Amianto in raffineria, due operai deceduti per mesotelioma e altri malati: assolti tutti imputati

 
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Eni punta anche allo smantellamento di impianti e aree ormai in disuso

Gela. “Il fatto non sussiste”. Si è concluso con un’assoluzione, per tutti gli imputati, il giudizio di primo grado, avviato dopo una lunga indagine, scaturita dalla morte di due ex operai dell’indotto Eni, deceduti per aver contratto mesoteliomi. Sono state verificate anche le patologie che nel corso del tempo hanno colpito altri ex lavoratori della fabbrica Eni. Sia i familiari degli operai deceduti che gli ex lavoratori malati erano parti civili nel giudizio. 

La posizione della procura e delle parti civili

Le accuse, sostenute in aula dal pm Mario Calabrese e dal procuratore capo Fernando Asaro, erano mosse nei confronti di manager Eni, operatori della multinazionale e imprenditori dell’indotto di raffineria. Tra le contestazioni, c’era l’omicidio colposo dei due operai morti. Secondo i pm della procura, non sarebbero state adottate le misure di prevenzione per evitare l’esposizione dei lavoratori alle fibre di amianto. Il pm Calabrese, al termine della sua requisitoria, aveva chiesto condanne, comprese tra i tre e i quattro anni di detenzione. Il magistrato ha spiegato che si poteva confermare il nesso tra le patologie mortali e l’amianto. I dati acquisiti e l’istruttoria dibattimentale, secondo quanto esposto, avrebbero provato l’esistenza di tutti i “marcatori” per arrivare alla conclusione che i mesoteliomi diagnosticati ai due ex operai sarebbero connessi alla loro attività in fabbrica. “Erano entrambi fumatori – ha spiegato il pm – ma il fumo da sigaretta non è correlabile al tipo di mesotelioma che li colpì”.

La posizione di Eni e la difesa

Le difese degli imputati, però, hanno messo in discussione la connessione causale tra le patologie riscontrate e l’attività negli impianti della raffineria. Secondo la linea esposta, sono sempre state rispettate le norme di prevenzione, anche sull’amianto. Solo dai primi anni ’90, iniziò a manifestarsi il concreto rischio generato dalle fibre, che per decenni sono state usate nello stabilimento della multinazionale. In una nota “Eni intende precisare che l’istruttoria dibattimentale, sulla base della quale il Tribunale ha pronunciato sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste, ha dimostrato la correttezza dell’operato dei manager Eni nella gestione delle misure adottate per la prevenzione della salute e sicurezza sul lavoro, l’assenza di comprovate esposizioni professionali all’amianto nonché l’assenza del nesso causale tra le malattie ed i decessi oggetto di contestazione “.

L’assoluzione è stata pronunciata nei confronti di Antonio Catanzariti, Gregorio Mirone, Giancarlo Fastame, Giorgio Clarizia, Ferdinando Lo Vullo, Luciano Di Buò, Giovanni La Ferla, Pasqualino Grandizio, Arturo Borntraeger, Giovanni Calatabiano, Giuseppe Farina, Vito Milano, Giuseppe Genitori D’Arrigo, Salvatore Vitale, Salvatore Di Guardo, Gioacchino Gabbuti, Francesco Fochi, Antonio Borgia, Pier Giorgio Covilli, Giancarlo Picotti, Cesare Riccio, Francesco Cangialosi, Salvatore Maranci, Orazio Sorrenti, Vincenzo Piro, Aurelio Faraci, Giuseppe Di Stefano, Giuseppe Lisciandra, Salvatore Di Dio, Andrea Frediani, Giacomo Rispoli, Giuseppe Ricci, Battista Grosso, Antonio Fazio e Renato Morelli.

La richiesta di assoluzione, per intervenuta prescrizione, era già stata richiesta dal pm per gli imputati che rispondevano solo delle patologie contratte dai lavoratori non deceduti. In questo caso, l’accusa era di lesioni colpose. I familiari dei lavoratori morti, gli ex operai oggi malati e le associazioni Ona e Aria Nuova erano parti civili, rappresentati dagli avvocati Maurizio Cannizzo, Davide Ancona, Ezio Bonanni, Vittorio Giardino, Paolo Testa, Concetta Di Stefano, Antonio Impellizzeri e Laura Caci. Raffineria di Gela e Syndial sono state in giudizio come responsabili civili. Le motivazioni della decisione, emessa dal giudice Miriam D’Amore, verranno depositate nei prossimi novanta giorni.

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