L’estorsione saltata ad un noto imprenditore, i contrasti tra Sequino e i Liardo prima dell’agguato

 
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I Liardo e Raniolo sono accusati dell'omicidio di Sequino

Gela. Il quarto uomo, ancora non identificato, sarebbe stato alla guida dello scooter usato per arrivare in piazza Umberto I, dove il tassista cinquantaseienne Domenico Sequino venne colpito a morte. Era il dicembre di quattro anni fa e le telecamere di videosorveglianza di diverse attività commerciali della zona ripresero l’agguato. Ucciso davanti a tutti, in maniera plateale. Secondo i carabinieri e i pm della Dda di Caltanissetta, la vittima avrebbe dovuto pagare presunti sgarri ai danni dei Liardo. Il quarantacinquenne Nicola Liardo, che per gli investigatori sarebbe ormai da anni una delle figure di spicco di Cosa nostra locale, e il figlio Giuseppe, appena ventiduenne, avrebbero ordinato la spedizione di morte. Un agguato organizzato in carcere ed eseguito dal ventinovenne Salvatore Raniolo, spalleggiato dal quarto uomo, ancora non individuato. Secondo gli inquirenti, che l’hanno riportato nelle carte dell’inchiesta, il tassista era ormai entrato in rotta di collisione con la famiglia Liardo. I dissapori più forti sarebbero maturati, già ben prima dell’omicidio. In ballo, ci sarebbero stati almeno sessantamila euro. Soldi che Nicola Liardo avrebbe fatto avere a Sequino. Dovevano servire ad un investimento, forse in qualche azienda avviata nel Nord Italia. A dare garanzie sull’affare sarebbe stato Angelo Bernascone, ex imprenditore metalmeccanico, poi diventato collaboratore di giustizia (non coinvolto nell’indagine). Una vicenda, quella dei sessantamila euro che sarebbero spariti, già ricostruita nella maxi inchiesta “Tagli pregiati”, che portò a far saltare buona parte dell’organigramma mafioso dei Rinzivillo. Non si esclude che Nicola Liardo pensasse di essere stato raggirato dal tassista.

Ma ci sarebbe anche altro. Sequino, secondo gli inquirenti che hanno chiuso il cerchio investigativo, avrebbe impedito ai Liardo di mettere sotto estorsione l’imprenditore Gandolfo Barranco. Sarebbe stato il tassista, poi freddato in piazza Umberto, a mettersi di traverso, facendo capire che non bisognava chiedere denaro al titolare di società, attive in diversi settori. Gli inquirenti farebbero riferimento ad un incontro, al quale si presentò lo stesso Sequino, che avrebbe poi redarguito con forza i suoi interlocutori, soprattutto Giuseppe Liardo e Salvatore Raniolo. Sarebbe volato uno schiaffo. Un quadro fin troppo nitido, almeno secondo gli investigatori che hanno fatto scattare gli arresti, mentre le indagini proseguono, anche alla ricerca del quarto uomo.

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