Minacce per non fargli aprire la bottega, esercente conferma in aula: è parte civile

 
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Gela. E’ stato lungo l’esame del commerciante di frutta e verdura Saverio Scilio, che oggi ha testimoniato davanti al collegio penale del tribunale. Denunciò pressioni e danneggiamenti, per fargli chiudere una bottega che avrebbe voluto avviare in centro storico. Ha confermato quanto già riferito agli inquirenti. Scattarono gli arresti per un altro esercente del settore, Emanuele Cassarà (che ha scelto il rito ordinario) e per Massimo Terlati e Marco Ferrigno (entrambi ammessi al giudizio abbreviato). Scilio, intanto, è parte civile nel giudizio, come disposto dai giudici del collegio. E’ assistito dagli avvocati Antonella Paci e Giovanni Tomasi. Ha risposto alle tante domande poste sia dal pm della Dda di Caltanissetta Nadia Caruso che dalle difese degli imputati, con i legali Flavio Sinatra e Cristina Alfieri. Secondo Scilio, la sua attività commerciale, soprattutto quando decise di aprire una bottega in centro storico, avrebbe dato fastidio a Cassarà che iniziò ad avvisarlo attraverso Ferrigno e Terlati (che avrebbero fatto pesare i loro trascorsi). Tutti gli imputati, già in fase di indagine, hanno respinto gli addebiti. Scilio, che aveva riferito quanto accadutogli anche nel corso della testimonianza resa nel dibattimento “Stella cadente”, ha ricordato i due incendi dei suoi furgoni e il rogo che danneggiò l’ingresso dell’appartamento, “mentre i bambini erano sul divano”, ha detto. Dopo la prima chiusura di una bottega su un tratto di corso Aldisio, tentò di riavviare la sua attività sempre nella stessa zona “ma c’era il genero di Cassarà che stazionava con la sua merce”, ha riferito. Aprì un’attività di vendita in centro storico ma anche in questo caso ha raccontato di aver notato che “le cose non stavano andando”, decidendo di chiudere. La difesa di Cassarà, rappresentata dall’avvocato Sinatra, ha sottolineato che la bottega di corso Aldisio era assai distante dalla rivendita di Cassarà mentre in centro storico ci sono molte altre attività dello stesso tipo. Precisazioni finalizzate a segnalare che non ci sarebbe stata alcuna ragione di rivalità commerciale per imporre a Scilio di non aprire. Il commerciante sentito in aula ha però confermato l’avvertimento fattogli recapitare da Terlati e Ferrigno. “Un’altra volta vennero il padre di Cassarà e il genero e mi dissero che non dovevo aprire”, ha aggiunto. Dai banchi della difesa, è stato sottolineato che in diverse occasioni Scilio avviò delle botteghe di frutta e verdura senza subire minacce o pressioni. Rispetto all’incendio della porta d’ingresso dell’abitazione, sempre la difesa ha richiamato le forti tensioni che erano maturate in rapporti con altri residenti dello stabile. Il rogo inoltre si verificò dopo che i tre imputati erano già stati arrestati. Secondo il testimone, anche dietro a quel danneggiamento ci sarebbe stata una richiesta di Cassarà. I danneggiamenti subiti, così ha spiegato, lo misero economicamente in ginocchio. “Ho dovuto chiudere tutto e ora non lavoro”, ha riferito. Ha escluso che durante la sua esperienza lavorativa nel settore si sia mai rivolto ad esponenti delle organizzazioni di mafia per risolvere eventuali dissidi. “Non ho mai chiesto l’intervento di Rosario Trubia”, ha spiegato. La Dda ha prodotto delle note della squadra mobile di Caltanissetta che riferiscono di minacce recenti subite da Scilio, per indurlo a non testimoniare. La difesa ha invece posto domande su un altro incendio, che distrusse il camion di proprietà del genero di Cassarà.

“L’ho saputo da mia figlia – ha spiegato il testimone – sì, è vero, dopo quell’incendio venni a sapere che i Cassarà davano la colpa a me. Andai alla loro bottega e dissi che non dovevano accusarmi. Non so nulla di quell’incendio”. L’esame è proseguito con domande poste dai difensori sui precedenti di Scilio, anche per rissa. L’esame del commerciante proseguirà nel corso delle prossime udienze.

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