Perché nel nostro cervello ci sono i fantasmi

 
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Gela. È noto che le etichette di “fascista” e “comunista” sono le grandi star del dibattito pubblico italiano, soprattutto da quando i regimi politici definibili propriamente con quei termini sono stati consegnati alla Storia. Tutti conosciamo quel politico imprenditore che nei decenni passati non solo vedeva “comunisti” ovunque – in certi partiti, nelle scuole, nelle università, nelle procure, nei giornali e persino nei programmi televisivi di satira – ma riusciva anche a trasmettere furbescamente le proprie allucinazioni a milioni di elettori. Analogamente, non pochi intellettuali e opinion leaders – ovviamente “comunisti” – hanno troppo spesso creduto di vedere “fascisti” annidati nelle istituzioni, in certi partiti o organizzazioni politiche, nelle forze dell’ordine, nella carta stampata e così via. Anche qui si tratta molte volte di allucinazioni, ovvero di fantasmi nel cervello: i fascisti e i comunisti in senso stretto sono ovviamente in via di estinzione, eppure a chi ha un qualche interesse a trovarli e segnalarli sembra di vederli ovunque. Perché?

Come “stiracchiamo” i concetti
Uno studio recente di percettologia e di psicologia sociale, il cui resoconto è stato pubblicato su “Science” il 29 giugno scorso, forse fornisce una spiegazione del meccanismo che ci induce a vedere fantasmi di questo tipo, dal livello puramente percettivo a quello cognitivo. Il paper è intitolato “Prevalence-induced concept change in human judgment” ed è firmato da David E. Levari, Daniel T. Gilbert, Timothy D. Wilson, Beau Sievers, David M. Amodio e Thalia Wheatley. Un commento di Oliver Burkeman ai risultati dello studio è uscito su “The Guardian” del 20 luglio con il titolo “Are things getting worse – or does it just feel that way?”, che la rivista “Internazionale” on line ha proposto in italiano il 24 luglio con il titolo “Perché inventiamo sempre nuovi problemi”.
L’esperimento comincia con un compito percettivo di riconoscimento dei colori. Ai soggetti sperimentali viene chiesto inizialmente di individuare dei puntini blu tra centinaia di puntini che vanno dal viola al blu. In un secondo momento, il numero dei puntini blu viene sensibilmente ridotto ed è qui che comincia ad emergere un fenomeno interessante: man mano che i puntini blu tendono a diventare più rari, i soggetti “vedono” come blu dei puntini che prima vedevano correttamente (e quindi scartavano) come viola. È questo “strisciare” o “stiracchiare” il concetto (“concept creep”) che nel titolo del paper viene chiamato “cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza”. Un concetto, in questo caso cromatico, tanto più tende ad essere allargato ed applicato a casi non pertinenti quanto più i casi pertinenti diminuiscono.
Rilevato il fenomeno a livello di percezione cromatica, gli autori dello studio hanno cominciato a spostare la loro attenzione verso le funzioni cognitive superiori e hanno scoperto che il meccanismo allucinatorio in cui rimane imbrigliato il nostro cervello può essere generalizzato: quando un qualsiasi “segnale” che una persona sta cercando diventa raro, il soggetto tende spontaneamente ad ampliare la sua definizione del segnale stesso, e quindi continua a trovarlo anche laddove esso non è presente. Ai soggetti sperimentali sono stati presentati volti con espressioni minacciose e neutre e sono stati invitati a individuare le espressioni minacciose; ma quando i volti minacciosi sono diventati rari, i soggetti hanno cominciato a vedere i volti neutri come minacciosi, cioè hanno “stiracchiato” il loro concetto di espressione minacciosa, scorgendola anche laddove prima vedevano solo espressioni neutre. Infine, ai soggetti sono state presentate richieste eticamente accettabili o neutre e richieste del tutto non etiche ed è stato chiesto loro di individuare queste ultime; quando però le richieste non etiche sono diventate rare, i soggetti hanno cominciato a vedere alcune richieste prima considerate innocue come non etiche. Addirittura, osservano gli autori, «questo “cambiamento di concetto indotto dalla prevalenza” si è verificato anche quando i partecipanti sono stati avvertiti in anticipo e anche quando sono stati istruiti e pagati per resistere».
Questo meccanismo, purtroppo, ha delle conseguenze spiacevoli sul piano dell’opinione pubblica e delle politiche di intervento, perché certi problemi sociali possono apparire insolubili, dal momento che la riduzione della loro prevalenza porta le persone a vederli più frequentemente, con conseguente e crescente divaricazione tra percezione e realtà. In tal modo, chi ha il compito di affrontare e risolvere tali problemi può avere serie difficoltà a capire quando il proprio compito è finito.

Meglio con concetti estesi che morti, ma con giudizio
Questa tendenza automatica del nostro cervello a fluidificare ed estendere i concetti non è naturalmente solo una “disgrazia”, anzi. Se essa ci accompagna ancora oggi è perché è stata selezionata dall’evoluzione e il suo valore di adattamento non è difficile da scorgere. Nel suo lungo passato di cacciatore-raccoglitore, per il Sapiens (ma non solo per lui, c’è da supporre) era molto meglio avere un cervello in grado di concettualizzare in modo flessibile, perché questo aumenta le sue probabilità di lasciare una discendenza. Per esempio, un ambiente in cui il riconoscimento di certi predatori è ben collaudato potrebbe mutare all’improvviso con la diminuzione di questi ultimi e l’apparizione sulla scena di nuove potenziali minacce. In un caso del genere è vitale essere in grado di estendere in modo strisciante il concetto di predatore, cioè realizzare il “concept creep”.
Questa capacità rivela tutta la sua importanza adattiva se la mettiamo in relazione con la ben nota iperattività del dispositivo di riconoscimento degli agenti intenzionali comune a molti animali, nota con la sigla HADD (da Hyperactive Agent Detection Device). È tale iperattività che per esempio sta alla base dei numerosi falsi positivi dei cani da guardia e della nostra tendenza irresistibile a popolare il mondo di spiriti e divinità. In tal senso, l’HADD e il “concept creep” sono due formidabili strumenti di sopravvivenza, perché consentono di seguire efficacemente la regola darwiniana aurea del “Meglio salvi e in errore che morti”. Così come è molto meglio scappare pensando erroneamente che un fruscio di foglie sia dovuto a un predatore, allo stesso modo è molto meglio applicare erroneamente il concetto di “nemico” a un nuovo elemento del nostro ambiente. In entrambi i casi il costo dell’errore è irrisorio rispetto alla posta in palio, che è la vita. Viceversa, sottovalutare un segno della presenza di un predatore o possedere un concetto troppo rigido di “nemico” può costare molto caro, perché può azzerare la probabilità di avere una discendenza.
Per concludere riallacciandoci al tipo di questioni sociali cui si accennava in apertura, tutto questo non elimina alcune conseguenze spiacevoli della nostra tendenza ad espandere in maniera strisciante i concetti. È auspicabile, come notano gli autori dell’articolo, che un neurologo non chiami troppe cose “tumore al cervello” solo perché incontra sempre meno casi di tumore al cervello; allo stesso modo sarebbe meglio non vedere troppi casi di violenza, dal momento che essa, almeno nelle società avanzate, è sempre più rara e contenibile (e per questo ci colpisce di più sul piano mediatico). Invece, non di rado assistiamo a casi di allarmismo eccessivo indotto dal “concept creep”, il cui primo effetto sicuro è quello di farci apparire il problema troppo difficile da trattare.

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