Perché nazionalismo e religione sono soluzioni sbagliate ai problemi del XXI secolo

 
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Gela. Nell’articolo precedente di questa rubrica si è cercato di offrire un quadro generale della trilogia che il giovane storico israeliano Yuval Noah Harari ha dedicato all’epopea e al probabile destino del Sapiens. Come accennato in quella sede, il terzo volume, “21 lezioni per il XXI secolo”, uscito il 30 agosto scorso, offre numerosi spunti di riflessione sulle questioni globali che agitano il tempo presente. Una di queste, su cui vorrei richiamare l’attenzione, è quella del ruolo che i nazionalismi e le grandi religioni istituzionalizzate sono in grado di giocare come risposte alle sfide più urgenti che il XXI secolo ha davanti a sé. Mi riferisco in particolare alle lezioni 7 (“Nazionalismo”) e 8 (“Religione”), nelle quali Harari smaschera i limiti gravissimi di queste due soluzioni in qualche modo “locali” ai problemi “globali” che cercano di fronteggiare. Un motivo non secondario di interesse per noi sta nel fatto che la crisi attraversata in questi anni della visione europeista è strettamente connessa alla questione suddetta, e Harari, pur essendo un israeliano cosmopolita, è molto attento all’evolversi della situazione nell’Unione Europea, da lui definita nelle ultime righe dell’ottava lezione “il più grande esperimento multiculturale del mondo”. Un suo fallimento sotto i colpi della reazione nazionalista e religiosa, nella prospettiva futurologica di Harari, potrebbe avere conseguenze catastrofiche sull’intero pianeta.

Le tre sfide impossibili per il nazionalismo
Harari non ha alcun pregiudizio negativo nei confronti del nazionalismo. Anzi, da storico non dimentica il grande ruolo svolto dalle nazioni come modo efficace escogitato dal Sapiens per organizzarsi in giganteschi gruppi di conspecifici. Ma proprio la sensibilità storica, che allunga lo sguardo indietro fino alla preistoria, lo autorizza a ribadire continuamente che le nazioni non hanno niente di naturale, essendo oggetti culturali, cioè narrazioni fittizie, esattamente come il denaro e gli dèi. Grazie alle nazioni, che sul piano evolutivo costituiscono quello che i filosofi della biologia chiamerebbero “una buona trovata”, gli esseri umani hanno prosperato e hanno prodotto i tesori culturali che conosciamo, oltre a innumerevoli massacri. Tenute insieme da miti fondativi condivisi e quasi sempre fantasiosi, hanno trasmesso un senso all’azione coordinata di masse enormi di individui, che può andare dalla convivenza pacifica alle guerre. Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, però, i nazionalismi hanno attraversato un lungo periodo di crisi, perché si sono sperimentati i vantaggi per la pace e lo sviluppo di organismi sovranazionali come l’Onu, la Nato, il blocco sovietico, l’Unione Europea, ecc.
Gli ultimi anni, però, per una serie di cause su cui gli analisti stanno discutendo, hanno visto un ritorno dei nazionalismi. Il problema, allora, è capire se si tratta ancora di risposte adeguate. Secondo Harari, è difficile immaginare una soluzione più sbagliata del nazionalismo di fronte alle tre grandi sfide del XXI scolo: quella nucleare, quella ecologica e quella tecnologica. Lo slogan “Prima il nostro paese!” è esattamente quello che serve per condurre a una guerra catastrofica, proprio perché ciascuna nazione, che avrà tutto l’interesse ad intraprendere una corsa agli armamenti, misurerà in modo diverso il pericolo rappresentato, per esempio, dal riscaldamento globale. L’esempio preferito da Harari è quello della Russia, la quale potrebbe a buon diritto essere interessata ad accelerare il riscaldamento globale per poter aprire finalmente porti commerciali in Siberia e sfidare i grandi snodi marittimi cinesi e giapponesi, che pertanto entrerebbero in una crisi così devastante da rendere quasi inevitabile un conflitto armato. Ancora più inquietante è la situazione sul versante tecnologico. La bioingegneria e l’informatica sono già quasi in grado di intervenire sul Sapiens modificandone profondamente le caratteristiche sia al livello del genotipo sia al livello del fenotipo. Questo rende urgente l’elaborazione di vincoli etico-giuridici internazionali, e «se l’umanità fallisce nell’ideare e amministrare globalmente linee guida etiche condivise, si aprirà la caccia agli emuli del dottor Frankenstein», osserva Harari. Si pensi solo a una nazione priva di scrupoli che, in nome del sovranismo e del relativismo dei valori, pretenda di dotarsi di un esercito composto da soldati geneticamente modificati in modo da risultare privi di emozioni e di pensiero indipendente, nonché dotati di uno spirito di sacrificio estremo. L’era dei kamikaze, a quel punto, verrebbe ricordata come una felice età dell’oro dell’umanità.

La religione come ancella del nazionalismo
Nonostante il suo ateismo, Harari è ben disposto a riconoscere il ruolo storico positivo giocato dalle grandi religioni. Anzi, benché da omosessuale egli abbia ottime ragioni per nutrire dell’astio nei confronti dell’omofobia di origine religiosa, la sua analisi del ruolo della religione nel nostro tempo è del tutto fredda e distaccata (le sue idee polemicamente illuministiche su Dio e sui suoi sedicenti rappresentanti in terra sono esposte nella breve lezione 13, intitolata appunto “Dio”).
Su questo punto, il suo approccio è particolarmente originale. Per prima cosa egli nota che, contrariamente al nazionalismo, che per definizione alza barriere per dividere gli esseri umani, la religione ha coltivato per secoli sogni universalistici, come per esempio dimostrano le guerre tra cristiani e musulmani nel corso del Medioevo e dell’Età moderna. In tal senso, la religione sembrerebbe una buona candidata come risorsa culturale per affrontare con successo le sfide globali di questo secolo. Sfortunatamente, però, uno sguardo più attento rivela che le cose non possono stare così. Intanto, sostiene Harari, per capire il ruolo che potrebbe essere assegnato oggi alla religione occorre tenere distinti tre problemi diversi: «1. Problemi tecnici: per esempio, nei territori aridi i contadini come dovrebbero far fronte alla grave siccità causata dal riscaldamento globale? 2. Problemi politici: per esempio, quali misure dovrebbero adottare i governi per prevenire il riscaldamento globale? 3. Problemi di identità: per esempio, dovrei preoccuparmi dei problemi dei contadini che vivono dall’altra parte del mondo, o dovrei preoccuparmi solo dei problemi della gente che appartiene alla mia tribù e al mio paese?». Analizzando separatamente i tre problemi, Harari arriva a una conclusione precisa: mentre le religioni sono del tutto irrilevanti per i primi due tipi di problemi, risultano rilevantissime per il terzo, e quest’ultimo fatto costituisce non una soluzione ma “la parte principale del problema”.
Per quanto riguarda i primi due problemi, infatti, è del tutto evidente che i preti, i rabbini, gli imam ecc. possono svolgere al più il ruolo di intellettuali impostori, perché non c’è niente nelle loro antiche dottrine che abbia a che fare con i problemi tecnologici, politici ed ecologici odierni. Quello che al massimo possono fare (e spesso fanno) è sfruttare le loro grandi abilità di interpreti dei loro testi sacri per metterli d’accordo con qualunque cosa accada. E così il pastore americano e il prete ortodosso russo potranno dire ai loro rispettivi presidenti in carica che ignorare il riscaldamento globale è cosa buona e giusta, mentre il Papa scriverà un’intera enciclica per dimostrare che la sensibilità ecologista è perfettamente coerente con gli insegnamenti evangelici. Analogamente, ci sarà una posizione nuclearista dell’islam sciita iraniano, per non parlare del credo “juche” nordcoreano. È ben noto, infatti, che, mentre la religione può fornire una copertura a interessi politico-economici, il contrario non accade mai: a nessuno verrebbe in mente di interpretare le lotte di classe tra sfruttati e sfruttatori come scontri teologici mascherati da moventi economici. Come osserva Harari, l’irrilevanza delle religioni su questo punto, ovvero la loro funzione di semplice “vernice” ideologica (nel senso di Marx), è testimoniato dal fatto che «l’unico cambiamento degno di nota che hanno apportato all’edificio dell’economia moderna è stato ridipingere la facciata e piazzare una mezza luna, una croce, una stella di David o un Om sul tetto».
Per quanto riguarda il terzo problema, invece, occorre riconoscere che la religione svolge un grande ruolo nella costruzione delle identità, cioè nel processo di individuazione di un “noi” da contrapporre a un “loro”. Contrariamente a quello che accadeva in passato, oggi quasi nessun affiliato a una qualche religione crede seriamente che il proprio credo possa servire per far piovere, curare malattie e forgiare armi. Tranne i casi minoritari di estremisti irresponsabili, chi oggi porta il proprio bambino in ospedale pretende che il medico conosca la medicina, non che creda nel suo stesso dio. Eppure, in altri settori della vita sociale, l’appartenenza religiosa è così forte da essere alla base del senso di identità. Ma questa efficacia come strumento di coesione identitaria, conclude Harari, è un serio problema, perché in molte parti del mondo ha finito per trasformare la religione in ancella del nazionalismo. Ed è, questo, un ben triste destino, se ad esempio si pensa al Medioevo, quando la forza della religione (fosse essa ebraica, cristiana o islamica) era tale da asservire la migliore filosofia greca e farne addirittura l’ancella della teologia.
In conclusione, Harari evoca il caso dell’Unione Europea proprio per far vedere concretamente in azione il problema qui discusso su religione e nazionalismo. La crisi dell’UE è dovuta anche a questa tensione tra problemi globali e chiusure identitarie locali in rapida diffusione. Nata per promuovere valori liberali universali che superassero le barriere nazionali, essa si trova oggi “sull’orlo della disintegrazione” proprio per la difficoltà di far fronte alle sfide dell’integrazione e dell’immigrazione in un momento storico in cui vari nazionalismi rivendicati cinicamente su base religiosa alzano un po’ ovunque, in maniera pericolosamente miope, muri identitari.

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