Definitiva condanna del maresciallo Primo, Cassazione annulla uno dei capi d’accusa

 
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Gela. E’ diventata definitiva la condanna imposta al maresciallo dei carabinieri Giovanni Primo, che per anni ha svolto servizio in città. Fu coinvolto in un’inchiesta che portò i pm della Dda di Caltanissetta a ricostruire suoi presunti rapporti con esponenti della criminalità organizzata, legati al gruppo Alferi. La Corte di Cassazione ha accolto uno dei motivi del ricorso, presentato dal difensore, l’avvocato Flavio Sinatra. E’ caduta la contestazione sulla disponibilità di un’arma, ritenuta non autorizzata. Per il resto, invece, il ricorso non è stato accolto. Sono state pubblicate le motivazioni. Tre anni e sette mesi di detenzione, così ha stabilito la Corte di Cassazione. In appello, la condanna era stata a tre anni e nove mesi, ridotta rispetto ai quattro anni e sei mesi, disposti dal collegio penale del tribunale di Gela. Già in primo grado, non fu riconosciuta la contestazione mafiosa. In appello, invece, i giudici della corte nissena hanno disposto l’assoluzione per falsa testimonianza, ricettazione di un’arma, rivelazione del segreto d’ufficio, peculato, occupazione abusiva di un immobile e accesso non consentito ai sistemi informatici delle forze dell’ordine. Sono rimaste in piedi le contestazioni che riguardavano l’induzione alla corruzione, rispetto ai rapporti che il maresciallo intrattenne con due imprenditori locali.

I magistrati romani hanno confermato quanto stabilito dai giudici di secondo grado, annullando senza rinvio per il capo relativo all’arma. In primo grado, erano stati assolti altri carabinieri coinvolti nell’indagine. Invece, in appello la decisione favorevole era stata pronunciata per un esercente. Inizialmente, a Primo venivano addebitati più di venti capi di imputazione. Il Ministero dell’interno era parte civile, con l’Avvocatura dello Stato.

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