“Beni Marchese da soldi della mafia”, conclusioni pm: “Vanno confiscati”

 
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Gli affari di Marchese e degli altri gelesi si concentravano ormai nel nord Italia

Gela. I beni, le attività economiche e le sue disponibilità finanziarie sarebbero da collegare alla vicinanza ai gruppi della criminalità organizzata, soprattutto al clan Rinzivillo. Davanti ai giudici del tribunale delle misure di prevenzione di Caltanissetta, i pm hanno chiesto la confisca di quanto sequestrato all’imprenditore Rosario Marchese. Secondo le accuse, sarebbe provato il legame tra beni, attività e capitali illeciti, in questo caso di provenienza mafiosa. I provvedimenti eseguiti dagli investigatori consentirono di ricostruire una rete di attività imprenditoriali, anche nel settore delle auto di lusso, che Marchese nel corso del tempo aveva concentrato nel nord Italia, dove si era stabilito anche per gli affari. In totale, sotto chiave finirono disponibilità per circa quindici milioni di euro. Nel corso del procedimento, i difensori hanno presentato una relazione tecnica e dati contabili, che in realtà metterebbero in forte dubbio sia l’entità dei beni sia la riconducibilità all’imprenditore. Lo stesso Marchese è attualmente detenuto dopo essere stato coinvolto in due operazioni antimafia, ribattezzate “Stella cadente” e “Leonessa”.

I pm bresciani lo ritengono al centro di un giro milionario di compensazioni fiscali illecite, che secondo gli investigatori sarebbe stato strutturato sotto l’egida degli stiddari. A giugno, toccherà alle difese esporre le rispettive conclusioni. Marchese è difeso dall’avvocato Fausto Pelizzari e nel procedimento, come terza intervenuta, c’è anche la consorte (rappresentata dai legali Giovanna Zappulla e Ivan Bellanti).

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