“La mafia mi ha distrutto la vita, vendo tutto!”: parla imprenditore taglieggiato

 
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Gela. Sta seriamente pensando di lasciare tutto e mettere in vendita la sua attività. “La mafia mi ha distrutto la vita – ha detto l’imprenditore Nicola Cassarà davanti ai magistrati della corte presieduta dal giudice Paolo Fiore – non ho mai pensato di lavorare chiedendo favori agli esponenti della criminalità organizzata. Ora, sono in difficoltà”.

Cassarà, titolare di una cava d’inerti, ha deposto durante una delle udienze del processo scaturito dall’operazione antimafia Tetragona.
“Credo in Dio e ho una famiglia che mi supporta continuamente – ha proseguito – ma, adesso, sono veramente stanco. Di recente, un gruppo d’imprenditori impegnato in lavori nella zona di Caltagirone mi ha proposto di fornire gli inerti per i loro cantieri. Li ho ringraziati ma non ho più la forza di lavorare. Sto pensando di vendere la mia attività”. Stando alle dichiarazioni rese dall’imprenditore davanti al pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta Gabriele Paci, diversi esponenti di spicco delle organizzazioni locali gli avrebbero chiesto di mettersi a posto con i pagamenti. “Tutto è iniziato intorno al 1999 – ha ammesso l’imprenditore – si presentò Salvatore Tomasi per conto di Giuseppe La Cognata poi mi vennero a fare visita i fratelli Cannizzo e, alla fine, i soldi me li chiesero anche Carmelo Billizzi, Crocifisso Smorta e Davide Lignite”. Un calvario, quello descritto dal titolare della cava d’inerti, che si trasformò in grosse perdite economiche.
“Non riuscii a lavorare neanche nei cantieri aperti per la realizzazione della mantellata al porto isola. Cercai di contattare i responsabili del gruppo Mantovani che gestivano l’appalto ma, il giorno successivo, mi fu recapitata la testa mozzata di un cane. Ho subito diversi attentati nel mio cantiere. Si poteva lavorare solo con il rispetto e, così, venne deciso che dovevo essere messo da parte”.
Neanche l’intermediazione del geometra Salvatore Burgio, tra gli imputati nel processo, assicurò lavori all’azienda di Cassarà. “Pagai e basta – ha continuato – ma senza nessun risultato. Ero stato tagliato fuori anche dalle scelte della società Cogemi. Nessuno si doveva rifornire da noi. Questo era il sistema in città. E, attenzione, quasi tutti gli imprenditori locali operavano per il rispetto concesso allo zio Daniele Emmanuello”.

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