“Quannu na facemmu ‘a storia?…”, i pusher di Sant’Ippolito avevano tanti clienti: la droga spacciata vicino ad uffici comunali e ad un santuario

 
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Lo spaccio ripreso tramite sistemi video

Gela. Cocaina e hashish erano le specialità della casa.


Il gruppo in azione. I pusher di Sant’Ippolito riuscivano a soddisfare le richieste di tanti clienti e a spostarsi lungo l’intera città. Telefonate, incontri, “mezzi caffè” e “caffettini” ma anche le conversazioni su Whatsapp. Sono solo alcuni degli elementi investigativi che hanno consentito ai magistrati della procura e ai poliziotti del commissariato di bloccare quelli che sono ritenuti i pusher più prolifici, anche se il giro di spacciatori sarebbe stato molto più ampio. C’era addirittura chi riusciva a piazzare la droga pur gestendo una parrucchieria. “Unna si?…quannu na facemmu a storia?”. Il giro avrebbe avuto come punti di riferimento i “compari” Cristofer Tasca e Fabio Crisci, ma anche Gaetano Marino e Baldassarre Nicosia, che gli investigatori ritengono uno dei principali fornitori di cocaina. Così, i poliziotti li hanno seguiti per diversi mesi. Le telefonate ai pusher erano quotidiane e la droga non mancava mai. Non grandi quantitativi, ma il necessario per soddisfare la domanda.

La droga nei pressi di una scuola. Lo spaccio avveniva ovunque, addirittura anche nei pressi del santuario di Bitalemi, a pochi passi dalla raffineria. I pusher “servivano” pure nei pressi degli uffici comunali di via Marsala, di una scuola media, di cinema, bar e pizzerie. Diversi clienti, soprattutto giovanissimi, erano diventati acquirenti abituali del gruppo di Sant’Ippolito. Il copione era sempre lo stesso. Una telefonata e la prenotazione, camuffata con espressioni in codice. Si spacciava in strada ma anche nelle abitazioni private. Un gruppo, quello di Sant’Ippolito, che si muoveva senza altri controlli né facendo riferimento ad eventuali “fratelli maggiori”. Uno degli indagati arrivò a scardinare la porta dell’abitazione della sua ex fidanzata pur di riprendersi una tanica, al cui interno, stando agli inquirenti, era nascosta la cocaina da piazzare.  

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