Gli interessi di Rinzivillo a Roma, condanne del boss e dei fiancheggiatori: depositate motivazioni

 
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Il gruppo di Rinzivillo era attivo anche a Roma

Gela. A giugno, i giudici della Corte d’appello di Roma hanno rivisto al ribasso le condanne che, in primo grado, il gup del tribunale capitolino aveva imposto al boss Salvatore Rinzivillo e ai suoi presunti fiancheggiatori, coinvolti nell’inchiesta antimafia “Druso”. E’ uno dei filoni partiti dalla maxi indagine “Extra fines”, che la scorsa settimana ha portato a nuovi arresti, compreso quello del legale Grazio Ferrara. Sono state depositate le motivazioni del verdetto di appello e adesso i legali di tutti gli imputati puntano al ricorso in Cassazione. I magistrati confermano la presenza, anche sul territorio romano, del gruppo capeggiato da Rinzivillo. La condanna pronunciata in primo grado nei suoi confronti, però, è stata rideterminata. I giudici di secondo grado gli hanno imposto dieci anni e otto mesi di reclusione, a fronte dei quindici anni e dieci mesi decisi al termine del giudizio abbreviato. Il suo legale di fiducia, l’avvocato Roberto Afeltra, ha drasticamente ridimensionato il ruolo di capo che gli inquirenti ritengono sia stato assunto dal fratello degli ergastolani Antonio e Crocifisso. Rinzivillo, in base a quanto emerso dal filone d’indagine “Druso”, avrebbe ordinato la messa a posto delle titolari di un’azienda di vendita all’ingrosso d’ortofrutta e di quello di un noto bar del centro di Roma. Non sarebbero mancati gli atti intimidatori e le minacce. Assolto, invece, Giovanni Ventura, che in primo grado era stato condannato a tre anni e otto mesi. Condanna ridotta a Rosario Cattuto, tre anni e sette mesi di reclusione, mentre il gup gli aveva imposto quattro anni e due mesi. La difesa, sostenuta dall’avvocato Riccardo Balsamo, ha escluso un suo coinvolgimento nel clan, sottolineando l’assenza di elementi di accusa concreti. Condanne ridotte anche a Paolo Rosa (sei anni e sei mesi rispetto ai sette anni e otto mesi di primo grado), Angelo Golino (quattro anni e sei mesi a fronte dei sei anni e otto mesi di primo grado) e al carabiniere Cristiano Petrone (tre anni e sei mesi rispetto ai quattro anni e sei mesi decisi dal gup).

Il militare è accusato di aver assicurato a Salvatore Rinzivillo l’accesso a dati riservati. L’assoluzione è stata confermata, invece, nei confronti di Francesco Maiorano, stesso verdetto già emesso in primo grado. I giudici della Corte d’appello di Roma hanno riconosciuto alle parti civili il diritto al risarcimento dei danni. In giudizio, si sono costituiti gli esercenti che sarebbero stati taglieggiati (rappresentati dall’avvocato Piergerardo Santoro), l’associazione antiracket “Gaetano Giordano” e la Fai (con il legale Giuseppe Panebianco).

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