Statuto autonomo siciliano ignorato, la globalizzazione detta le regole

 
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Gela. Proviamo a capovolgere l’Italia, per un attimo; oppure pensiamo per un istante se la Rivoluzione industriale fosse stata nel Mediterraneo.

E’ questo lo spunto di riflessione per provare a comprendere l’autonomia siciliana e il divario tra Nord e Sud, al tempo della globalizzazione.

Da parecchi anni il termine “crisi” ha assunto un’accezione negativa, poiché essa si riconduce ad un peggioramento dello scenario economico e sociale; ha pure accentuato, drammaticamente, i problemi della mancata crescita della Sicilia e il divario tra quest’ultima con il resto d’Italia.

Ma siamo sicuri che questa sia una crisi, più o meno lunga, o stiamo assistendo ad un cambiamento strutturale di strategie e obiettivi che hanno alla base un eccessivo restringimento dell’orizzonte temporale nella conduzione degli affari sia pubblici che privati?

I governi eletti non hanno più il beneficio di un’intera legislatura, la loro forza dura fino a quando sono sostenuti dai sondaggi di opinione.

Pertanto, programmare una politica economica pluriennale è un investimento politico troppo rischioso, che pochi politici azzardano fare.

Nel contempo anche la sfera privata è stata investita dall’ottica di breve periodo. Il tentativo, per certi versi parassitario e disperato, di recuperare sui mercati finanziari quello che non si riesce più a ottenere nell’economia reale è alla base del passaggio dal sistema di produzione fordista-taylorista al capitalismo finanziario.

L’avvento del nuovo regime di produzione ha come motore i mercati finanziari, dove la creazione di denaro attraverso il denaro ha sostituito la produzione di merci per mezzo di merci.

Al fine di essere più competitivi e migliorare l’efficienza della struttura organizzativa, ormai, si procede al taglio del personale e non si pensa magari a formarlo per aumentare la competitività di qualità. L’attuale quadro, quindi, non è una semplice “crisi” economica, quanto piuttosto, una crisi del dominio dell’economia sulla vita sociale e politica; è una crisi di un modello di società imposta, una società neoliberista e globalizzata, che ha preso il posto del precedente modello basato sulla grande impresa e sulle politiche interventiste keynesiane.

A decretare la morte della politica economica è stata l’approvazione del Fiscal compact nel 2012. Ciò vuol dire l’obbligo per l’Italia di portare l’ammontare totale del debito pubblico al 60% del Pil entro 20 anni e, quindi, decrementare i flussi di spesa verso le regioni più arretrate. Un obiettivo inverosimile per chi attualmente presenta un rapporto debito pubblico/Pil intorno al 133%. Come ci insegna Keynes una diminuzione continua della spesa pubblica si va a ripercuotere sulla domanda aggregata, attivando un moltiplicatore keynesiano negativo: per ogni euro in meno di spesa pubblica ne perderemo due di Pil. Una ulteriore rigidità di politica economica che va ad aggiungersi a quella del cambio fisso previsto dall’euro.

L’autonomia siciliana deve essere accompagnata da una riappropriazione degli strumenti di politica economica e da un allentamento dei vincoli del “Fiscal Compact”, per avere capacità di spesa aggiuntive, altrimenti l’autonomia siciliana sarà “una potente autovettura di grossa cilindrata, ma senza benzina”.

Il divario tra Nord e Sud d’Italia affonda le radici nel passato, ma non dimentichiamo il fattore geografico. Spesso viene tralasciato un fattore determinate, vale a dire quello geografico. Il Sud risulta essere lontano dai principali mercati dei paesi più sviluppati. A peggiorare la situazione si possono richiamare, anche, le carenze infrastrutturali, che hanno fortemente frenato gli scambi commerciali e le comunicazioni. L’elevata distanza dalle aree economicamente più sviluppate scoraggia la concentrazione industriale; un processo che si autoalimenta, poiché l’insediamento delle imprese provoca l’aumento delle dimensioni del mercato, richiamando, così, altre imprese.

Inoltre, la minore dotazione infrastrutturale, la mancanza di programmazione e monitoraggio da parte delle amministrazioni centrali e locali e la scarsa concorrenza e trasparenza del mercato, non sono da sottovalutare e rivestono particolare importanza. Il fattore geografico ha giocato un ruolo fondamentale nel processo che ha alimentato il dualismo tra Nord e Sud.

Lo stesso fattore geografico oggi potrebbe rappresentare un fattore di svolta alla luce dei nuovi scenari che muovono l’economia globale dove il bacino del Mediterraneo rappresenta una tappa di collegamento determinante tra i vari continenti.

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