Forniture e bar “Belvedere” incendiato, l’ombra della stidda: in aula parlano esercenti

 
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Il bar "Belvedere" fu distrutto dalle fiamme

Gela. L’incendio del bar “Belvedere”, in viale Mediterraneo, potrebbe essere stato commissionato dagli stiddari. E’ un particolare emerso nel corso dell’udienza tenutasi oggi davanti al collegio penale del tribunale, presieduto dal giudice Miriam D’Amore (a latere Marica Marino e Martina Scuderoni). A processo ci sono i coinvolti nell’indagine “Stella cadente” e i pm hanno chiamato a testimoniare l’esercente che aveva accettato di entrare in società con chi gestiva la struttura, poi totalmente distrutta dal fuoco. “L’avevamo allestita e dopo l’inaugurazione – ha detto ancora toccato da quanto accaduto – hanno bruciato tutto il locale”. L’esercente sentito in aula è titolare di un’altra attività, il bar “Vecchia stazione”, che si occupa anche di forniture ai locali e alle pasticcerie. Il fuoco potrebbe essere stato un messaggio intimidatorio, probabilmente legato anche al settore della fornitura di prodotti. I pm della Dda, infatti, hanno monitorato per diverso tempo le mosse di quello che è ritenuto il nuovo boss stiddaro, Bruno Di Giacomo. Non è imputato in questo filone processuale, ma sarebbe stato lui, secondo i pm, ad ambire al controllo delle forniture, attraverso uno dei titolari di un’altra pasticceria della città. Di Giacomo avrebbe avuto rapporti diretti, per ragioni di parentela, con uno degli imputati, Samuele Cammalleri. Con l’interessamento del boss, il giro di affari di allargò, a discapito di quello della “Vecchia stazione”, i cui titolari subirono poi il rogo del bar “Belvedere”. Per l’incendio, in primo grado è stato condannato Vittorio Graziano Comes. “Comes? Non lo conoscevo prima dell’incendio – ha detto l’esercente – ho saputo che camminava con Vincenzo Di Giacomo e con Daniele Infurna. Intorno al settembre del 2018, iniziammo a perdere diversi clienti che prima si rifornivano di cornetti e prodotti di pasticceria solo da noi. Non abbiamo mai subito minacce per cambiare fornitori”. In aula, è stato sentito anche il figlio del titolare della “Vecchia stazione”, che insieme al padre si occupa dell’attività. A sua volta, ha confermato il calo dell’attività per le forniture e ha spiegato di aver più volte visto Cammalleri e Di Giacomo interloquire con i titolari di diverse attività, che poi iniziano a rifornirsi da loro, interrompendo i rapporti con la “Vecchia stazione”. Lo stesso Di Giacomo gli avrebbe fatto capire che puntava ad avere maggiore spazio in quel settore. “Chi mangia troppo, soffoca”, gli disse. Le difese, però, sono certe che non ci fu alcuna pressione mafiosa nel settore delle forniture ai locali. Uno dei difensori, l’avvocato Flavio Sinatra, ha chiesto delucidazioni sui prezzi applicati. I due esercenti, in aula, hanno spiegato che fornivano a cinquanta centesimi per cornetto, mentre i concorrenti applicavano prezzi inferiori. “Fornivano a 30 centesimi, ma con quei prezzi non paghi neanche le materie prime”, ha detto uno dei testimoni. “Sì, è vero – ha aggiunto – alcuni clienti che sceglievano di fornirsi da loro mi dissero che avevano anche prodotti di qualità”, ha aggiunto. Le difese, quindi, ritengono che quanto accadde nel mercato delle forniture non avrebbe alcun collegamento con pressioni mafiose, ma solo con una questione di prezzi e qualità dei prodotti. Ricostruzione che invece i pm della Dda non ritengono congrua.

Per gli investigatori, l’intervento di Bruno Di Giacomo sarebbe stato decisivo, incutendo un certo timore a diversi titolari, che quindi preferivano accettare le nuove forniture piuttosto che rischiare di subire danni alle attività. Nel giudizio, oltre a Cammalleri (difeso dagli avvocati Sinatra e Carmelo Tuccio), ci sono Giovanni Di Giacomo, Salvatore Antonuccio, Alessandro Pennata, Vincenzo Di Giacomo, Benito Peritore, Vincenzo Di Maggio, Giuseppe Truculento, Giuseppe Vella, Giuseppe Nastasi e Rocco Di Giacomo. Gli esercenti sottoposti a minacce e ritorsioni sono costituiti in giudizio con gli avvocati Valentina Lo Porto (che rappresenta i titolari di due diverse imprese commerciali) e Alessandra Campailla (per conto di un ambulante). Parte civile, ma solo per alcuni capi di imputazione, è anche uno degli imputati, Rocco Di Giacomo (con l’avvocato Antonio Gagliano). Parti civili sono la Fai e l’associazione antiracket, con il legale Mario Ceraolo. Tra i legali di difesa, ci sono inoltre gli avvocati Giovanna Zappulla, Cristina Alfieri, Enrico Aliotta e Antonio Impellizzeri.

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