Mini Cooper incendiata per vendetta, l’inchiesta “Falco”: lettera anonima su minaccia omicidio

 
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Gela. E’ una delle vicende emerse dalle pieghe dell’inchiesta antimafia “Falco”, che ha consentito agli investigatori di fare luce sulla presunta riorganizzazione della famiglia Emmanuello. Gli imputati sono a processo davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore. Nel febbraio di cinque anni fa venne data alle fiamme una Mini cooper, intestata ad una società riconducibile a Valerio Longo e alla moglie. Il rogo distrusse la vettura e danneggiò anche l’ingresso della loro abitazione. Un’azione di fuoco che in base alle accuse sarebbe stata messa a segno da Gianluca Pellegrino, Orazio Tosto e Nicolò Ciaramella, a loro volta imputati anche nel filone principale. “Ci svegliarono i vicini di casa – ha detto la consorte di Longo sentita in aula – uscimmo e la Mini cooper era in fiamme. Dalle immagini di videosorveglianza dei vicini si vedeva un giovane che si avvicinava all’auto e gettava della benzina. Un altro lo aspettava in sella ad uno scooter”. Per i pm della Dda di Caltanissetta, quell’incendio sarebbe da ricondurre ad una presunta ritorsione per il licenziamento della compagna di Pellegrino. “Siamo stati costretti a licenziarla – ha detto la donna che è titolare di una società – dopo che venimmo a sapere dell’arresto di Pellegrino. Abbiamo già avuto tanti problemi giudiziari e non volevamo che ci associassero anche a quell’arresto”. Una versione che Pellegrino, intervenendo in videoconferenza, ha però contestato, sostenendo che già all’epoca conosceva sia Longo che la moglie. Oltre alla donna, sono stati sentiti uno degli agenti della mobile di Caltanissetta che ha condotto le indagini e l’ex socio di Longo. Qualche anno dopo quel rogo, venne data alle fiamme la saracinesca di un’altra attività gestita dai due, che gli inquirenti ritengono vicini al gruppo Rinzivillo. Il poliziotto della mobile, rispondendo alle domande del pm Matteo Campagnaro e dei difensori degli imputati, ha anche ammesso l’esistenza di una lettera anonima, recapitata alle forze di polizia, nella quale si faceva riferimento ad un presunto piano per uccidere Longo. Lui e la moglie ne vennero messi al corrente.

Un’altra automobile, solo l’anno prima, era stata incendiata all’ex socio. Oltre a Pellegrino, Tosto e Ciaramella, nel giudizio principale sono imputati Nunzio Alabiso, Emanuele Campo, Giovambattista Campo, Pietro Caruso, Giuseppe Di Noto, Emanuele Emmanuello, Angelo Famao, Emanuele Faraci, Guido Legname, Francesco Metellino, Alessandro Pellegrino, Rosario Perna, Daniele ed Emanuele Puccio, Emanuele Rolla, Loreto Saverino, Melchiorre Scerra, Angelo Scialabba e Gaetano Davide Trainito. Sono difesi dagli avvocati Giacomo Ventura, Flavio Sinatra, Davide Limoncello, Cristina Alfieri, Francesco Enia, Salvo Macrì, Filippo Spina, Raffaela Nastasi, Ignazio Raniolo, Mario Brancato, Salvatore Priola, Alessandro Del Giudice, Carlo Aiello, Salvatore Pappalaro e Antonio Impellizzeri.

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