(in)Movimento

 
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Mi sono sempre chiesta quale fosse il discrimine tra le passioni sane e quelle distruttive che ti cambiano gli occhi e quale fosse, tra i tanti, il segreto per scegliere sempre le prime senza farsi affascinare dalle seconde. Me lo chiederò sempre, in fondo, perché non esistono risposte certe.

Sabato, però, non ho avuto dubbi. La differenza tra il sacro e il profano sta nella capacità di respirare a pieni polmoni ciò che stai vivendo. Senza affanni. Sensazione che avverti solo dopo, quando qualcosa di buono ti ha attraversato dentro. Arrivo in piazza San Francesco per lo spettacolo del “Movimento Giovanile San Francesco”. Alle 21, siederò in giuria. Fatta l’ovvia riflessione tra me e me che, per fortuna, cambiare idea è ancora una salvezza – diversamente la piazza sarebbe diventata un parcheggio per i taxi –  guardo i ragazzi del Movimento e ne respiro l’entusiasmo. Non ci sono gerarchie di genere tra  organizzatori, coach, presentatori, cantanti, ballerini. C’è il Movimento e l’impegno distribuito per attitudine, per esperienza, per inclinazione e non per prepotenza: concetto questo,  invece,  che respiriamo ogni giorno per strada e che, spesso, ci prende a morsi.

Questo mi basta per definire sana la loro attività e  farla entrare a piè sospinto nella categoria che spesso lasciamo lì  in fondo, tra i libri mai letti, ad impallidire di polvere: passioni sane. Penso a quando, parlando  con Angelo Ferrera in oratorio durante una mattinata di grest, ho sentito dal palco gridare “ragazzi è il momento del gioco della pulizia!” e ho visto quei ragazzi intenti a fare una cosa che in questa città, visto ciò che accade, ha la stessa probabilità che Barbie sia rossa: pulire il posto che si è sporcato. Si badi, non parlo solo di ragazzini piccolissimi che spesso fanno qualcosa perché la chiedono i grandi, parlo di ragazzi di 12 anni che, evidentemente, saranno dei grandi migliori domani, quando si accorgeranno che è proprio l’entusiasmo che ci salva tutti dal disincanto, evitando l’allineamento pericoloso delle menti.

Lo spettacolo in piazza San Francesco inizia puntualmente. Dietro i nostri banchi di giuria, i ragazzi hanno creato altri banchi usando le panchine della piazza e abbellendole con della stoffa. Lì, penso al “bello” e mi rendo conto che, per quanto sia legato ad una soggettività intrinseca, questo passa sempre e inevitabilmente per la capacità insita in noi di non rovinare le cose che nostre non sono e migliorarle solo per l’illuminato gusto di dare un servizio alla collettività. Lo spettacolo che mi si profila dinnanzi è cosi potente per i contenuti sociali  scelti che ad un certo punto – e vi assicuro che è difficile – taccio! Perché le parole pompose gettano ombre sulla chiarezza degli intenti buoni. E l’intento è raggiunto, così raggiunto che, vedendo danzare la ragazza che interpreta la donna picchiata nel balletto-denuncia contro il femminicidio, mi auguro in quello stesso istante che né lei, né nessuna di quelle giovani ragazze  si facciano mai strappare l’entusiasmo e la passione e ballino facendo tip tap  sui problemi soprattutto quando, da grandi, penseranno di non avere abbastanza forza e crederanno che era meglio rimanere piccoli.

Le luci si accenderanno poco dopo su un tema che ha scomodato i “professoroni” del web: il suicidio. Sono delicati i ragazzi, non scomodano parole pompose, danzano. Non giudicano, non criticano, ci insegnano a tacere e a scendere dalla cattedra.

E io tiro un sospiro di sollievo perché  c’è del buono in questa città, del bello, io lo so anche se ne abbiamo barattato il concetto per dedicarci alla pratica di demolire gli entusiasmi. E il bello è anche in quei ragazzi del Movimento  che si votano alle passioni e cantano senza aver frequentato corsi e danzano perché librarsi è la loro missione e ci inchiodano perché ci fanno venir voglia di fare di più, perché ci spiegano come si fa ad essere grandi insieme!

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