Omicidio Minguzzi, due imputati si difendono: versioni in contrasto con le testimonianze

 
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Il processo si tiene davanti ai giudici della Corte d'assise di Ravenna

Ravenna. Si sono difesi, cercando di allontanare le pesanti accuse che gli vengono mosse, perché ritenuti responsabili del sequestro e del successivo omicidio dell’allora poco più che ventenne Pierpaolo Minguzzi, il cui cadavere fu ritrovato nelle acque di un canale, nel maggio del 1987. La scorsa settimana, in aula davanti ai giudici della Corte d’assise di Ravenna, hanno parlato due degli imputati, l’ex carabiniere Angelo Del Dotto e l’operaio Alfredo Tarroni. Sono imputati per quei fatti, insieme ad un altro ex militare dell’arma, il gelese Orazio Tasca (che invece non era presente). Del Dotto ha fornito una ricostruzione inedita, dato che ha sostanzialmente messo insieme un alibi, mai indicato prima. Ha spiegato che la notte del sequestro sarebbe stato nella caserma di Alfonsine, in provincia di Ravenna, anche rispondendo alle telefonate (ne ha menzionate quattro) della madre della vittima, che secondo la sua versione avrebbe contattato i carabinieri, perché il figlio non era rientrato a casa. La donna, che è parte civile insieme ad altri familiari (rappresentati dagli avvocati Paolo Cristofori,  Luca Canella, e Luisa Fabbri), ha invece smentito le parole di Del Dotto. Solo il mattino successivo, infatti, i familiari si recarono dai carabinieri, dopo aver cercato invano il giovane. Tarroni, nella sua deposizione, ha fatto capire di non aver avuto rapporti di amicizia con i due ex carabinieri. Anche in questo caso, però, il contenuto di altre testimonianze fa emergere una realtà dei fatti diversa. L’operaio, che lavorava come idraulico, avrebbe più volte ospitato Tasca a casa sua e inoltre pare che si vedesse di frequente con gli altri imputati. I tre già incassarono pesanti condanne per un altro sequestro di persona, messo a segno nella stessa zona, e che costò la vita ad un carabiniere. Agirono a distanza di pochi mesi dall’azione ai danni di Minguzzi, giovane studente universitario e militare di leva. Secondo gli investigatori, gli imputati chiesero un riscatto di trecento milioni delle vecchie lire. Il giovane sarebbe stato ucciso dopo poche ore dal rapimento.

Gli inquirenti ritengono che fu il gelese Tasca a mettersi in contatto con la famiglia, ponendo le condizioni e le richieste di denaro. I tre imputati hanno escluso di essere coinvolti. In aula, si tornerà a breve, anche per valutare il contenuto di una perizia fonica, che dovrebbe fare ancora più chiarezza. La decisione della Corte d’assise ravennate dovrebbe arrivare a maggio. Gli imputati sono rappresentati dai legali Luca Orsini, Gianluca Silenzi e Andrea Maestri.

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