Diciassettesimo capitolo – Attentato in Vaticano

 
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I giorni passarono lentamente; Fabrizio era diviso dall’amore per Olga ed il suo lavoro.

Ancora non si era spenta l’eco dell’operazione “ambasciata americana” e nonostante fossero trascorse delle settimane, un giornalista inglese del Thimes Square, girovago tra le strade di Roma Prati, si era presentato a studio dell’Avvocato Berti,  deciso a raccoglierne l’intervista e farne uno scoop.

Per Fabrizio era importante riuscire a starsene in sordina e non creare degli allarmismi.

Aveva molto su cui pensare, una nuova vita con l’affascinante diplomatica da affrontare, doveva redigere la relazione finale ai lavori della commissione d’indagine da presentare al presidente del consiglio in persona, la quale gli aveva tolto linfa e lunghe ore di lavoro nelle settimane precedenti, e soprattutto per lui riuscire a venire a galla dall’intrigata vicenda che riguardava i suoi ex clienti oramai dileguatisi nel nulla era un’ossessione.

Decise di affrontare ogni cosa catapultandosi nel lavoro, sperando di essere ricontattato dalla donna del perfido Marwan Al Said,  donna Safyra, la quale gli aveva svelato i segreti di Al Qaida e si era mostrata interessata a sventare l’attentato che a suo dire il marito ed i complici islamici preparavano in Italia.

Il giovane aveva informato la procura della repubblica romana, difatti si era detto con Lorella di tenersi informati sulle eventuali nuove notizie ed era nell’attesa degli ulteriori sviluppi dell’intrigata vicenda giudiziaria ed internazionale.

L’avvocato Berti s’era messo da parte ed aveva evitato di rilasciare alla stampa le dichiarazioni, ma il giornalista inglese quella mattina fu insistente, convinto che il legale italiano potesse rivelargli la verità, e desiderava intervistarlo.

Fabrizio prese tempo, indeciso se utilizzare i media, informandoli di un imminente attentato, al fine di scombinare i piani della cellula di Marwan Al Said, oppure di starsene zitto  e collaborare lealmente con la procura di Roma, continuando a sperare in Safyra, che forse  lo cercava per mantenerne i contatti.

Alla fine, declinò l’invito di essere intervistato  e congedò il giornalista.

Decise di non lasciare per il momento la città di Roma, evitando di andare nei week-end in Sicilia, a Montecarlo o in una delle centinaia città d’arte disseminate nelle regioni centrali della penisola. 

Poi Olga era a Roma e gli impegni diplomatici non la distolsero dall’essere vicino al suo uomo.

Intanto, il lunedì i processi penali ripreso al palazzo di giustizia di piazzale Clodio e la celebrazione dei dibattimenti presso il tribunale capitolino fu l’occasione per far incontrare l’avvocato Berti con la giovane sostituto  nell’ufficio del pubblico ministero.

Lorella fu felice di rivedere Fabrizio, però non fece nulla per nascondergli di sentirsi triste, preoccupata dagli eventi.

La debacle dell’operazione di polizia contro gli extracomunitari era stata grave ed anche se l’opinione pubblica e i mass media la sostenevano, il successo professionale oramai più non le interessava.

Per quello aveva pagato un duro prezzo ed aveva perso il suo uomo;  dopo, le preoccupazioni di un imminente attentato a Roma la lasciavano sgomenta, sentendosi impotente ad affrontare il nemico nascosto nel buio.

Fabrizio fu messo al corrente delle perplessità della donna, circa l’insuccesso delle ricerche, in ogni angolo della città, delle forze di polizia contro il pericoloso terrorista straniero ed i complici della sua cellula islamica, perché avevano deciso di essere amici e si telefonavano ogni giorno.

Quella mattina il giovane aveva deciso di  rompere gli indugi e di aiutare la sostituto procuratore a chiudere definitivamente il caso.

Voleva farlo con tutto se stesso, per Lorella e la nazione.

“Come posso aiutarti?, si chiese avanti a lei, giunto quasi di corsa a palazzo di giustizia.

Si ricordò del primo incontro con Safyra, presso l’appartamento romano di via Palestina, vicino la fermata metropolitana di Ottaviano, nel quale la donna disse che  il cognato e suo figlio erano fuori la città, ai castelli romani.

La donna aveva detto che si trattava di una gita fuori porta, in una lussuosa villa vicino una famosa fontana dei castelli, ad Ariccia, ma analizzando i fatti, scomponendoli e ricomponendoli, essi erano inverosimili.

Possibile che quella località avesse una qualche relazione con la sparizione di Marwan Al Said e che il capo della cellula di Al Qaida in Italia avesse lì il suo covo?

Decise di indagare e scoprire la verità.

Dopo aver salutato la giudice e lasciato gli uffici dell’edificio giudiziario romano, tenendola all’oscuro dei suoi futuri passi e progetti, si recò a Trinità dei Monti, uscì dal garage la sua autovettura, attraversò il centro antico della città  e guidò prima verso l’ingorgo del traffico e la periferia, dopo in direzione dei castelli, continuando lungo la strada ad essere inquieto, macinando le  diverse ipotesi.

Solo una volta nella vita si era sentito impotente  – obiettò in sé  – quando nell’adolescenza non era riuscito a convincere un suo amico siciliano a desistere dalla commissione di gravi illeciti penali; fino a quando quell’ingresso nell’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra non era stato portato dall’amico del cuore a compimento e non aveva creduto che il giovane, senza alcun apparente problema, potesse giungere a tanto.

L’amico entrò nell’associazione, ma non potette uscirne.

Non gli aveva creduto, né accettato i suoi consigli; dopo la libertà, il giovane compagno perse anche la vita.

Ne dedusse da quella esperienza, rimuginatagli in testa con un volo pindarico, che fosse necessario credere non solo in se stessi ma, a volte, anche negli altri.

La misteriosa signora palestinese era una donna credibile perché i suoi occhi neri e profondi non potevano mentirgli.

Lei gli aveva chiesto aiuto, senza alcun interesse, e appariva disperata, disposta a tutto: lui conosceva la psicologia di una donna, e la giovane palestinese lo era. 

Giunto nella località laziale, si chiese dove potessero essere alloggiati i terroristi.

Per uno straniero non era difficile affittare dei locali oppure, se si trattava di un  uomo all’apparenza facoltoso, una villa dei dintorni.

I complici del medico egiziano certamente si erano mossi come dei comuni turisti stranieri e probabilmente si erano anche rivolti ad un’agenzia immobiliare.

La ricerca degli alloggi però risultò negativa fino alle ultime ore della sera;  l’avvocato momentaneamente desistette di andare da agenzia in agenzia, a chiedere e domandare se nelle ultime settimane degli  stranieri di origine araba avessero preso in affitto dei locali.

“E’ come se cercassi un ago nel pagliaio”, rimuginò.

“Spero di riuscire a trovarli”, impose a se stesso, non nascondendosi le difficoltà, sentendosi per la prima volta sfiduciato, poiché l’intuito e la fortuna lo avevano abbandonato. 

Quasi immediatamente però le sue paure si dimostrarono parzialmente infondate; appena Fabrizio fece ritorno a Roma, entrò dal muro Torto in una porta della città antica, diretto sul viale Veneto, e sentì squillare il cellulare.

Era Safyra, della quale ne riconobbe subito la voce chiara e limpida, dall’accento straniero, tipicamente arabo, che gli chiese aiuto, informandolo di trovarsi vicino la città di Milano, con il suo uomo ed il figlio.

Il marito si sentiva addosso il fiato degli inquirenti e delle forze di polizia  ed era stato costretto a lasciare la villa presa in affitto presso i castelli romani.

Ora si trovavano vicino ad uno dei  caselli sull’autostrada Venezia-Milano, ed il medico egiziano aspettava nell’autogrill di incontrarsi con i suoi mujaheddin; poi  si sarebbero diretti verso la località segreta designata, vicino Bergamo, che la donna non fu in grado di indicare. 

Stava telefonandogli da una cabina telefonica ed era impossibilitata a fornire altri elementi utili alla loro individuazione.

Aveva detto agli uomini della sua famiglia di recarsi nella toilette, ora subito doveva ritornare presso l’autovettura del marito per non destare alcun sospetto.

Gli spiegò di essersi tormentata a lungo per non aver avuto la possibilità di mettersi in contatto con il legale e si dichiarò insicura di poterlo fare in futuro.

Confessò pure di essere preoccupata perché aveva capito che il lunedì prossimo si sarebbe scatenato l’inferno.

La conversazione telefonica cadde prima che l’interlocutore  potesse chiedere un qualche ragguaglio.

“Accidenti! Occorre fare presto; a lunedì mancavano solo alcuni giorni”.

Fabrizio decise di telefonare all’ufficio della procura  della repubblica romana e chiese della sostituto procuratore, ma il  suo cellulare era spento: doveva parlarle urgentemente.

Ritelefonò al centralino facendosi passare la  segretaria che a sua volta gli passò l’interno desiderato della giudice, al momento intenta nel suo lavoro.

Decisero di vedersi subito.

Alle ventuno Fabrizio  di corsa fu nuovamente negli uffici della procura, nella stanza del magistrato, informandola degli eventi e degli ultimi sviluppi.

“Sei sempre stato un tipo in gamba”, gli disse Lorella sorridendo, contenta di vedere l’antico ragazzo e stupita del suo immediato arrivo, prendendolo ad un braccio ed invitandolo ad accomodarsi dentro l’ufficio dopo avergli fatto l’incontro lungo il corridoio.

I due giovani parlarono a lungo delle ultime vicende personali; Fabrizio riferì di avere sentito la voce della sua confidente preoccupata ed impaurita, di essere sicuro solo della data dell’attentato:  Safyra  aveva riferito che il lunedì prossimo, l’11 Marzo,  a Roma si sarebbe scatenato l’inferno.

Considerati gli ulteriori elementi, anticipati dalla donna musulmana nell’incontro di piazza di Spagna,  quali  l’attacco al “Grande Satana” e le cartine della città rinvenute nel covo, dove erano state lasciate dai terroristi islamici, era possibile che l’obiettivo designato fosse probabilmente il Colosseo, la metropolitana capitolina, oppure la stazione centrale, presso la quale incombeva lo spettro delle stragi.

Ma quali erano le armi con le quali gli islamici avrebbero seminato il terrore e perché si erano allontanati da Roma.

Era certo, come riferito dalla donna, che i terroristi si sentivano braccati ed avevano lasciato la capitale al fine di contare sull’appoggio dei mujaheddin infiltrati tra gli arabi e gli islamici delle moschee di Milano e delle città lombarde, ma qualcosa gli suggerì che quelle tracce avessero qualcosa di subdolo, che fossero l’ultimo diversivo studiato dalla mente diabolica di Marwan Al Said.

Questi non aveva desistito dall’organizzare e portare a termine la missione di morte, ma il suo modo di ragionare e di agire, lentamente si mostrò a Fabrizio prevedibile: l’egiziano aveva certamente un piano e le tracce lasciate erano una falsa pista per gli inquirenti.

Forse il medico egiziano, sentendosi braccato, voleva che le forze dell’ordine italiane concentrassero le loro energie e ricerche nella prevenzione dell’attentato ad uno degli obiettivi sensibili della capitale, cerchiati nella mappa della città  ritrovata nel covo, per agire liberi  sul luogo vero dell’attentato.

Pensò anche che la data dell’11 Marzo fosse un augurio felice ai terroristi e il segno del destino per i cittadini occidentali, i quali, alcuni anni prima, avevano assistito impotenti alle stragi di Madrid e Parigi.

Fabrizio si disse preoccupato, ma Lorella rispose che l’imponente apparato di prevenzione disposto dal governo, su espressa richiesta della magistratura capitolina, stava facendo il suo meglio.

La donna intanto colse l’occasione di avere vicino  il suo  Fabrizio, e gli confidò anche di sentirsi stanca:  da quanto lui era uscito dalla sua vita, si sentiva sola, vuota, frustrata, perché le mancava la sua metà.

E  lui era stato l’altra metà.

Ne aveva parlato anche con il suo migliore amico, ma Dario non aveva capito nulla dei suoi sentimenti, e alla fine aveva abusato della sua amicizia.

Raccontò i fatti della sua vita privata degli ultimi giorni, riferendogli  dei continui incontri con Dario, le avances del procuratore capo che si era dichiarato innamorato di lei, le serate passate insieme, le cene a lume di candela, infine  le circostanze dell’ultimo invito serale al ristorante, dove Dario l’aveva circuita, stordendola di emozioni e di champagne; poi avevano fatto all’amore.

Con certosina, puntuale analisi e voglia di confessarsi, esplorò le ragioni di quell’incontro molesto con il procuratore; concluse che, anche se lo aveva spinto e aiutato a provarci,  dopo si era sentita sporca, avendo subìto dall’uomo una violenza.

Aggiunse, a singulti e in lacrime, di sentirsi stuprata.

Il sangue di Fabrizio raggelò, mortificandosi di quanto accaduto, non credendo quasi alle proprie orecchie, giurando a se stesso che al procuratore l’avrebbe fatta pagare cara. 

La donna acconsentì, dicendo di sentirsi in errore per essersi fidata del collega, rivelatosi sleale ed ambiguo, dichiarandosi dispiaciuta di non essere un uomo, altrimenti lei stessa gli avrebbe dato una sonora lezione, infliggendogli più dell’umiliazione di averlo buttato fuori dalla sua casa, sbattendogli la porta in faccia.

Con decisione, Fabrizio replicò che a quello ci avrebbe pensato lui, personalmente, e al più presto…

“Tempo al tempo”, sentenziò.

“A proposito, Gaymonat è in ufficio?”, si informò sibillino, sospettando di no, diversamente lei l’avrebbe menzionato, suscitandole l’apprensione poiché lo conosceva, e sapeva bene che il giovane era capace di andare subito nella stanza di Dario, entrarvi senza farsi annunciare dalla segreteria personale e dargliele di santa ragione, prima che alcuno o gli uomini della scorta potessero intervenire a difendere il procuratore.

“No, è andato dal signor ministro di giustizia, ad un incontro istituzionale. Mi ha anche domandato di accompagnarlo, supplice di pietà, chiedendomi di scusarlo perché è un uomo disperato e innamorato, ma l’ho mandato a quel paese”.

“Allora che ne dici se insieme mettiamo qualcosa sotto i denti”,   disse Fabrizio con la voce apparentemente goliardica e festosa, volendo rompere l’atmosfera greve che era scesa nell’ufficio, imponendo alla donna ed a se stesso di cambiare i toni e l’argomento.

“Io sono libero; mi piacerebbe portarti in giro, in lungo e in largo per la città”.

“Questa sera ti invito a cena, a casa mia, e sarò io a cucinare per te”, replicò l’elegante donna, la quale ritrovò un timido sorriso sotto i suoi occhi stretti e sorridenti.

“Va bene mia dolce giudice. Dopo i pranzi e le cene che ti ho preparato,  il tuo invito è una leggera forma di ristoro.

Inoltre, penso che sia già tardi ed è un’ottima idea; così a nessun paparazzo verrà in mente di fotografare un innocente incontro tra due ex amanti, scontratisi  nell’indagine giudiziaria della procura capitolina più difficile degli ultimi anni,  riconciliatisi attorno ad un buon piatto…”

Risero entrambi, contenti di avere ritrovato se stessi ed il binario dell’antico dialogo, anche se alla donna non interessava avere in Fabrizio solo un amico; era cosciente, però, che lui al momento fosse di un’altra.

Ma il giovane aveva detto che quella sera era libero, la sua attuale compagna impegnata nell’ambasciata russa sino a notte fonda e lei non si sentiva seconda a nessuno, anche se l’uomo le era sentimentalmente distante.

Tre quarti d’ora dopo, l’avvocato e la ragazza arrivarono a casa del magistrato, ed ella si mise subito a mettere in ordine la casa, preoccupata che il legale potesse giudicarla per la confusione che vi regnava; poi si portò in cucina, rovistò tra i fornelli ed iniziò a preparare delle insalate  con delle succulente bistecche ai ferri.

“Non aspettarti di mangiare grandi leccornie”, disse l’affascinante ragazza veneziana a Fabrizio, ritrovando la verve di sempre,  muovendosi con grazia ed eleganza, contenta di avere a casa il gradito ospite.

“Non sono un’eccellente cuoca”, continuò lei, “ma ti assicuro che le insalate sono fresche  e si associano bene al tuo ottimo vino bianco delle colline senesi, quasi gridò con la voce squillante ed estraendo con il cavatappi la bottiglia di vino, mentre le carni ai ferri furono già pronte.

La donna, non appena era giunta a casa si era liberata della sua giacca di renna, legandosi i lunghi capelli ambrati ed apparendo al giovane più bella, con le due guance rosse pronunciate, muovendosi velocemente tra gli arredi e la posateria della cucina, calzando dei comodi sandali che la resero più veloce  e leggera.

L’uomo si accomodò in una poltrona dell’ampia camera, dove oltre la cucina c’era anche il soggiorno ed un improvvisato salotto.

L’appartamento era comodo, non era grande ma accogliente. Fabrizio rimase stupefatto della metamorfosi della donna, la quale rovistava in cucina come se fosse un’esperta in culinaria e da anni fosse fedele nella preparazione dei semplici ma genuini piatti, che furono accompagnati anche dalla frutta e dalle verdure di stagione.

Cenarono dopo appena mezz’ora, prima della mezzanotte, seduti in cucina nel piccolo ed accogliente tavolo illuminato dalle candele, preparato nei coperti dalla donna premurosa di apparire agli occhi dell’ospite  come un’avvenente casalinga, mostrandosi intrigante nei successivi dialoghi, dove parlarono di molte cose: le rispettive professioni, dell’amore, i sogni ed il destino.

La serata era accogliente ed entrambi si sentirono a loro agio, come ai vecchi tempi in cui la donna s’era trasferita nell’attico del suo uomo, a piazza di Spagna, dalla cui vetusta veranda si vedevano la suggestiva chiesa della Trinità dei Monti, le sue scalinate e l’angolo di via Condotti della città eterna.

Lei, dopo la fuga dal suo nido, s’era sentita naufraga, disidratata; invece ora era a suo agio ed in buona compagnia.

Fabrizio si sentì stupefatto a potere parlare di ogni cosa con la compagna di un tempo, la quale, più non lo odiava e non accennò nemmeno a una timida gelosia quando le raccontò di sentirsi felice e soddisfatto con la nuova compagna: questa era dolce e fedele, e anche se diceva di essere una donna libera ed in carriera, ogni sera non vedeva l’ora di ritornare a casa  dal suo uomo.

L’antica compagna, invece, era veramente cambiata.

A sentire quelle parole non provò alcuna gelosia, anche se l’eco della nostalgia del passato la stordì: adesso era diversa, e finalmente aveva trovato insieme la dignità  di donna ed il suo orgoglio.

“Non mi ero mai resa conto di quanto fossero importanti i miei sentimenti, posticipandoli alla carriera professionale, agli ideali di giustizia, fin quando non ti ho perso: oggi, l’averti ritrovato, anche se solo come amico, mi rende felice di andare avanti.

Un giorno anch’io incontrerò l’uomo della mia vita, come tu mi dici di avere trovato la tua donna, ed avrò dei sogni, forse dei figli…

E poi, chissà se…”, chiosò lei.

“Non dire una sola parola.

 E’ scaramantico”, disse Fabrizio, guardandola profondamente negli occhi, ammonendola a non elucubrare con i  suoi “se”  e  i “chissà”.

“E’ vero”, disse attonita, intuendo di  essere stata bloccata a non valutare, nemmeno per ipotesi, un futuro che li vedeva insieme da protagonisti.

“Per tutta la vita ho inseguito la felicità e non mi sono mai accorta che essa era qua, vicina al mio cuore; oggi è perduta, ma mi rendo conto che non si può amare veramente un uomo se non si ama se stessi con la semplicità e la convinzione di essere pieni di valori”.

“Già”, rispose il giovane avvocato, muovendosi verso di lei, guardandola ancora profondamente negli occhi e infine, rompendo gli indugi, abbracciandola per lunghi intensi minuti, teneramente, ricordandole i mille giorni vissuti insieme, nell’alcova e nei segreti dei loro cuori, destinati oramai a percorrere strade diverse. 

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