La banda dei “cavalli di ritorno”, condanne anche in appello: chiedevano soldi per restituire mezzi

 
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Uno dei furti ripreso dagli investigatori

Gela. Reggono anche in appello le accuse mosse nei confronti dei componenti di una presunta banda, che avrebbe messo a segno decine di furti, soprattutto di ciclomotori. Per riavere la refurtiva bisognava pagare il “riscatto”. I giudici nisseni di secondo grado, rispetto al verdetto dello scorso marzo emesso dal gup del tribunale di Gela, hanno solo ridotto l’entità delle pene imposte a Ivan Iapichello (difeso dall’avvocato Davide Limoncello) e Mirko Dammaggio (rappresentato dall’avvocato Antonio Gagliano). Uno “sconto” di otto mesi a fronte dei tre anni e otto mesi che erano stati comminati a Dammaggio e dei tre anni, invece, decisi per Iapichello. Confermati gli altri verdetti, così come chiesto dalla procura generale. Sette anni di reclusione a Gaetano Alferi e cinque anni e otto mesi a Nicola D’Amico. Anche in questo caso, le difese (con gli avvocati Nicoletta Cauchi ed Ernesto Brivido) hanno chiesto di rivedere i verdetti emessi dal gup, cercando di mettere in dubbio la ricostruzione dei pm. I giovani che avrebbero fatto parte del gruppo di ladri dovevano anche rispondere di estorsione.

Vennero tutti coinvolti nel blitz “Cavallo di ritorno”, messo a segno dai poliziotti del commissariato, che per mesi seguirono le loro azioni, ricostruendo anche con immagini video i furti e poi il trasferimento dei mezzi in un garage, tra le palazzine popolari di Scavone. Altre condanne, sempre successive alla stessa operazione, sono arrivate nel giudizio ordinario, conclusosi in primo grado, davanti al collegio penale del tribunale.

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