“Sistema Marchese” per la stidda a Brescia, per ore in aula l’ex capo della mobile

 
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Gela. Un lungo esame, durato circa cinque ore. L’ex dirigente della squadra mobile di Brescia, Alfonso Iadevaia, è stato il primo testimone ad essere sentito nel dibattimento scaturito dalla maxi indagine antimafia “Leonessa”. I pm della Dda lombarda sono certi che la stidda gelese avesse messo radici nella zona di Brescia, sfruttando soprattutto i profitti delle compensazioni fiscali illecite. Il poliziotto è stato sentito davanti al collegio penale del tribunale bresciano, presieduto dal giudice Maria Chiara Minazzato. Coordinava la mobile che svolse l’indagine, parallela all’inchiesta “Stella cadente”, portata avanti invece dai pm dell’antimafia di Caltanissetta. Nel corso del lungo esame, il testimone ha risposto alle domande del pm Paolo Savio, che si occupò dell’inchiesta sui gelesi, ma anche a quelle dei legali di difesa. I difensori hanno anche contestato il fatto che il dirigente di polizia si sia soffermato sulla cronistoria della criminalità organizzata con base a Gela, richiamando vicende e fatti che non vengono contestati agli imputati. Per gli inquirenti, il nodo strategico della presunta organizzazione criminale passava dalle scelte del consulente Rosario Marchese e ancora di Angelo Fiorisi e Roberto Raniolo. Sarebbero stati loro ad esportare nella zona di Brescia gli interessi della stidda, usando anche i sistemi tipici delle imposizioni mafiose. In base alle indagini, la rete dei gelesi sarebbe riuscita ad attivare importanti contatti, nel settore imprenditoriale ed economico, con tante aziende che avrebbero poi usufruito delle compensazioni illecite, elargendo laute consulenze a Marchese e ai suoi più stretti collaboratori. Per gli inquirenti, sarebbe stato proprio questo il “sistema Marchese”, fondamentale per alimentare economicamente il gruppo degli stiddari. Gli imputati hanno sempre respinto l’accusa di mafia e messo in dubbio le conclusioni degli inquirenti bresciani. I difensori, in controesame, hanno toccato più punti e ribadito l’assenza di collegamenti tra le accuse che hanno portato a processo gli imputati e il contenuto di quanto riferito dall’ex capo della mobile. A fine mese, sempre davanti ai giudici bresciani, verranno sentiti i finanzieri che analizzarono le carte delle operazioni di Marchese, individuando quello che ritennero un sistema illecito, ormai capillare nel tessuto economico di quella zona.

Sono stati coinvolti,  Rosario Marchese, Salvatore Antonuccio, Giuseppe Arabia, Antonella Balocco, Mario Burlò, Giuseppe Cammalleri, Gianfranco Casassa, Danilo Cassisi, Angelo Fiorisi, Carmelo Giannone, Giovanni Interlicchia, Corrado Savoia, Alessandro Scilio, Luisa Antonini, Valentina Bellanti, Roberto Bersi, Milena Beschi, Claudio Bina, Omar Bonazza, Richard Campos, Roberto Casassa, Matteo Collura, Simone Di Simone, Luca Faienza, Giuseppe Ferrari, Roberto Golda Perini, Salvatore Modica, Massimiliano Morghen, Michele Ortenzio, Maria Donata Prandelli, Flavio Prandelli, Nunzio Sciascia, Giuseppe Traiano ed Enrico Zumbo. Hanno scelto l’abbreviato, invece, Giuseppe Tallarita, Francesco Scopece, Giuseppe Nastasi, Luca Verza, Salvatore Sambito e Roberto Raniolo. Nel dibattimento, gli imputati sono difesi dagli avvocati Giacomo Ventura, Flavio Sinatra, Giovanna Zappulla, Davide Limoncello, Angelo Cafà, Maurizio Scicolone, Rocco Guarnaccia, Sinuhe Curcuraci, Vito Felici, Stefano Tegon, Roberto Lancellotti, Federico Gritti, Vanni Barzellotti e Patrizia Zanetti.

 

 

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