Sangue a Scavone, le accuse a Ventura: la figlia, “mio padre non ha colpito”

 
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Gela. Un giovanissimo aggredito tra le palazzine popolari di Scavone e l’accusa di tentato omicidio mossa al padre, il quarantaduenne Matteo Ventura, che avrebbe cercato di farsi giustizia da solo, scagliandosi contro l’uomo che prese di mira il figlio. In aula, davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore, a latere Tiziana Landoni ed Ersilia Guzzetta, la figlia di Ventura ha ricostruito i lunghissimi momenti vissuti nell’estate di due anni fa. “Mi accorsi che un nostro conoscente, all’epoca eravamo anche amici, cercava di colpire mio fratello, con una trave – ha spiegato – credo che lo ritenesse responsabile di un furto che aveva subito”. Per la giovane, però, il padre sarebbe intervenuto solo allo scopo di evitare che il ragazzo potesse subire ulteriori conseguenze. “Non ricordo sangue né ricordo la presenza di un cacciavite”, ha detto ancora.

Lo scontro a Scavone. Ventura, difeso dagli avvocati Valentina Lo Porto e Grazio Ferrara, stando alla ricostruzione dei pm della procura e dei carabinieri, avrebbe colpito più volte, con un cacciavite, proprio l’uomo che aveva accusato di furto il figlio. La vittima riuscì ad arrivare all’ospedale Vittorio Emanuele, dove gli vennero riscontrate diverse ferite. L’uomo colpito è parte civile nel procedimento, con gli avvocati Giuseppe Simonetti e Samantha Rinaldo. Proprio i legali di parte civile hanno comunque contestato la ricostruzione resa dalla giovane, che ha risposto anhce alle domande del pm Mario Calabrese. Stando ai legali di parte civile, Ventura si sarebbe scagliato contro il loro assistito, colpendolo proprio con un cacciavite.

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