sentirsi felice e soddisfatto con la nuova compagna: questa era dolce e fedele, e anche se diceva di essere una donna libera ed in carriera, ogni sera non vedeva l’ora di ritornare a casa  dal suo uomo.

L’antica compagna, invece, era veramente cambiata.

A sentire quelle parole non provò alcuna gelosia, anche se l’eco della nostalgia del passato la stordì: adesso era diversa, e finalmente aveva trovato insieme la dignità  di donna ed il suo orgoglio.

“Non mi ero mai resa conto di quanto fossero importanti i miei sentimenti, posticipandoli alla carriera professionale, agli ideali di giustizia, fin quando non ti ho perso: oggi, l’averti ritrovato, anche se solo come amico, mi rende felice di andare avanti.

Un giorno anch’io incontrerò l’uomo della mia vita, come tu mi dici di avere trovato la tua donna, ed avrò dei sogni, forse dei figli…

E poi, chissà se…”, chiosò lei.

“Non dire una sola parola.

 E’ scaramantico”, disse Fabrizio, guardandola profondamente negli occhi, ammonendola a non elucubrare con i  suoi “se”  e  i “chissà”.

“E’ vero”, disse attonita, intuendo di  essere stata bloccata a non valutare, nemmeno per ipotesi, un futuro che li vedeva insieme da protagonisti.

“Per tutta la vita ho inseguito la felicità e non mi sono mai accorta che essa era qua, vicina al mio cuore; oggi è perduta, ma mi rendo conto che non si può amare veramente un uomo se non si ama se stessi con la semplicità e la convinzione di essere pieni di valori”.

“Già”, rispose il giovane avvocato, muovendosi verso di lei, guardandola ancora profondamente negli occhi e infine, rompendo gli indugi, abbracciandola per lunghi intensi minuti, teneramente, ricordandole i mille giorni vissuti insieme, nell’alcova e nei segreti dei loro cuori, destinati oramai a percorrere strade diverse. 

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La sera, Lorella e Dario si incontrarono a cena, in un fine ed esclusivo ristorante di Roma.

Dario la raggiunse con la sua autovettura privata, mentre lei alcuni minuti prima era giunta nel locale accompagnata dagli uomini della scorta.

La donna come sempre era elegante.

Indossava un vestito di seta nera, dall’orlo asimmetrico e una giacca di pelo lungo, colorata lilla, con una piccola borsa ricamata che teneva in mano, calzando scarpe a punta in fantasia maculata dello stesso stilista,  sembrando nell’abbigliamento e nell’attesa di avere un appuntamento galante.

Dario invece aveva cambiato look e scelto l’abbigliamento sportivo, indossando un paio di pantaloni blu, portati con la camicia azzurra, un po’ aperta, e un giubbotto di pelle nera, con i capelli e il pizzo brizzolati che erano in netto contrasto con gli occhi neri e la faccia scura.

Sembrava un uomo diverso, e senza baffi dava un aspetto ancora più giovanile, svecchiato di dieci anni.

Trovò Lorella più affascinante delle precedenti serate, anche se il pomeriggio l’aveva vista perdere il sorriso, poiché lei lo aveva informato degli ultimi sviluppi del caso giudiziario sui terroristi islamici e dell’incontro avuto negli uffici in procura con Fabrizio.

L’uomo ordinò al capocameriere la bottiglia di champagne francese e, rivolgendosi alla donna, fecero una conversazione seria ma sotto tono, durata inizialmente pochi minuti, visionando il menù con certosina pigrizia, contenti però che alla fine della cena e prima delle ventidue  e trenta sarebbero andati al Sistina per assistere a uno spettacolo teatrale.

Fuori, la serata era fredda, ma dentro il locale si stava piacevolmente al caldo di un camino, in compagnia delle note del pianista che allietava gli ospiti.

Lorella si complimentò con il compagno, ridendo dell’abbigliamento chic ma sportivo, inusuale all’esperto magistrato ultra cinquantenne, e a suo dire poco consono alla successiva partecipazione serale in teatro.

Di pomeriggio, nonostante si fossero detti al telefono di lasciarsi alle spalle gli argomenti di lavoro, Dario s’era mostrato teso  per gli ultimi avvenimenti; in realtà, era ancor più preoccupato dell’apparizione di Fabrizio che aveva dato alla donna, come da lei stessa confessato, una nuova luce ai suoi occhi azzurri.

Gli raccontò che averlo visto, inspiegabilmente l’aveva liberata dall’odio che la stava lentamente distruggendo.

La notizia colse l’uomo impreparato, infastidendolo fino al punto di lanciarsi in sottili invettive contro l’avvocato Berti, che suscitarono in lei non pochi sospetti.

Lei capì che il collega le voleva bene, però era un po’ invidioso ed  incapace di controllare le sue parole e le emozioni, mentre lui le disse sornione ma curioso: 

“Dimmi la verità, Lorella: sei ancora innamorata del tuo avvocato?

La ragazza, a sentire la domanda detta di stizza in quel modo, rise   rispondendogli che era buffo vederlo così geloso; in fondo gli aveva detto chiaramente che pensava di lui che fosse un amabile collega ed un sincero amico, che quel bacio che si erano scambiati era qualcosa di più di una tenera amicizia, ma lei si sentiva libera da qualsiasi vincolo affettivo, poiché la fine della precedente relazione d’amore le era costata molto e non voleva ricadere nell’inferno, perdendo la serenità conquistata giorno dopo giorno. 

Continuò a confidargli che, comunque,  l’avere rivisto il giovane, le aveva suscitato dei tumulti al cuore e le dispiacque averlo sentito lontano, diverso.

Dario fu colto da un altro fremito di paura, evidenziando la sua preoccupazione, perdendo la quiete che sino a quell’ora aveva avuto.

“Sai, non avrei mai creduto di sentirti dire queste frasi.

E’ come se lui ti avesse tradito due volte. Sono ancor più convinto che non merita il tuo amore e il tuo rispetto”.

“Non lo so”, rispose pacata la donna.

“Sono sicura però che le colpe vanno divise in due, a metà.

Pensavo che lui fosse un arrivista, invece è un ragazzo meraviglioso, pronto al sacrificio, anche della sua stessa vita.

Ma non importa.

Io l’ho perso e lui si è dato da fare.   

E’ così; la vita continua!

Adesso eccomi qui, con un’amabile collega, la cui voce e le   attenzioni mi rendono serena”.

A sentire quelle frasi, Dario si acquietò.

Lei aveva vissuto la fase dell’odio che la stava distruggendo; ora il sentimento di vendetta iniziava a cedere il posto all’indifferenza e questa, forse, lo avrebbe aiutato a conquistarla, definitivamente.

Il cameriere servì gli squisiti piatti che furono ordinati alla carta dai due colleghi; i cibi si presentarono ai loro gusti fini e ricercati.

Dario, nel corso della cena, la vide più smagliante e raggiante di prima; si convinse che la sua presenza le fosse gradita, e che la donna iniziasse a innamorarsi.

D’istinto  e rompendo gli indugi, le disse “guardami negli occhi”, confessandole il suo amore.

Lorella, non rimase sgomenta dagli occhi dolci di Dario e dalle parole d’amore dette a mezza voce; non si arrabbiò né si sentì grata, ma volendo più quieto l’irriducibile compagno serale che si era fatto temerario, con il sorriso e la voce sensuale, lo richiamò a essere l’amabile collega che era.

Poi, con immensa sorpresa, a volerlo frenare e ridimensionare, riportandolo nell’alveo naturale dell’amicizia, gli rispose glissando la domanda:

“Dario, ma tu sei un uomo sposato”.

Non aggiunse altro, come fanno le donne che vogliono spiazzare i propri corteggiatori navigati e maturi; dopo, come a giustificarsi, osservò che non le interessavano quel tipo di uomini.

“Sei un uomo sposato, e certamente rispetti tua moglie.

Debbo confidarti che a me piaci; sei gentile, premuroso, intelligente e maturo”.

Era strano parlargli a tu per tu, toccare degli argomenti  così intimi e personali; però lui era entrato nella sua vita più di quanto lei stessa credesse, e parlargli senza nessun segreto la mise straordinariamente a suo agio, sentendosi capita ed amata.

Dario invece si sentì precipitare in un vortice profondo di sensazioni, in caduta libera e senza alcun riparo, dichiarandosi anche dispiaciuto perché lei gli dicesse ch’era un uomo ammogliato, mettendolo in un angolo solo per quel motivo, comunicandole che il giorno prima si era rivolto ad un esperto avvocato divorzista del foro di Roma, al fine di presentare subito il ricorso per separazione giudiziale dalla coniuge, con la domanda di addebito della colpa alla moglie.

“Mi dispiace”, replicò Lorella.

“Io non ho il diritto di lamentarmi, ma credimi, è passato molto tempo da quanto la tua storia d’amore è finita”, chiosò lei.

“Lo so”,  continuò, “hai voglia di rifarti una vita.

Io però voglio starmene sola, a guarire le mie ferite; e poi desidero conoscermi.

L’uomo, a sentire quelle parole, fu colto da un impeto di rabbia che riuscì a contenere: Lorella era stata quasi sua, l’aveva portata a mostrare i suoi sentimenti, baciandola e facendosi ricambiare il gesto di piacere; ora lei invece di gettare via ogni resistenza, replicava dicendogli di avere bisogno del tempo, di volere meditare e starsene da sola.

“Che rabbia”, pensò.

Gli passò l’appetito e non fece a meno di guardarla con avida attenzione, spostando gli argomenti della conversazione sugli occhi della donna, che gli sembrò quella sera più affascinante e intrigante del solito, comunicandole una bella notizia che l’avrebbe fatta felice.

“A breve riceverai la lettera ufficiale dell’incarico presso l’ufficio del magistrato dell’ONU a Vienna.

Il Consiglio Superiore della Magistratura ha dato il suo assenso ed il ministro di giustizia controfirmerà la mia proposta”.

Lorella sorrise, sprizzando gioia da ogni poro della sua pelle.

“E vai… “, disse quasi gridando, ed esultando in un istinto di contentezza che attirò l’attenzione degli ospiti del noto e chic ristorante.

“Penso che i nostri progetti stiano trasformandosi in realtà; e tu sarai presto il super procuratore della direzione nazionale antiterrorismo: gli eventi corrono nella giusta direzione”.

“Mi fa piacere che tu sia felice”, le puntualizzò a mezza voce, abbassando il tono del dialogo, a tutela della loro privacy, non volendo spezzare l’atmosfera festosa che si stava ricreando con l’affascinante collega, la quale gli rispose dicendo di avere la sensazione che c’erano in arrivo giorni migliori, e la procura di Roma ne sarebbe uscita rafforzata nell’immagine e nella professionalità.

“Su questo non ho alcun dubbio”, sottolineò Dario, con un sorriso dai denti aguzzi, colto dall’irrefrenabile attrazione verso la ragazza.

Lorella prese il suo calice di champagne e, invitandolo ad un brindisi, iniziò a bere a piccoli sorsi.

Si sentì felice; i momenti tristi erano dietro le spalle, la visita di Fabrizio l’aveva solo confusa.

Con Dario si sentiva straordinariamente in confidenza e voluta bene: lui  ne conosceva i progetti, i segreti, i desideri,  ed era sicura che nel momento del bisogno lui sarebbe stato lì, vicino a lei.

“Sai, tutte le mie energie sono rivolte al nostro lavoro ed all’immagine dell’ufficio; ho sacrificato anche la mia voglia di essere madre, di avere dei figli, pur di raggiungere traguardi ambiziosi”, disse commossa.

“E’ stupefacente”, continuò.

“La mia vita personale è stata sconvolta dagli eventi dei quali tu conosci ogni intimo aspetto, poi l’inchiesta sulla cellula terroristica a Roma è entrata nella fase più calda, dunque dovrei essere tesa, infelice; invece sento di toccare il cielo con un dito”.

Sorseggiò sola una goccia di champagne.

Dario avrebbe voluto riportarla con i piedi per terra, ma preferì non puntualizzare le difficoltà che l’ufficio della procura della repubblica stava incontrando nel condurre a buon fine l’intrigato caso giudiziario.

Riprese la parola Lorella, felice, sorridendogli raggiante e invitandolo a bere un altro bicchiere di champagne, che nel frattempo l’uomo versò nei loro calici.

Cogliendo l’invito al nuovo brindisi, Dario iniziò a sorseggiare dal suo bicchiere, senza togliere lo sguardo carico di desiderio dalla donna che gli apparve più sensuale e smagliante.

Lei stava uscendo da una vicenda personale che l’aveva coinvolta emotivamente, mettendole sotto sopra il suo mondo interiore, ora iniziava a essere felice.

L’uomo non voleva che la ragazza cadesse nella trappola dei pensieri antichi, ed era anche entusiasta dell’affetto che gli rivolgeva; la giovane  ed intelligente collega era anche abile nei dialoghi e gli confidava ogni cosa, con i suoi desideri più intimi e segreti.

Bastava guardarla per capire cosa pensasse.

Poi, riferirle che nel lavoro era brava e la sua carriera in ascesa, quella sera la rese divina e ancor più bella.

Dario decise che era giunta l’ora di costringerla a tagliare il cordone ombelicale con il suo passato, dimenticando Fabrizio e pensando al futuro, dove avevano insieme un ruolo da protagonisti: aggiunse che se lei lo voleva, la serata era l’occasione per rivelargli le sue verità nascoste ed essergli completamente sincera.

In realtà il procuratore mirava a conoscere i suoi punti vulnerabili, costringerla a gettarsi dietro le spalle i ricordi del passato e a dimenticare l’avvocato Berti, definitivamente.

“Sei arrivata a conquistarti un ruolo di primo piano solo grazie alle capacità professionali e alle tue doti di investigatore.

Mi hai parlato della tua vita con Manlio, un negletto marito, avido di denaro, insensibile ai desideri di una bella moglie, facendoti sentire una sua creatura. In fondo anche Fabrizio era un uomo egoista che anteponeva il suo carattere al tuo, mostrandosi intelligente e creativo, intuitivo e previdente; ma lui sfruttava solo la scia della tua classe, del tuo ingegno.

Invece era vero il contrario; e ora tu lo sai.

I risultati investigativi ottenuti dalla procura di Roma, nelle indagini contro la colonna romana delle brigate rosse derivano dalla tua bravura di giudice inquirente e non dalle intuizioni di chicchessia.

Poi, l’avvocato Berti non ha sostenuto la difesa dei terroristi islamici, facendoceli scappare dalle mani? Non credo che fosse in malafede.

Tu invece hai intuito la verità e la gravità dei fatti, mostrandola davanti al tribunale della libertà di Roma, sostenendo la tesi che le attività commerciali degli indagati fossero una fine e cinica copertura al piano criminale e non ti sbagliavi.

Sei intelligente e intuitiva, come nessun altro collega; ami la verità, e a differenza degli uomini del tuo passato, odi ogni forma di circuizione e di violenza della stessa.

Meriti ammirazione e rispetto”, concluse deciso.

La donna, seduta diritta sulla sua sedia e con i polsi appoggiati sul tavolo illuminato a luce di candela, lo sentì attentamente, abbandonando il sorriso che aveva tra le labbra, ponendosi in atteggiamento di ascolto, considerando la loro amicizia come il solido fondamento al suo presente, senza sospettare che Dario la stesse adulando al fine di conquistarle non solo l’amicizia, della quale oramai era certo, ma anche il cuore.

Non appena lui finì di riferirle i fatti così come li vedeva, Lorella si aprì con tutta se stessa, riponendogli la sua fiducia, senza limiti e riserve, confidandogli il passato, sentendosi grata per l’ammirazione che gli suscitava.

“Si è vero, mio caro; avrei tante cose da dire e  da raccontarti.

La mia vita è costellata dalle continue lotte per affermarmi come donna, senza scendere in compromessi o vendendo la mia dignità.

A sedici anni ho abbandonato la mia casa per vivere a Roma,  come altre migliaia di fanciulle attratte dal mondo della moda e dello spettacolo; feci mille mestieri pur di vivere, pagarmi la retta in un collegio di suore dell’ordine delle carmelitane e riuscii a diplomarmi.

Lavoravo in un programma televisivo, come comparsa in uno spettacolo, iniziando a conoscere il mondo e gli uomini.

Una sera sono andata a una festa, in un party organizzato dallo scenografo, e lì conobbi Manlio.

Lui inizialmente pensava che io fossi una donnina leggera, come le altre ragazze presenti.

Invece gli dimostrai il contrario e diventammo subito amici; frequentandomi, lui comprese che ero una ragazza con la testa sulle spalle.

Mi fece una corte spietata, coprendomi di mille regali,  di inviti a cena e mazzi di rose, e contro il parere dei suoi genitori mi chiese in sposa.

Avevo appena diciotto anni quando ci sposammo ed entrai a vivere in una delle famiglie più nobili di Roma; incoraggiata da Manlio, continuai i miei studi, iscrivendomi all’università in giurisprudenza, laureandomi alla Luiss senza alcun ritardo, con il massimo dei voti.

Ero la signora Borghese, felice, ubriaca di amore e di attenzioni; partecipai al concorso in magistratura, lo vinsi ed espletai fuori Roma il mio primo incarico di uditore giudiziario: non c’era un salotto della Roma bene dove io non fossi ammirata.

Ero una giudice, sia pure alle prime armi, e la moglie dell’avvocato Manlio Borghese, considerata quasi una nobile in carriera, e i fotografi, la gente, le mie amiche sempre me lo ricordavano, quando…”

Il racconto di Lorella si fermò, la sua voce si spense, e le lacrime le resero gli occhi lucidi; lei non ebbe il coraggio di continuare.

Dario avrebbe potuto giudicarla,  non era giusto violare la privacy del consorte, ma ebbe un morbido impeto di curiosità.

“Che cosa?”

 Aggiunse Dario, mostrandosi attento e dolce, con lo sguardo indulgente che la invitò di essergli schietta.

Lei continuò: 

“Quando scoprii che Manlio era ambiguo”, sbottò con rabbia la donna.

“Avevo sentito delle dicerie sulla sua presunta omosessualità, o meglio  sulla sua bisessualità,  ma non avevo creduto ai giudizi di amoralità che  nei salotti della Roma bene erano all’ordine del giorno anche su altri miei amici, che invece non lo erano.

Mi sentii tradita.

Decisi di affrontare apertamente Manlio, gli chiesi delle spiegazioni, ma delle verità nascoste si svelarono.

Lui andò su tutte le furie, accusandomi di essere una donna cinica e calcolatrice, arrogante e insensibile.

Mi disse che per me aveva sfidato le ire dei genitori, trasformato una ragazza di provincia in una nobildonna istruita, usato le sue conoscenze più riservate onde assicurarmi  il massimo dei voti e la lode ogni volta che sostenevo un esame all’università, aiutandomi infine a essere una vincitrice del concorso in magistratura, ed io lo ricambiavo con delle accuse.

E seppi che era vero…”

Ancora una volta il racconto s’interruppe, e l’interlocutore la spronò.

“E allora?”, curiosò Dario, al quale subito lei rispose.

“Ero in Sicilia, a Catania, titolare dell’ufficio di giudice del tribunale monocratico.

Iniziai a uscire con altri uomini che mi intrigavano, corteggiandomi senza avere il coraggio di farsi avanti, sino a quando conobbi l’avvocato Berti.

Fabrizio era un giovane penalista del foro di Catania, sempre affabile e sorridente.

Le sue e le mie colleghe andavano pazze per lui, e io decisi di abbordarlo”.

A raccontargli la sua avventura, le guance le divennero rosse, preoccupandosi di essere giudicata come una donna leggera e, con il sorriso impacciato, strizzando gli occhi, si scusò della franchezza.

Dario le assicurò che non l’avrebbe giudicata, dicendole che il vero amico sa ascoltare, nel silenzio e nel rispetto.

Lorella ruppe gli indugi.

Raccontò che aveva fatto di tutto pur di farsi notare dall’avvocato Berti, informandosi di ogni sua mossa ed amicizia, ma il giovane era sempre indaffarato in altri pensieri, quasi nemmeno la guardava, fin quando lei non trovò un abile espediente per trattenerlo vicino, chiamandogli, nel corso di una udienza dibattimentale, alle sette di sera, una causa da lui patrocinata, chiedendogli alla fine   di aiutarla a portare i fascicoli dall’aula udienza fino al ufficio posto al primo prima dell’ala del tribunale.

Dario, ascoltando dell’immediato interesse della donna su Fabrizio, fu colto dalla gelosia che seppe nascondere, invitandola ad andare avanti e a non preoccuparsi di sentirsi leggera ai suoi occhi.

“In fondo, quando si è innamorati ogni arma è lecita”, aggiunse il procuratore.

“E’ vero”,  rispose Lorella, ridendo e riprendendo seria il racconto.

“Fabrizio capì la mia invadenza, definendomi carina e prepotente, ma iniziò a corteggiarmi, innamorandoci entrambi pazzamente.

E non c’era un momento della giornata che io e lui non avessimo il pensiero verso l’altro.

Ci telefonavamo di prima mattina, addirittura Fabrizio era solito passare di buon ora nella mia abitazione di Corso Italia e non andava subito al lavoro,  nel suo studio o in udienza, se prima non avesse fatto con me all’amore.

Ci siamo amati appassionatamente, intensamente, e grazie a lui ho trovato la forza di abbandonare Manlio, definitivamente e senza alcun rimpianto.

Fabrizio mi fece capire quanto fosse importante amare un vero uomo e fare del sesso.

Era insaziabile, dolce, prepotente, e io ne divenni la migliore amica, la sua donna e lui il mio amante.

Di pomeriggio passava in ufficio, stavamo a parlare, insieme ore e ore, guardandoci negli occhi, e anche quando avevamo una visione del mondo diversa, ogni volta che le nostre mani si prendevano, stringendosi, tra noi scendeva una magica attrazione e ci  baciavamo intensamente,  irrefrenabili fino a spogliarci dei nostri vestiti con avidità, e la passione ci travolgeva.

Ricordo che inizialmente lui aveva del pudore, non sentendosi a suo agio nel fare all’amore dentro un ufficio giudiziario, nella stanza di un magistrato.

Dopo, non gli importò più nulla quando capitava che qualcuno venisse a bussare alla porta.

Il desiderio e la libido erano così irrefrenabili che alcuna cosa importava.

La sera poi passava da casa mia,  si usciva e gironzolavamo con la sua inseparabile autovettura a Catania by night, sotto un cielo stellato ed il clima invidiabile a ogni stagione, percorrendo le strade principali della città, costeggiando il lungomare, fino alla scogliera, dove ci appartavamo a parlare per lunghissimi minuti, raccontandoci la nostra vita, vivendo di emozioni e facendo nuovamente all’amore, scambiandoci ancora  i baci e le carezze, colti dall’insaziabile  voglia di possedere il corpo dell’altro.

Fare all’amore in automobile era un’emozione unica.

Pensa che una volta, mentre eravamo abbracciati e attenti solo l’uno verso l’altro, un agente di polizia bussò sul finestrino a lato del conducente, chiedendoci i documenti e contestandoci il reato di atti osceni in luogo pubblico”, continuò a dire la donna, con il rossore in volto che le colorò le guance, riprendendo a riderci sopra.

Fortunatamente, Fabrizio convinse l’agente di polizia che l’essere appartati escludeva il reato e che lo stesso pèoteva essere accusato di essere un guardone e di  aver visto male”.

Raccontare tutto al procuratore era stato una panacea, una valvola di scarico alla perdita di quel mondo di emozioni e di sentimenti che si era portata dietro due anni e che aveva perduto da appena alcuni mesi, non riuscendo a frenarsi nel racconto e nelle brevi risate, smorzate dai rumori del locale e dai toni bassi, leggermente isterici.

Senza accorgersene, nuovamente Lorella era vicina a una crisi di nervi, e riferire le sue emozioni d’amore  senza veli e alcun pudore le rinnovò le ferite.

Dario si innervosì, sentendosi geloso, tradito e desiderandola più di quanto pensasse, valutandola non solo come una donna dolce e sensuale, tenera e intrigante, ma anche ammaliante, trasgressiva e senza alcun freno.

Era la donna che aveva sempre desiderato.

Sentirla parlare così, intanto, gli suscitò una piacevole libidine e lo caricò di desiderio.

Vinse le sue paure e le domandò se da mesi non avesse più fatto l’amore.

Non era difficile indovinare e lei, disinibita dallo champagne, disse di sì, che aveva voglia: il desiderio d’amore di una donna non si vive solo al cinema o nei romanzi, gli rispose sicura.

Continuò a raccontare che aveva sedici anni quando fece all’amore la prima volta.

“Lui era un bravo ragazzo di Milano, in servizio militare a Roma.

Sentivo di amarlo, di volergli bene, ma dopo un mese di addestramento, gli arrivò il trasferimento in una caserma di fanteria vicino la sua città.

Partì, ci siamo sentiti solo alcune volte e non l’ho più rivisto.

Studiava alla facoltà di ingegneria civile  del politecnico di Milano, aveva appena vent’anni ed era bellissimo.

Ricordo che stavamo insieme ore e ore, a passeggiare sul Pincio e ammirare il cupolone di San Pietro, stando ai giardini seduti su una panca, a parlarci tenendoci mano nella mano; spesso avevamo un appuntamento a piazza di Spagna o presso la fontana di Trevi ed erano sempre dei pomeriggi e delle serate romantiche.

Erano gli anni migliori, quelli dei sentimenti più teneri e violenti, ma allo stesso tempo vissuti superficialmente: lui era orgoglioso di studiare l’ingegneria e sognava ad occhi aperti, con la passione di costruire magnifici ponti, io volevo fare teatro ma non avevo i soldi per frequentare la scuola d’arte.

E’ strano; ho dimenticato subito quel ragazzo, e adesso non ne ricordo neppure il nome.

Ho sempre detto che Manlio è stato il primo uomo della mia vita e Fabrizio l’unico amore…”

La voce della donna si fece confusa, più lenta, quasi assente a mostrare delle emozioni; Dario, per un attimo, abbandonò l’idea che gli andava macinando dentro di desiderarla e portarla a letto, sentendo dell’affetto per l’amica, la cui conoscenza più intima e quella confessione la fecero apparire non solo come la personificazione della donna ideale, intelligente e professionale, giovane e bella, calda e sensuale, ma anche debole, incerta e forse un po’ bugiarda.

Da buon inquirente, pensò che fosse difficile per una donna dimenticare il nome del suo primo ragazzo, dell’uomo che l’aveva sverginata, mostrandole il piacere del sesso.

Valutò anche l’ipotesi che ai tempi, lei fosse ancora una ragazzina che da Venezia s’era trasferita a Roma, senza molti soldi, certamente con l’unica preoccupazione di raggiungere gli obiettivi che s’era prefissa, che quel giovane militare fosse stato solo una parentesi delle sue prime emozioni, invece l’amicizia con Manlio l’aveva galvanizzata solo perché lui era la sua chiave utile a introdurla in un mondo diverso, ricco e interessante, che lei in realtà aveva sempre desiderato, tanto da lasciare i genitori e recarsi nella capitale.   

Seduto comodamente sul tavolo, dialogando con l’affascinante collega, era in grado di poterla giudicare; e conoscerla gli sembrò essenziale per averla.

Capì che era più vulnerabile di quanto pensasse.

Decise di conquistarla quella stessa sera, facendo segno al cameriere di avvicinarsi a sé e di portare al tavolo un’altra bottiglia di vino francese.

S’era fatta sera ed erano passate le undici.

La cena era piacevole e i dialoghi scorsero come fiumi, accompagnati da un’altra, due coppe di champagne che allietarono la serata e colorarono di sorrisi anche il viso di Dario, sempre teso ed attento, pronto a cogliere ogni segno delle emozioni della ragazza, mostrandosi visibilmente interessato ad ogni suo lineamento e oggetto, adulandola per i colori degli occhi, per i capelli ambrati che scendendo sulle spalle le donavano freschezza, per i gioielli che accompagnavano il suo abito da sera e non offuscavano il decolté ed i piccoli e sinuosi seni.

Aveva una donna da conquistare, non poteva certo illudersi che il suo fascino ne avrebbe vinto subito le resistenze, come se lui fosse l’uomo dei sogni o avesse da offrirle l’elisir dell’amore.

Della donna conosceva anche il piacere di sorseggiare del buon vino francese,  lei però non era abituata a berne più del solito.

“Sei bella e affascinante. Se io mi dovessi innamorare di te, ti amerei per sempre”, le pronunciò candido.

Lei scosse la testa, a dire che non era possibile, volendogli interpretare i sentimenti che erano solo di affetto ad un’amica.

“Lascia che sia io a giudicare chi tu sia per me”, gli rispose laconico Dario, con lo sguardo serio ed imperioso, tenendola in soggezione, iniziando a sentirla in suo possesso.

La donna apparve confusa, incerta nelle obiezioni, sorridendo imbarazzata ed evitando titubante di guardarlo diritto negli occhi, sentendosi grata delle adulazioni che la confusero e le suscitarono emozioni.

Lei lo sapeva, e lui iniziò a capirlo.

Doveva solo insistere, starle addosso, stordirla di sguardi, rimuoverle i sensi di colpa ed usarle della piacevole violenza per attirarla a sé, definitivamente.

Lorella era rinchiusa nell’angolo e non lo sapeva.

Dario le parlò pronunciandole parole dolci e sensuali, mettendola a confronto con la propria coscienza, suscitandole un interesse.

“Vorrei che anche tu mi dicessi cosa pensi di me”, replicò deciso all’affascinante compagna, ma con lo sguardo fiero e cupo, che la stordì quanto lo champagne: oramai era una questione personale e c’era in gioco la sua abilità non più nascosta di latin lover e di maschio.

La desiderò più di ogni altra cosa,  e gli importava averla.

Sapeva che non era la sua escort lady o mistress girl del fine settimana, ma per Dio, ogni donna aveva un prezzo e lui aveva dato a Lorella quello che lei voleva, condividendo le decisioni più importanti dell’ufficio, coinvolgendola nella gestione di delicate indagini, infine l’aveva proposta a coprire gli incarichi di prestigio.

Ora lui era pronto a riscuotere il premio.

In fondo glielo aveva implicitamente confidato la stessa Lorella che anche lei aveva un prezzo.

Era stata di Manlio, divenendo sua moglie solo perché l’aveva introdotta nel mondo della Roma bene, dimenticando per lui un giovane studente d’ingegneria che a dire della donna era bellissimo, si era invaghita perdutamente di Fabrizio, volendogli rubare quella freschezza che lei pensava di non avere mai avuta: era l’ora di essere sua, del procuratore capo che all’interno della procura della repubblica di Roma l’aveva coccolata, messa sul piedistallo delle attenzioni e degli onori.

Le disse di brindare ancora con una coppa di champagne, guardandola con lo sguardo avido, impavidamente pieno di libido, sentendola sotto il suo controllo, sicuro che quella sera l’avrebbe posseduta.

Pensò che anche le escort sono delle ammalianti accompagnatrici; le più belle non parlano di prezzo anche se sanno di essere pagate care, poi a cena sono delle signore di classe, affascinanti e di charme.

A letto invece sono solo delle puttane.

Lorella così gli apparve, nuda della morale, spoglia della sua coscienza che gli aveva confessato.

Sibillino le comunicò con il sorriso in bocca, mostrandole i denti e facendola sussultare, che gli piaceva pensare di lei che fosse la sua creatura.

Era passata da poco la mezzanotte; ancora Lorella e Dario non avevano lasciato il locale.

Oramai era tardi per raggiungere il teatro Sistina, dove quella sera alle dieci e trenta era previsto uno spettacolo al quale di pomeriggio avevano deciso di assistere, ma forse non era la serata.

“No, no è la serata”, obiettò lei sicura.

Lorella aveva parlato dei suoi problemi, dei suoi sogni e dell’amore; i due si erano dilungati a dialogare.

La ragazza notò anche che era una strana conversazione, diversa da quelle dei giorni precedenti, nella quale l’uomo le continuava ad apparire l’amico fidato, però si era fatto più invadente e, in un modo o nell’altro, la dominava.

Era entrato nella sua vita lentamente, ora rivendicava il ruolo dell’amico unico, esclusivo e,  per di più, si era dichiarato innamorato.

La dottoressa Alfieri era un po’ brilla a causa dello champagne che le piaceva; tuttavia non era abituata a berne oltre  il bicchiere.

Chiese a Dario di accompagnarla a casa.

Era stanca e voleva dormire.

Uscirono dal locale.

La macchina di Dario e la scorta raggiunsero veloce l’abitazione della collega.

Prima che ella lo salutasse, augurandogli il ritorno a casa e la buona notte, lui volle accompagnarla nel suo appartamento.

Lei non si sentiva bene, le girava la testa.

Aveva una gran voglia di mettersi a letto, rimanere da sola, riposare; e nonostante gli avesse detto di vedersi l’indomani in ufficio, capì di non riuscire ad allontanarlo, impotente a troncare gli inviti decisi dell’uomo che si disse preoccupato e dunque la seguì davanti l’uscio della porta.

Entrarono nell’appartamento, la ragazza quasi barcollò.

L’uomo si offrì di accompagnarla a letto; lei ne aveva bisogno ma,  tenendola appoggiata sulla sua spalla, sorridendo le disse che brilla la trovava più bella e affascinante.

Si portarono nella camera.

Seduti nel lettone, Dario l’abbracciò, attirandola, sussurrandole dolcemente che le sarebbe stato sempre vicino.

“Lasciami stare Dario; ti prego”.

Stordita dai fumi dell’alcool e con poca forza, Lorella replicò di sentirsi stanca, sfinita, senza voglia di discutere, ma il compagno la circuì, standole addosso.

“So quanto ti piace il tuo lavoro.

Vedrai che presto raggiungerai nuovi traguardi; l’ufficio del magistrato legislativo dell’ONU a Vienna, consideralo tuo.

Adesso però non voglio parlare di incarichi negli uffici giudiziari  e di onori.

Penso che questo non sia il momento, soprattutto alla presenza di una bella donna”, puntualizzò Dario, facendole scivolare la mano sulla spalla e su un fianco, con il gesto carico di libido e di desiderio, che la donna intuì essere invadente e temerario.

A lei quel gesto parve più di un’avance che forzò la sua volontà, alla quale però inspiegabilmente non seppe resistere.

Si trovava in camera, sola con un uomo elegante e piacevole, che quella sera le aveva fatto la corte spietata, senza riuscire ad allontanarlo.

Lui le si strinse addosso, abbracciandola.

Lei aveva voglia di scappare, di nascondersi, ma non glielo permise, braccandola, impedendole ogni scusa.

“Sei mia, Lorella”, le intimò, con la vece famelica e predona.

D’un tratto, lui la baciò sulla guancia con un tenero bacio, e le tirò giù la lampo  del vestito, fino alla schiena, abbassandole le sottile spalline, iniziando a baciarla con la lingua, sul collo e nel petto.

“Dario, no, non voglio. Lasciami stare”, gli supplicò.

“Sì che vuoi”, le disse l’uomo con la voce ritornata all’apparenza mite e sicura.

“Stasera mi hai confessato che hai il desiderio di fare all’amore ed ora non puoi tirarti indietro”, osservò l’uomo, mentre insisteva, non lasciandole il respiro ed il tempo di studiare la difesa con la quale riuscire ad allontanarlo, infine spogliandola del vestito da sera, lasciandole addosso solo la lingerie, perché così gli sembrò più sexy ed eccitante.

Lorella era stordita e con l’anima in fiamme.

Erano mesi che non faceva all’amore,  il suo corpo era pieno del desiderio di un uomo e lui la accarezzava in mille modi quando iniziò a baciarla in ogni parte del corpo, distraendola e procurandole il piacere.

Dario era un uomo esperto e raffinato, che da anni conosceva le donne e sapeva procurare loro forti emozioni, fino a farle cedere alle lusinghe, alle sue voglie, ma Lorella non volle abbandonarsi; non così.

“Non mi  sento bene”, gli obiettò.

Nuovamente, lui l’attirò a sé con la forza e, prima che la donna riuscisse a fargli resistenza, la distese nel letto e le fu sopra con il suo corpo che le bloccò i fianchi e le gambe, tenendole anche le braccia con le sue mani ogni qual volta lei cercasse di respingerlo.

L’uomo non disse più una sola parola e la baciò avidamente.

Mentre lei cercava di liberarsi dal peso del suo corpo che la tenne bloccata, con la mano destra l’uomo le strappò lo slip.

Era chiaro che voleva possederla, in quel momento.

Dario iniziò anche a svestirsi dei suoi abiti, approfittando della difesa debole della donna che nel frattempo in lacrime cessò di resistergli, e tirando giù la lampo dei suoi pantaloni, le sussurrò che lei era bellissima, che la voleva. Infine la penetrò, fino a quando il suo desiderio raggiunse l’apice, infierendo colpo su colpo tra le gambe della donna, la quale si lasciò trascinare dal piacere, gemendo di essere sua.

Si distesero nel letto, entrambi stanchi, provati ed incerti.

A lei girò la testa, si sentiva intorpidita ancora dai fumi dello champagne, però non riuscì ad odiarlo.

Aveva sofferto la solitudine e lui le era stato vicino, non conosceva uomini da mesi e, come molte donne, il desiderio inconscio di essere presa con la forza le aveva suscitato la voglia di fare all’amore, anche se iniziò subito a essere tormentata, fino a sentirsi sporca per avere tradito  se stessa,  e forse Fabrizio.

Dario invece aveva gli occhi lucidi e si sentì soddisfatto.

L’uomo accese una sigaretta americana, stando seduto sul letto, rivolgendosi nudo alla donna, parlandole in un lungo monologo, giustificandosi che lui l’amava.

Confessò che da mesi  ne era pazzamente innamorato e la desiderava fino al punto di perdere la testa. 

Lei lo ascoltò in silenzio.

Dopo si alzò dal letto e velocemente si portò nel bagno a fare una doccia calda, strofinando con avidità la spugna e il sapone sul suo corpo, sui seni e nei fianchi.

Vestita del suo accappatoio, rientrò in camera, dove  lo vide  ancora nel letto, preoccupato dall’indifferenza della donna, titubante ed incerto, con lo sguardo oramai quasi assente, sentendosi lanciato il disprezzo di Lorella che lo scrutò con gli occhi duri, facendogli  perdere l’aria del maschio soddisfatto.

La ragazza si portò avanti all’armadio, pettinandosi i capelli stravolti e, guardandolo dallo specchio come se  gli fosse di fronte, gli rivolse finalmente la parola, dicendo decisa e con forza di rialzarsi, di vestirsi, e gli ordinò di lasciare immediatamente quella casa. 

Dario provò a giustificarsi, chiedendo scusa, ma lei lo guardò impassibile, seguendolo ed accompagnandolo con lo sguardo fino all’uscita dalla porta, richiudendola forte, senza salutarlo.

L’uomo scese le scale, ferito nell’animo e capì di avere sbagliato. Lei lo aveva buttato fuori dalla sua porta, facendolo sentire un verme, nudo ed umiliato.

Lorella era una donna e gli era stata debole solo a letto.

Lui, invece, da vincitore si sentì vinto, solo ed in castigo.

E scendendo le scale, si vergognò di se stesso.

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Di pomeriggio, Fabrizio uscì dallo studio legale insieme ai suoi collaboratori.

Si fermò all’angolo a salutare il fido collaboratore di studio Vincenzo Romano, dottore in giurisprudenza che da una settimana era ritornato al lavoro,  e notò i due uomini sospetti della mattinata  intenti a discutere qualche centinaio di metri più avanti, vicino il baldacchino della fermata degli autobus di linea.

Si trattava delle stesse persone che al mattino erano state notate a confabulare lì vicino dallo stesso avvocato Berti.

Era impossibile che quegli uomini stessero aspettando la corriera e difficile che fossero ritornati prima di quell’ora per raggiungere, nella via del ritorno, un altro luogo.

Gli fu ragionevole dedurre che fosse pedinato e considerato importante dagli investigatori dell’intricato caso giudiziario che aveva come protagonista il medico egiziano.

Il giovane si avviò verso la sua meta, e camminando ebbe la sensazione di essere seguito; valutò le circostanze e convenne di non avere paura poiché si trattava di uomini europei, presumibilmente agenti dei servizi segreti di qualche potenza occidentale che avesse un interesse a controllare le sue mosse.

Rientrò nel suo attico e trovò Olga sorridente.

Lui aveva tanta voglia di confidarsi con qualcuno; non volle però intimorirla.

Non le raccontò nulla di quanto fosse accaduto fuori, delle sue deduzioni e paure.

Squillò il telefono.  

L’ufficiale di polizia giudiziaria  lo informò che doveva notificargli l’avviso di chiusura delle indagini preliminari contro Marwan Al Said e i suoi compagni.

Fabrizio disse al maresciallo di consegnarla in ufficio, a mani di Sara, segretaria di studio, e cercò di capire perché i magistrati requirenti, titolari dell’intricato caso giudiziario, avevano notificato l’avviso di chiusura delle indagini come se ritenessero sufficienti gli indizi di colpevolezza a sostenere l’accusa nelle fasi processuali successive.

Il giovane legale era strano, pallido.

Olga notò subito che Fabrizio fosse diverso; cercò di parlargli, di spronarlo ad essere se stesso, gioioso e goliardico.

“Mi auguro che tu possa aprirti”, commentò la ragazza con il suo italiano dall’accento sensuale, che quella sera ebbe poca efficacia sulla voglia di Fabrizio di esserle vicino e sorridente.

Lui, frastornato, colse quell’invito come se si togliesse il  sassolino dalla scarpa, confidandosi e parlandole serio, apertamente, cercando di trovare delle soluzioni, scusandosi poi se potesse apparirle freddo.

I due discussero a lungo sull’intricato caso giudiziario e sullo scontro dei due mondi, quello occidentale, ricco e colto, e quello dei fondamentalisti islamici, oscurantisti che dal loro medioevo  erano piombati sul nostro mondo.

Fabrizio confermò che Marwan Al Said  fosse un oscuro rappresentante del male, però doveva essere fermato, ad ogni costo.

Le confidò dell’incontro con Safyra e che  per lui fosse necessario fidarsi della donna palestinese.

Lei  capì  e fu solidale.

Lo avvertì anche di rivolgersi alla polizia e raccontare tutto, ammonendolo di non stare solo, di non appartarsi, a non fidarsi di nessuno.

La stessa cosa avrebbe fatto anche lei, puntualizzò con un lungo sospiro, cogliendo la gravità della situazione, dissipando i timori dell’uomo.

“Andrà tutto bene, vedrai”, rispose Fabrizio riprendendosi dalle sue indecisioni.

“Poi, ritorneremo a  farci una vacanza, e questa volta  ti porterò in un luogo da favola, a sciare sulle nevi incantevoli delle Alpi, ai confini del paradiso bianco”.

“Mi piacerebbe moltissimo, rispose Olga.

“Ultimamente sono stata così presa dagli incontri di lavoro e dalle riunioni, che abbiamo trascorso poco tempo insieme”.

Ancora una volta Fabrizio, ritornando al presente, ribadì  di quanto fosse assurdo che il ricco medico egiziano, marito di una donna molto giovane e intrigante, era un mercante di morte, pronto a compiere una strage, a perdere  anche il figlio e la sua donna.

La ragazza moscovita  gli si avvicinò dicendo che ella invece non lo avrebbe perso per nessuna cosa al mondo, abbracciandolo teneramente,  pregandolo ancora una volta di rivolgersi alla polizia, baciandolo infine appassionatamente.

“Fino a quanto non lo farai, continuerò a temere per te e per la tua vita”, insistette caparbia l’affascinante ed effervescente diplomatica, mentre coccolò il frastornato e confuso compagno.

Lei era così incantevole, ammaliante, dal fascino che mozzava il fiato; poi emanava sensualità e calore.

Fabrizio si scrollò dal torpore e, ritrovando il naturale sorriso, la rassicurò di non preoccuparsi perché era vicino a una soluzione.

Secondo Safyra, mancavano cinque giorni dalla commissione dell’azione criminale.

Lui era fiducioso di scoprire quale fosse l’obiettivo sensibile preso di mira dai terroristi e le forze di polizia avrebbero individuato il loro nascondiglio, arrestandoli.

Era quasi l’una e i due amanti, stanchi del lungo giorno e stretti tra le loro braccia, decisero di lasciare il soggiorno, recandosi in camera a dormire; lì presero sonno sotto le lenzuola e il piumone del lettone, riscaldandosi a vicenda, augurandosi la buona notte e i sogni d’oro.

Il giorno dopo, negli uffici della procura distrettuale di Roma, mentre la dottoressa Alfieri  di buon mattino era intenta sulla sua scrivania a rovistare tra i fascicoli processuali dell’udienza collegiale del venerdì successivo, le squillò il telefonino.

Quando rispose, istintivamente le prese un sussulto a sentire la calda voce di Fabrizio che riconobbe subito, all’istante; fu tentata di chiudere immediatamente la conversazione.

Lorella si domandò cosa lui volesse.

Non l’aveva sentito da più di due mesi; pensò che la cercava per chiarire.

Poi, di colpo domandò a se stessa perché non avesse interrotto la comunicazione, dandogli modo di continuare a parlare.

Aveva pensato mille volte a un loro incontro, al chiarimento anche tramite il telefono, e altrettante volte gli si era scagliata contro, inveendo energicamente contro di lui, accusandolo di essere un egoista e un uomo superficiale.

Invece ora, lei era allo stesso tempo curiosa e sgomenta di sentirlo, indipendentemente dal contenuto di cosa volesse dirle.

“Ciao, Lorella, ti debbo parlare”.

“Mi dica”, rispose sospettosa, innervosita dal timbro di quella voce che sentì familiare, anche se gli ebbe a dare del lei, dando un tono formale al dialogo, prendendogli le distanze.

“Scusami se io ti do del tu, ma non riuscirei diversamente”, replicò il giovane.

“Ti debbo incontrare subito, immediatamente; ho delle cose urgenti da dirti, e riguardano una grave notizia di reato”.

Lorella, incredula di quanto l’interlocutore fosse impertinente ad arrogarsi il diritto di darle del tu ed a continuare ad avere l’atteggiamento confidenziale nonostante quanto fosse tra loro accaduto, gli fornì due orari non imminenti per l’incontro, che le avrebbero consentito di finire il suo lavoro.

“Ho detto subito; non c’è tempo da perdere”.

La giudice conosceva l’avvocato Berti come nessuna persona al mondo; egli era discreto e gentile, ligio ai suoi doveri e rispettoso del lavoro e del tempo altrui.

Se le diceva “subito”, vi erano delle ragioni urgenti e improcrastinabili; poi, non darle del lei, le apparve ovvio, conoscendogli il modo di ragionare e di proporsi senza alcuna formalità ed ipocrisia.

Pochi minuti dopo, trillò l’interfono.

La collaboratrice della segreteria penale informò la giudice requirente che l’avvocato Berti era in anticamera e aspettava di conferire con lei, che sapeva dell’appuntamento.

“E’ così, le confermò”.

“Lo faccia entrare”, ordinò con la voce sottile che a stento le uscì dalla bocca.

Fabrizio immediatamente arrivò nella stanza, senza darle il tempo di alzare lo sguardo verso l’uscio e vederlo entrare.

Colta da un tremore non solo nella voce e nelle mani, Lorella, confusa e con il cuore in gola, alzò il viso e vide Fabrizio con lo sguardo di sempre, solare e ammaliante, penetrante e vivo, quasi come se il tempo non fosse mai trascorso e vi fosse con il giovane un’istintiva intesa.

Osservandolo più attentamente notò che era vestito elegante, con un vestito gessato, la cravatta argentata e alla moda, ma terribilmente serio e preoccupato; capì che era accaduto qualcosa,  che di lì a breve i dubbi le sarebbero stati svelati dal giovane penalista.

“Debbo depositarti la rinuncia al mandato difensivo di Marwan Al Said e dei suoi scagnozzi”, gridò quasi il difensore, lasciando scivolare sul tavolo la rinuncia dei mandati, scritta sui fogli di carta intestata.

Lorella si ritrasse di scatto, distendendosi sullo schienale e appoggiando le sue mani sulle braccia della poltrona girevole, sulla quale rimase seduta, continuando a non vedere dissolte le sue incertezze, pronta però ad  ascoltarlo.

Che Fabrizio desse del mascalzone a un suo cliente non era la prima volta, ma quella rinuncia le sembrò la beffa perché intuì che non era fatta per lei, a dirimere il conflitto d’interessi oppure a sanare  l’equivoco oramai consumato.

“Credo proprio che si tratti di cinici terroristi e dei più incalliti, che progettino un attentato nella città di Roma, addirittura contro uno dei simboli più rappresentativi del mondo occidentale”, obiettò l’uomo.

“Ho gli elementi dai quali ritenere che il progetto stragista sia entrato nella fase esecutiva; bisogna fermarli”, disse con impeto il legale, senza che la magistrato potesse fermarlo.

Il medico egiziano altri non è che il rappresentante di Al Qaida in Europa; alcuni giorni or sono si è incontrato a Roma con i fratelli islamici, discutendo dell’attentato che intendono portare a compimento entro questa settimana.

“Terroristi? 

Di cosa stai parlando”, replicò la giudice, confusa come se non fosse la magistrato inquirente titolare dell’indagine giudiziaria contro il rappresentante del Male e non avesse mai sostenuto quell’accusa.

Colta di sorpresa e intorpidita dalla paura, non riuscì nemmeno a valutare la situazione ed il fiume delle emozioni che come donna e magistrato le raggelarono il sangue ed il respiro, alla vista di Fabrizio Berti: aveva di fronte l’uomo della sua vita, l’avvocato che aveva fatto saltare l’inchiesta giudiziaria più importante della procura penale di Roma, iniziata con l’esecuzione di nove ordinanze di custodia cautelare in carcere contro gli assassini islamici ricercati in ogni angolo del pianeta e conclusasi con un flop, che era entrato nella sua stanza a denunciare l’imminenza di un attentato nella città eterna, organizzato tra l’altro dai suoi clienti!

Ripresasi dall’iniziale stupore, gli chiese di riferirle i fatti e lo ascoltò attentamente, per lunghi minuti, senza interruzioni e ritenendo verosimili le dichiarazioni accusatorie e di reità di Safyra, compulsando poi l’avvocato a fornire ulteriori spunti d’indagine circa i luoghi ove fossero reperibili il medico egiziano ed i suoi seguaci, la logistica sulla quale potevano contare i terroristi e l’oggetto dell’attentato.

Il penalista però non fu in grado di raccontare altre circostanze o fornire gli indizi che conducessero ad individuare il covo della cellula terroristica e, delusa, dopo la breve pausa accompagnata dal caffè fatto giungere dal bar esterno all’edificio del palazzo di giustizia, confessò al giovane legale che da settimane il medico egiziano, i suoi familiari ed i seguaci erano tenuti dagli uomini della procura sotto controllo, osservazione e pedinamento; inspiegabilmente, quella mattina   gli stranieri si erano dileguati nel nulla, in barba agli ufficiali di polizia giudiziaria della procura e ai servizi di intelligence italiana, americana e al Mossad israeliano, che agivano sotto il rigido coordinamento della procura della repubblica di Roma, ai suoi ordini e di quelli del procuratore capo  in persona.

“L’ultima residenza del medico - continuò a raccontare il magistrato - si trovava vicino al quartiere dei Parioli, era sotto stretta sorveglianza da giorni, ma i suoi inquilini si  erano dileguati, spariti nel nulla e senza lasciare una traccia”.

Dichiarò pure che aveva avuto da sempre il sospetto che fossero dei criminali, ma per Dio, che progettassero un attentato che a loro dire avrebbe spezzato le ali al Grande Satana, dunque di un’immane risonanza da suscitare clamore nel mondo intero, la lasciò sgomenta.

Fabrizio si rasserenò, sentendo di essersi tolto un sasso dalla scarpa, però intuì che senza il controllo dei terroristi, dileguatisi in uno dei milioni dei possibili nascondigli in Italia o a Roma, si brancolava nel buio.

Lorella lo fissò incredula, apprezzandone l’onestà intellettuale e il coraggio; era tentata di chiamare il procuratore capo e renderlo partecipe delle nuove pieghe del complesso caso giudiziario, ma allontanò la mano dalla cornetta del telefono, ritenendo di avere delle cose personali da chiarire a tu per tu con l’avvocato Berti, il quale gli apparve nello sguardo e nello spirito simile al suo antico Fabrizio, del quale, anche se non ne aveva più pronunciato il nome, non  ne dimenticava l’intensità dell’amore che in cuor suo sentiva ancora e che le pulsò dentro solo ad ascoltarne la voce.

Nella stanza, per un attimo scese il silenzio.

La donna rimase impassibile sulla sua poltrona, e l’avvocato iniziò a portarsi con un andirivieni nella stanza, davanti la scrivania, a dibattersi come mai non fosse riuscito subito a capire la trappola tesagli dal cliente egiziano con l’alibi della nave cargo “Ambassador” e con la copertura del commercio dei detersivi.

Lei fece delle riflessioni sulle diverse situazioni, essendo indecisa sui rapporti affettivi con Fabrizio, che dentro l’ufficio gli sembrò la stessa persona conosciuta ed amata di un tempo; poi incendiò dentro per essersi fatta fuggire l’occasione di arrestare il pericoloso terrorista e i suoi uomini, per i quali da settimane il pool investigativo stava lavorando sulla richiesta di nuove misure di custodia cautelare in carcere e sulle contestazioni di altri capi d’accusa.

Rimuginò anche le sensazioni personali ed i nuovi elementi l’indagine.

Lentamente, riuscì a guardarlo negli occhi, senza abbassare lo sguardo e, valutando i fatti oggettivamente, ammise a se stessa di sentirsi ancora innamorata di quell’uomo che gli apparì onesto e pulito, infine mise a nudo le sue improvvide decisioni, le quali l’avevano condotta a perderlo.

Non avrebbe voluto che fosse accaduto, ma lui era andato a vivere con un’altra donna e lei, due giorni prima dall’improvvisa visita mattutina di Fabrizio, aveva accettato la corte di Dario, il quale, quasi impazzito d’amore, le si era dichiarato perdutamente innamorato.

Non avrebbe dovuto baciarlo, rispondergli che l’affetto che sentiva, come quello di una figlia verso un padre, s’era trasformato in qualcosa di più, anche se non era amore.

Doveva dunque prendere il telefono e dirgli che lei si era sbagliata, che amava il suo uomo, ma oramai era troppo tardi.

Nel mezzo c’erano i sentimenti di altre persone, e non riuscendo a risolvere l’enigma di cosa il destino le avesse riservato nel futuro, si augurò di sprofondare in un lungo sonno dal quale risvegliarsi e ritrovarsi al fianco dell’unico uomo della sua vita.

Valutò anche la denunzia di Fabrizio.

Decise che, in quella gravità dei fatti, i suoi sentimenti non avessero alcun valore.

Lei doveva pensare da giudice e le questioni dell’ufficio della procura della repubblica erano prioritarie, la situazione esplosiva, la gente della strada in pericolo di vita: occorreva intervenire subito per salvaguardare gli interessi nazionali.

Alzandosi dalla sua scrivania e portandosi verso l’uscio, come ad accompagnare l’interlocutore alla porta, non le restò che chiudere la finestra dei suoi sentimenti, vestirsi della dignità di magistrato requirente e condurre avanti le indagini, ringraziando con lo sguardo e la voce, finalmente gentili, l’avvocato Berti per il coraggio dimostrato e per la serenità con la quale lui aveva affrontato il loro incontro.

Fabrizio istintivamente l’avvicinò, prendendola per le braccia, portando le sue mani sulle spalle della donna; poi, con la mano destra afferrò dolcemente e con decisione i lunghi capelli della donna, aggrovigliandoli sul suo braccio e poggiandoli sulla nuca della ragazza, attirandola a se, infine la baciò con un bacio al quale lei non seppe resistere, rimanendo immobile ad osservarlo anche quando lui si allontanò, sentendo la sua voce serena, che le ricordò che il mach era iniziato, di essere entrambi giocatori della stessa squadra; presto l’avrebbe chiamata sul telefonino.

“Anch’io ti chiamerò”, rispose forte al giovane che intanto percorreva il corridoio della procura, ritrovando il sorriso ed illuminandosi il viso di una luce che da mesi le era sconosciuta.

Dopo, entrata nella sua stanza e chiusa la porta, si sedette sulla poltrona della sua scrivania, e ritornò a sentirsi sola.

L’ansia l’assalì e le lacrime scesero a fiotti sulle guance, non riuscendo ad evitarle.

Doveva essere felice di avere rivisto Fabrizio, di sentirsi sciolta dall’insensato giuramento di non pronunciare mai più il suo nome, e finalmente libera dall’odio che la stava uccidendo.

Era terribile che lei ritornasse a vivere la fase del bisogno, che le lacrime le segnassero i solchi sulle guance, come i primi giorni dell’addio al suo uomo.

Capì di averlo perduto.

Pianse perché sentiva di amarlo ancora.

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