Omicidio Di Maria, le condanna a Guido e Vincenzo Morso: la difesa in appello

 
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L'abitazione di Molassana dove venne ritrovato il cadavere

Genova. In primo grado, i giudici della Corte d’assise di Genova hanno emesso pesanti condanne. Ventuno anni di reclusione a Guido Morso e diciannove al padre Vincenzo, gelese da anni ritenuto riferimento del gruppo di cosa nostra nel capoluogo ligure. Sono accusati di aver ucciso il ventottenne Davide Di Maria, morto due anni fa in un appartamento della Molassana. Per i pm della procura genovese, a colpire sarebbero stati proprio padre e figlio, arrivati nell’appartamento per regolare un presunto affare legato alla gestione delle piazze di spaccio. La vicenda, però, verrà valutata anche dai giudici della Corte d’appello. I difensori sono pronti ad impugnare il verdetto, dopo il deposito delle motivazioni.

Inizialmente, solo Guido Morso era accusato dell’omicidio. Secondo i pm della procura, avrebbe inferto la coltellata fatale al ventottenne Di Maria. Contestazioni che a dibattimento aperto sono state estese a Vincenzo Morso. In quell’appartamento c’erano altre due persone, vicine a Di Maria, Cristian Beron e Marco N’Diaye (a sua volta condannato a sette anni e otto mesi di reclusione ma per il possesso di un’arma e per spaccio di droga). La difesa, della quale adesso fa parte anche l’avvocato Giacomo Ventura insieme ai colleghi Riccardo Lamonaca e Mario Iavicoli, nel corso delle indagini e poi in dibattimento ha sempre escluso che ad uccidere Di Maria siano stati i Morso. Il coltello, peraltro, non è mai stato ritrovato e i pm liguri sembrano intenzionati ad approfondire anche questa vicenda. Le versioni rese da tutti gli imputati sono sempre state divergenti. I Morso hanno sostenuto di essersi solo difesi. Dopo la condanna di primi grado, per padre e figlio sono stati disposti gli arresti domiciliari.

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