I clan si presero Gela e Niscemi, Billizzi: “L’estorsione a Brunetti la chiusi per 100 mila euro”

 
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Gela. Un asse di ferro tra cosa nostra gelese e i clan di Niscemi. L’estorsione per il metanodotto. Uno spaccato descritto da tre collaboratori di giustizia sentiti in aula nel corso del processo ai danni di Luciano Albanelli, Salvatore Blanco e Alessandro Ficicchia. “L’estorsione all’imprenditore Angelo Brunetti la chiusi io personalmente – ha detto Carmelo Billizzi – vennero pagati centomila euro. La messa a posto partì quando la sua azienda si aggiudicò l’appalto per la costruzione di un metanodotto. I soldi vennero divisi tra noi, la famiglia di Niscemi e quella di San Michele di Ganzaria con Ciccio La Rocca. Era un lavoro che interessava più comuni”. Nel corso dell’udienza tenutasi davanti al collegio presieduto dal giudice Paolo Fiore, affiancato dalle colleghe Ersilia Guzzetta e Silvia Passanisi, i collaboratori di giustizia Carmelo Billizzi, Giuliano Chiavetta e Antonino Pitrolo hanno risposto alle domande del pm Luigi Leghissa e dei legali di difesa, gli avvocati Salvo Macrì, Luigi Cinquerrui, Danilo Tipo e Giuseppe Lipera.

Gli omicidi per conto dei gelesi. Lo stesso Billizzi ha confermato che a occuparsi della latitanza del boss Daniele Emmanuelo fu proprio il gruppo di cosa nostra niscemese. A sparare e uccidere per conto dei gelesi era proprio Pitrolo. “Mi sono autoaccusato di diciassette omicidi – ha detto – due li misi a segno, a Niscemi e Milano, con Alessandro Barberi. Conobbi Antonio Rinzivillo quando mi fu commissionato l’omicidio di Cristoforo Verderame a Milano”. I tre imputati sono accusati di essere organici a cosa nostra niscemese e di aver cercato di ricostruire l’asse con i clan di Gela. Nelle scorse settimane, per gli stessi fatti vennero condonanti Alessandro Barberi, Alberto Musto e Paolo Rizzo. Altri collaboratori di giustizia verranno sentiti alla prossima udienza dell’1 luglio.

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