Condanne “Tetragrona”, a novembre imputati in Cassazione: maxi inchiesta nove anni fa

 
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Gela. La decisione finale arriverà a novembre, dopo il deposito dei ricorsi proposti dalle difese. La maxi inchiesta antimafia “Tetragona” consentì di ricostruire una presunta ragnatela di affari economici e di imposizioni estorsive, riconducibili alla famiglia di Cosa nostra gelese, con forti ramificazioni nel nord Italia. Dopo le condanne in primo e secondo grado, anche ai danni di professionisti che sarebbero stati vicini ai gruppi di mafia, saranno i giudici di Cassazione ad emettere l’ultimo esito. L’udienza davanti ai magistrati romani si sarebbe dovuta tenere in settimana. Tutto nuovamente rinviato, dopo un primo slittamento dovuto all’allerta coronavirus. Per alcune posizioni, due anni fa, i giudici della Corte d’appello di Caltanissetta ridussero l’entità delle condanne, ma comunque confermando l’impianto accusatorio già vagliato in primo grado dal collegio penale del tribunale di Gela. Al termine del giudizio di secondo grado, i magistrati nisseni imposero nove anni a Giuseppe Piscopo, in continuazione con una precedente sentenza, accusato di aver sottoposto ad estorsione i titolari di due supermercati a Caposoprano e Scavone. Sette anni ad Aldo Pione (condannato a nove anni di reclusione in primo grado), considerato il collegamento strategico tra la provincia di Varese e il boss Gino Rinzivillo che faceva base a Roma. Cinque anni e otto mesi di reclusione ad Armando D’Arma (in primo grado alla condanna a tre anni e sei mesi si aggiunse quella a otto anni e sei mesi), con l’esclusione dell’aggravante del metodo mafioso per uno dei capi di imputazione; tre anni e otto mesi ad Alessandro Farruggia (a fronte dei quattro anni e quattro mesi di primo grado), ritenuto coinvolto nella tentata estorsione ai danni del gruppo imprenditoriale gestito dai fratelli Brigadieci; tre anni e sei mesi ad Emanuele Monachella (in primo grado alla condanna a tre anni e sei mesi si aggiunse quella a dieci anni e sei mesi), già accusato di far parte del clan di Cosa nostra, attivo soprattutto a Genova, e dell’estorsione all’imprenditore edile Emanuele Mondello; un anno e otto mesi, ancora, al collaboratore di giustizia Fortunato Ferracane (in primo grado condannato a due anni e sei mesi). I giudici di appello, inoltre, accertarono l’avvenuta prescrizione del capo di imputazione contestato ad Angelo Bruno Greco e Giuseppe Truculento (in primo grado condannati a tre anni e sei mesi di reclusione ciascuno). Venne confermata la condanna a nove anni di reclusione a Salvatore Burgio.

In primo grado, le assoluzioni arrivarono per i collaboratori di giustizia Rosario Trubia e Nunzio Licata e per Pietro Caielli, Claudio Conti e Sebastiano Pelle. Nei precedenti gradi di giudizio, fu riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, comprese le vittime delle estorsioni ricostruite dagli inquirenti. Si tratta dell’associazione antiracket “Gaetano Giordano” e della Fai, rappresentate dall’avvocato Giuseppe Panebianco, dell’imprenditore Emanuele Mondello (con il legale Vittorio Giardino), dei titolari di due supermercati, Nunzio Di Pietro e Cristoforo Infurna, di Confindustria Caltanissetta e di Orazio e Claudio Brigadieci. Tra i legali di difesa, ci sono gli avvocati Giacomo Ventura, Flavio Sinatra, Cristina Alfieri, Francesco Enia, Boris Pastorello e Antonio Gagliano.

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