L’omicidio Martines, Di Stefano: “Pellegrino diede un’arma a Meroni”

 
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Gela. Il summit per riorganizzare le famiglie locali di cosa nostra, il traffico di droga ma anche le armi. Roberto Di Stefano, ex vertice del gruppo dei Rinzivillo, ha parlato in aula, nel corso del dibattimento scaturito dall’inchiesta “Falco”. Rispondendo alle domande del pm della Dda di Caltanissetta Elena Caruso, Di Stefano non ha mancato di tratteggiare i contorni del ruolo di Gianluca Pellegrino, adesso a processo e ritenuto dagli investigatori l’uomo di collegamento tra i vecchi capi della famiglia Emmanuello e il gruppo da riorganizzare. “Dopo la mia scarcerazione – ha spiegato – organizzammo un incontro, in un’abitazione nei pressi della stazione ferroviaria. Eravamo io, Alessandro Barberi e Gianluca Pellegrino. Barberi, che in quel momento era il referente di cosa nostra provinciale, ci disse che eravamo tutti un’unica famiglia e che i problemi erano stati superati”. Di Stefano, come ha dichiarato in aula, ad un certo punto avrebbe avuto in mano la gestione del traffico di droga. “Un primo fornitore era un napoletano – ha detto – ci accordammo per carichi che potevano andare da otto a dieci chili di hashish. Il prezzo arrivava fino a 2.500 euro al chilo. Poi, ci accordammo e iniziai a rifornire Gianluca Pellegrino. Ricordo, però, che proprio Pellegrino sparò all’auto di Rocco Scicolone che mi aveva messo in contatto con il fornitore napoletano. Riteneva che quel contatto toccasse a lui”. Ma la droga sarebbe arrivata anche attraverso un altro imputato, Melchiorre Scerra. “Per circa un mese – ha spiegato – mi rifornì lui. La droga arrivava da altre regioni e la trasportava con il camion che utilizzava per il suo lavoro”.

L’omicidio Martines. Roberto Di Stefano ha toccato diversi aspetti della vita dei clan della città, arrivando alla vicenda dell’omicidio di Francesco Martines, ucciso nel novembre di sei anni fa. Per quei fatti, Angelo Meroni è già stato condannato in via definitiva. Sparò lui a Martines, nei pressi del tribunale. “Quella mattina – ha proseguito Di Stefano – insieme al mio ex cognato, ero all’autolavaggio di un familiare di Martines, che ricevette la notizia. Poco dopo, incontrai Gianluca Pellegrino. Mi disse che aveva dato una pistola a Meroni. Se non sbaglio, Meroni e altri ragazzi avevano fatto un furto in un cantiere di Martines e lui voleva che gli restituissero tutto. Pellegrino mi disse che la pistola a Meroni la diede eventualmente per difendersi da Martines”. In aula, è stato sentito anche l’ex gestore del Jackie O’, un locale nel quartiere Caposoprano. Secondo i pm della Dda nissena, ci sarebbero state pressioni e minacce, per imporre i servizi di sicurezza. Il testimone ha ammesso di aver contattato, più volte, uno degli imputati, anche per altri locali, ma ha escluso di essere stato minacciato o costretto ad affidarsi sempre agli stessi buttafuori, vicini agli imputati. A processo, ci sono Gianluca Pellegrino, Nunzio Alabiso, Emanuele e Giovambattista Campo, Pietro Caruso, Giuseppe Di Noto, Emanuele Emmanuello, Angelo Famao, Emanuele Faraci, Guido Legname, Francesco Metellino, Alessandro Pellegrino, Rosario Perna, Daniele Puccio, Emanuele Puccio, Emanuele Rolla, Loreto Saverino, Melchiorre Scerra, Angelo Scialabba e Gaetano Davide Trainito, Orazio Tosto e Nicolò Ciaramella. Sono difesi dagli avvocati Giacomo Ventura, Davide Limoncello, Flavio Sinatra, Carmelo Tuccio, Cristina Alfieri, Francesco Enia, Salvo Macrì, Filippo Spina, Ignazio Raniolo, Raffaela Nastasi e Antonio Impellizzeri.

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