Lettere con minacce in codice di Alferi a Cascino: T.B.V. ovvero “ti brucio vivo”

 
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Per Alferi è stato rinnovato il regime del 41 bis

Gela. Emanuele Cascino si è fatto tatuare l’immagine di Giuseppe Alferi, suo padrino, per dimostrargli devozione. Poi però, temendo di essere ucciso, ha preferito collaborare. Il 24 novembre 2011 si presenta davanti al pm Condorelli.

“Sono in grave pericolo di vita. Sono già stato vittima di tre tentativi di omicidio”. Il primo nel 2009, uno del 2010 e il terzo proprio nel novembre 2011. Cascino accusa il gruppo Alferi, poi Nunzio Trubia e il figlio Luca. La banda ce l’aveva con Cascino perchè si tratteneva i soldi delle estorsioni, che invece avrebbe dovuto versare alle casse del gruppo. L’attentato di Trubia Nunzio e del figlio Luca erano in realtà un segnale che volevano mandare ad Alferi, poiché esistevano rancori. Cascino era cresciuto come malavitoso nel clan Emmanuello, sotto la protezione di Angelo Cavaleri, negli anni 1999, 2000. Si occupava di estorsioni e danneggiamenti. Si vanta di aver incendiato 80 auto in tre anni. Alcuni erano commissionati dai clan, altri invece da provati. Cascino si distaccò dal clan quando iniziò la faida tra gli Emmanuello ed i Rinzivillo. Ebbe paura. Angelo Cavaleri però racconta dell’intenzione di ucciderlo, perchè si ebbe il sospetto che fosse un confidente di polizia. Il primo a volerlo uccidere sarebbe stato Massimo Alferi. Era convinto che avesse una relazione con la moglie. Fu la stessa donna ad avvertire Cascino che il marito lo stava aspettando sotto casa armato. Cascino avvertì Peppe Alferi, che si portò via sia Massimo che Claudio, nipoti, e riuscendo a convincerli che non era vero. Si trattava solo di una montatura.

L’errore lo commise però quando fece una estorsione ad un imprenditore edile. Gli rubò la Bmw 730 e gli chiese 1500 euro come cavallo di ritorno per restituirla. Un suo operaio nella zona industriale gli consegnò i soldi pattuiti ma Cascino, anziché consegnarli tutti a Maria Azzarelli, amante di Peppe Alferi, ne tenne mille perchè doveva pagare l’affitto di casa. Poi provò a giustificarsi e mentire. Venne scoperto e la Azzarelli lo riferì ad Alferi, che dal carcere ordinò di ucciderlo. L’agguato, compiuto da Giuseppe Biundo, fallì e Cascino chiese spiegazioni alla Azzarelli. “Ma non l’hai capito perchè tuo parrino non ti scrive più”, disse la donna, che poi cercò di rassicurarlo. Si trattava solo di un avvertimento. Dal carcere poi Alferi scrisse a Cascino tramite il figlio Nunzio. Gli scrisse di stare tranquillo, di non preoccuparsi. Poi però aggiunse: T.B.V., che non significa ti voglio bene, ma “ti brucio vivo”.

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