Fonderia Oretea, l’inizio dell’espansione della metallurgia siciliana

 
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Gela. La Fonderia Oretea è stata uno stabilimento industriale metallurgico fondato dall’imprenditore ed armatore palermitano Vincenzo Florio, destinato a svolgere una funzione complementare alla navigazione marittima, perché secondo quello che asserisce Augusto Marinelli, nel suo testo “Palermo 1815-1860”, la carenza di impianti industriale nell’isola, la mancanza di commesse pubbliche per infrastrutture, costituivano grosse debolezze per la fabbrica siciliana dei fratelli Florio.

Nel settembre 1840 i fratelli Sgroi costituirono a Palermo, nelle vicinanze del fiume Oreto, la “Società Oretea per la fusione d’opere di ferro e bronzo“, il cui impianto fu immediatamente fornito di una motrice a vapore, destinata ad azionare torni e piallatrici meccaniche. In questa prima installazione Vincenzo Florio svolgeva la funzione di cassiere e componente del consiglio d’amministrazione. In seguito al trasferimento dei fratelli Sgroi a Napoli, Florio rilevò la società con la collaborazione di alcuni soci il 12 dicembre del 1841.

Con il passaggio a Florio, la fonderia Oretea fu destinata ad affiancarsi completamente alle attività armatoriali, fornendo ad esse caldaie, pompe ed altre attrezzature utili allo svolgimento della navigazione a vapore. La nascita della Oretea segna l’inizio dell’espansione della metallurgia siciliana dalla dimensione dei piccoli opifici a quella di impianti industriali di dimensioni apprezzabili. Nel 1844 la sede originaria fu abbandonata in favore di una più grande, che fu realizzata acquistando ed adattando una serie di terreni e corpi di fabbrica posti tra le attuali vie Fonderia Oretea e via Onorato. Nello stesso anno, grazie alla capace direzione di Antonio Michelini, la Oretea presentò all’Esposizione Nazionale di Palermo una pressa idraulica da 212 atmosfere, derivata da un modello inglese. Alla successiva Esposizione di due anni dopo, fu possibile presentare la prima macchina a vapore di costruzione interamente siciliana, della potenza di otto cavalli; ed una seconda capace di azionare tutti i macchinari dello stabilimento, ad una mostra industriale tenutasi nel 1846. Dopo tale data, la Oretea continuò ad espandere le proprie attività, tanto che nel 1859 Florio fu costretto ad abbandonare le attività legate alla pesca del tonno, per potersi concentrare sull’amministrazione della fonderia e della Società dei battelli a vapore che andava costruendo. Il numero dei lavoratori oscillava tra i 250 e 300 operai fina al 1859, ma nel 1861, cioè dopo l’unificazione. se ne contavano solo 136. Il prof. Marinelli, con dovizia di particolari, ci dimostra che le industrie siciliane negli ultimi anni dell’ottocento erano in crisi profonda, tutte le attività produttive, sempre in Sicilia, erano a rischio fallimento, tutto per giustificare l’intervento dei piemontesi come liberatori dell’isola e dell’Italia dalla dominazione Borbonica. Secondo l’autore, le attività aperte dopo il 1850, duravano al massimo un paio di anni e tutti questi movimenti ci vengono tramandati con nome, cognomi e ubicazione degli stessi, mentre non accenna minimamente ad una impresa costituita in Sicilia dopo il 1860 con la durata anche di un giorno, perché i ladri piemontesi che formarono il Regno d’Italia, hanno cancellato il sud con tutta la sua storia precedente. Per ritornare all’oretea, questa chiuse definitivamente i battenti sotto i Savoia, come tutte le attività produttive dei Borboni nel regno delle due Sicilie. Noi, come bravi servitori dei padroni illuminati dalla Divina Provvidenza, dobbiamo ammettere che per incapacità imprenditoriale, dobbiamo lasciare libero spazio ai dotti nordisti e chiedere scusa se ottusamente cerchiamo di contraddire gli epistemi dei sapientoni del nord che ci hanno mantenuti, con gravi sacrifici e ci hanno imposto le loro teorie bonariamente, che noi altrettanto bonariamente continuiamo a sopportare con pacata rassegnazione. Viva la libertà.

Certo il mondo industriale del Regno delle due Sicilie, con tutte le crisi messe in evidenza da alcuni scrittori apologetici, spariscono mano mano che trascorrono gli anni dopo il 1860, senza nessuna possibilità di rinascita, Molte sono le attività produttive sia in Sicilia , in Campania e Calabria, per citarne alcune, come le famose Ferriere Fieramosca (fratello del grande Ettore Fieramosca), le Reali ferriere ed Officine di Mongiana, un polo siderurgico tra i più all’avanguardia in quell’epoca e, incredibile ma vero, questo polo siderurgico sorgeva in Calabria. E allora, per proseguire con i dettagli, il  casato reale dei Borboni, fece un decreto a tutela del patrimonio boschivo (unico al tempo), e con i componenti costruttivi metallici fece fare il  ponte Real Ferdinando sul Garigliano, il ponte Maria Cristina, le rotaie del primo tronco ferroviario Italiano (il Napoli-Portici), un fucile il (Mongiana) , che durarono qualche anno dalla tragica data del 1860. Le Officine di Pietrarsa, la Fonderia Ferdinandea, dove i  lavori per la sua costruzione iniziarono nel 1789 e vennero conclusi solo nel 1841 sotto il regno di Ferdinando II e costò ben 400.000 ducati, questo dovuto alle continue sospensioni di costruzione dell’opera. Si riuscì a risparmiare, nelle spese il 30% nei confronti della fonderia di Mongiana, dovuto soprattutto alla vicinanza con la materia prima. Il ferro, veniva estratto dalle miniere di Pazzano, molto più vicine alla località Ferdinandea che a Mongiana. Il progetto si rifaceva a uno già esistente del 1736 e fu guidato dall’ingegnere Teodoro Paolotti. Il luogo della costruzione fu scelto nell’area Piani della Chiesa Vecchia (attuale Ferdinandea). I lavori furono velocizzati durante il periodo di governo francese nel 1814 stanziando ben 14.000 ducati e ultimati dal re Ferdinando II nel 1833, quando visitò il complesso siderurgico il 23 aprile dello stesso anno. Per  ultimo la Fonderie Pisano, Tutte sparite e mai più riproposte. Tutte le persone impegnate a vario titolo, sono state costrette a fare la valigia di cartone per trasferirsi in ogni parte del monda e tra queste il Cile e l’America settentrionale. Si contano milioni di persone costretti a trasferirsi per mai più ritornare al proprio paesello natio, solo questi fatti dovrebbero reclamare pedissequamente giustizia e non cercare giustificazione per non affrontare il problema. Si può essere impegnati in qualsiasi attività produttiva ma per ripristinare la nostra storia, la nostra dignità di essere umani dovremmo rimboccarci le maniche e dire basta a questi soprusi e lavorare all’unisono per un giorno migliore. Per evitare lo spopolamento del popolo del sud e fare in modo che i nostri ragazzi, con le valigie moderne, non accettano ancore di percorrere le strade per l’estero, bisogna primo che prendiamo coscienza della nostra realtà storica e poi  con una rivolta pacifica contro le istituzioni a livello regionale e nazionale, governati da ignoranti e ladri. Il nostro calvario non potrà mai finire se continuiamo ad ascoltare passivamente gli insegnamenti di questa classe dominante, volta soltanto a dimostrarci che il nord è molto più bravo di noi in tutti i campi dell’attività produttiva, con dati statistici sciorinati ogni giorno. Sono dati che ci dimostrano apertamente il progresso raggiunto subito dopo il 1860  migliorando lo sviluppo industriale e tecnico del loro paese (il nord), a loro favore e imporlo a noi democraticamente (io direi con la forza fisica dei colonizzatori) e oggi acquistiamo tutto quello che producono senza battere ciglio e passivamente li ringraziamo.    

1 commento

  1. L’insistenza di Maganuco nel polemizzare con me mi costringe ad intervenire nuovamente, sia pur controvoglia, per evitare che qualche lettore possa attribuirmi gli errori altrui. Dunque, io non ho mai scritto che “negli ultimi anni dell’ottocento tutte le attività produttive, in Sicilia, erano a rischio fallimento” per l’ottima ragione che il mio libro si ferma al 1860 e per lo stesso motivo non ho parlato delle imprese nate a Palermo o nell’isola dopo quella data. Lo farò nel prossimo libro, ma Maganuco dovrà aspettare qualche anno per leggerlo perché la ricerca sistematica delle fonti richiede molto tempo: certo ad inventarle si fa prima, ma quello è il costume dei piazzisti, non degli storici.
    L’affermazione che il mio lavoro non avrebbe carattere scientifico ma propagandistico perché scritto “per giustificare l’intervento dei piemontesi” può essere o ridicola o diffamatoria: poiché Maganuco mi è simpatico, propendo per la prima definizione, confortato nella mia ipotesi dalle scoperte di Maganuco per il quale Mongiana era “un polo siderurgico tra i più all’avanguardia in quell’epoca”, mentre a Mongiana si usava ancora per ovvie ragioni il carbone di legna invece del coke con una produzione annuale di ghisa che toccava forse le 15.000 tonnellate – faccio i conti larghi – contro le 422.000 tonnellate della Germania, le 366.000 del Belgio, le 80.000 degli ungheresi, e “il progresso raggiunto fino al 1860 ci poneva in Europa al terzo posto dopo il Regno unito di Gran Bretagna e Francia”, favola inventata non si sa neppur bene da chi. Ah, dimenticavo: la foto posta in testa all’articolo raffigura i resti della Real Fonderia che risale al 1601, nulla a che fare con la Oretea, della quale ho scoperto e pubblicato io il disegno dei prospetti, così come ne ho ricostruito vicende che erano ancora ignorate.

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