Colonizzazione Eni, al via le gabbie salariali ma i prodotti andavano al nord

 
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Gela. In questa seconda parte diciamo come il gruppo Eni si pone davanti al problema della colonizzazione del territorio. 

La questione meridionale, in Giovanni Verga e in Luigi Pirandello, veniva trattata come “base epistemologica del positivismo e proponeva un progetto di riformismo filantropico”.

E’ questa la visione del grande verista italiano che si manifesta nei testi ufficiali.

Il politico liberale, con particolare riferimento a Verga, solo in un trafiletto poco conosciuto affronta la questione meridionale. Successivamente in tutte le altre sue opere l’argomento viene affrontato, come nei “Malavoglia” o in “Rosso mal pelo”, per non contraddire le direttive massoniche del momento storico, conosciuto molto bene dallo scrittore e tanto caro ai Savoia.

Le gabbie salariali. Negli anni sessanta ero dipendente Eni e il territorio italiano era diviso in 12 zone,  nella prima facevano parte i territori industrializzati del nord e  nella dodicesima i territori colonizzati del sud:  I lavoratori assunti al nord godevano di uno stipendio molto più elevato dei lavoratori assunti nel meridione. Tutto ciò non bastava, perché un lavoratore del nord che veniva a colonizzare una colonia greca, al sud, veniva pagato con una trasferta complementare di 300 mila lire, alla stessa maniera di chi veniva mandato a lavorare in Africa. Mentre noi a Gela guadagnavamo poco meno di 50 mila lire, un lavoratore del nord superava le 400 mila lire mensili.

La fine dell’economia agricola predomiante. La costruzione dello stabilimento, spopola completamente la campagna del territorio gelese e la città soffre amaramente la discordanza di trattamento economico e il sistema economico-sociale crolla inesorabilmente.  I contadini gelesi cercano occupazione nell’edilizia che assorbe molta manodopera  per la costruzione dello stabilimento e del villaggio residenziale di Macchitella, costruite in tempi rapidissimi.

Quel libro delle “verità” mai ristampato. Le case sono fornite di ogni comfort, quando a Gela mancava l’acqua corrente nelle abitazioni (veramente manca ancora oggi) e non esistevano  docce e  bidè. Basta, per esaminare i risultati di queste iniziative, leggere il libro del sociologo Eyvind Hytten e Marco Marchioni intitolato “Gela -Industrializzazione senza sviluppo”.

A me è servito come voce indipendente non condizionata dal potere economico (perché incaricato dalla stessa Eni) e perciò utilizzato per la stesura della mia tesi di laurea. Il libro subito dopo fu tolto dalla circolazione e non è stato più ristampato. Il testo mette in evidenza le principali cose che, l’imprenditore colonizzatore deve mostrare al visitatore ignaro.

La trasforamzione urbanistica. Sulla strada Gela-Vittoria chi transita è stupito dal grande complesso industriale, sulla strada Gela-Catania  il visitatore ammira il nuovo Motel Agip, imponente, e per chi proviene da Licata, non può non contemplare il magnifico villaggio residenziale. Così i visitatori sono accontentati e l’opinione pubblica soddisfatta, perché nessuno faceva più caso agli alberi completamente bruciati dai gas di scarico dello stabilimento. Alberi che facevano un arco di fogliame meraviglioso sulla  strada per Vittoria fino al nuovo cimitero, oggi estirpati. L’inquinamento delle acque del mare, dell’aria e del territorio tutto, era completato, tanto che le malformazioni sono sistematiche, come per esempio le ipospadie e particolari  neoplasie.

Gela come Taranto. Qui i politici sono orbi. Ma dove si manifesta con maggiore accanimento la politica colonialistica del gruppo Eni è nella vendita dei prodotti, perché a Gela non si fa come a Ravenna, ma tutto viene centralizzato, come per esempio i fertilizzanti, che vengono  spediti alla federazione italiana dei consorzi Agrari di Roma per evitare vendite al minuto ai contadini Gelesi.

A Ravenna si creavano campi sperimentali per favorire le coltivazioni locali, mentre Gela, città produttrice,  deve pagare i fertilizzanti gravati del doppio costo dei trasporti Gela-Roma e Roma-Gela. Possiamo citare molti esempi di questa politica “progressista” del gruppo Eni a Gela, ma la cosa che mi ha colpito tanto è stata la vendita di kastilene, eraclene.

Allora lavoravo alla contabilità  clienti negli uffici direzionali e potevo notare come questi prodotti venivano venduti alla tetrapak Olandese a prezzi ridotti e franco destino, mentre alla Gela plast, società che operava nel territorio gelese, a prezzi più alti e franco partenza, tanto che la direzione della società Gela plast decideva di acquistare i prodotti della lavorazione direttamente in Olanda, dalla tetrapak, gravati sempre dal doppio trasporto, ma più convenienti.

Ma il comportamento più assurdo era che noi non potevamo fare contratti con gli operatori meridionali, neanche per materiali prodotti nello stabilimento e buttati via e quando arrivavano richieste di operatori siciliani dovevamo mandarli senza nessuna replica, era tutto accentrato a San Donato Milanese.

Significativo è stato il fallimento dell’impresa che costruiva fusti per il bitume, che viene scaricata per favorirne una del nord.

Gela subisce una caduta economica sociale disastrosa, crolla miseramente   l’agricoltura locale, l’attività della pesca e l’artigianato chiude definitivamente.

I paesi del circondario, non avendo subito questo trauma sociale,  progrediscono naturalmente e i settori primari e secondari trovano terreno fertile per incrementarsi e infatti tutti i centri del territorio aumentano le loro attività  lentamente mentre Gela regredisce inesorabilmente.

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