L’asse mafioso Gela-Niscemi, troppo lievi le condanne a Barberi, Musto e Rizzo: la procura generale le impugna

 
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Gela. Le condanne che lo scorso maggio il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Caltanissetta comminò ad Alessandro Barberi, Alberto Musto e Fabrizio Rizzo vanno riviste. Il ricorso contro le condanne “leggere”. I dodici anni di reclusione inferti a Barberi, i dieci anni e quattro mesi imposti ad Alberto Musto e gli otto anni e due mesi comminati a Fabrizio Rizzo vengono ritenuti troppo lievi. Così, la procura generale ha scelto d’impugnare il verdetto davanti ai giudici della corte di cassazione. La decisione è stata adottata nelle scorse settimane, quasi in concomitanza con la pubblicazione delle motivazioni della sentenza redatta dal gup Alessandra Giunta. Una scelta che si accompagna, invece, a quella dei difensori dei tre imputati, pronti a presentare appello contro le condanne.

L’asse di cosa nostra tra Gela e Niscemi. Stando alle accuse, il gelese Alessandro Barberi, appena scarcerato, avrebbe iniziato nuovamente a riallacciare i rapporti con il gruppo niscemese, sotto l’ombra del boss Giancarlo Giugno. Il giovane Alberto Musto avrebbe intessuto i contatti proprio per conto di Giugno. Nell’operazione “Fenice” finì anche il pastore Fabrizio Rizzo: alcuni incontri ricostruiti dagli agenti della squadra mobile di Caltanissetta si sarebbero tenuti proprio nell’ovile dell’imputato. Per dare un’impronta alla riorganizzazione, il gruppo avrebbe preso di mira imprenditori e commercianti, soprattutto niscemesi. Non a caso, la famiglia Lionti avrebbe subito minacce e intimidazioni, con tanto d’incendi. Si sono costituiti parte civile insieme al comune di Niscemi e all’associazione antiracket Gaetano Giordano. I difensori dei tre imputati, giudicati con il rito abbreviato, hanno contestato le accuse nel corso dell’intero procedimento. Gli avvocati Francesco Spataro, Flavio Sinatra e Antonio Impellizzeri hanno escluso l’esistenza di un nuovo clan, mettendo in dubbio le conclusioni investigative. Tra i punti deboli delle accuse, secondo i difensori, il fatto che le indagini presero il via dalle dichiarazioni di Roberto Di Stefano, per alcuni mesi collaboratore di giustizia e, poi, arrestato a conclusione del blitz “Fabula” con l’accusa di essere inserito nel clan Rinzivillo.Per gli stessi fatti, altri tre arrestati nel blitz “Fenice” si trovano davanti al collegio del tribunale di Gela: Luciano Albanelli, Salvatore Blanco e Alessandro Ficicchia hanno scelto di farsi giudicare in dibattimento.

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