Melanoma confuso per una cisti, un anno dopo la diagnosi e ieri la morte a 26 anni

 
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Gela. “Arrivare a dire che un melanoma fosse un neo verrucoso. Orazio si è fidato, rispettando l’operato del medico che invece gli ha rubato la vita”.

Il ventiseienne Orazio Di Dio è l’ultimo nome inserito nella macabra lista dei morti per patologie tumorali. Ieri mattina, alle 11,45, si è dovuto arrendere agli effetti devastanti di un melanoma, diagnosticato in città con troppo ritardo e scambiato per una cisti. Oggi pomeriggio i funerali del laureando in Ingegneria chimica sono stati officiati presso la chiesa di San Giacomo. E’ questo l’epilogo di una delle tante storie di presunta mala sanità locale, ignorate e spesso dimenticate dopo l’omelia.

I familiari, increduli e sommersi dal dolore, assicurano che non sporgeranno alcuna denuncia al medico che due anni fa aveva esportato ad Orazio Di Dio un neo alla gamba destra senza esaminarlo.

“In pochi minuti – assicura la cognata della vittima – ha liquidato la questione parlando di verruca e minimizzando su possibili scenari, tanto da escludere la necessità di effettuare un esame istologico per comprendere la natura del neo asportato”.

L’ottimismo è definitivamente scemato lo scorso anno quando l’incolpevole Orazio Di Dio si è recato al Pronto soccorso con dolori lancinanti. “Era il primo luglio, giorno del suo compleanno – raccontano i familiari – quando i medici lo hanno operato dopo avere diagnosticato, con una ecografia, che quel neo asportato non era una cisti ma un melanoma. Quasi 5 ore di intervento sono serviti sono a confermare la presenza di un tumore maligno già vascolarizzato. I sanitari dell’ospedale Vittorio Emanuele hanno alzato le mani dicendo che non c’era più niente da fare. Orazio venne dimesso con una sentenza di morte”.

A garantire all’allora 25enne, brillante studente universitario, una seppur inutile speranza di vita furono gli oncologi del centro nazionale di Milano. “Il medico diagnosticò una mutazione del gene ipotizzando una possibilità di guarigione – proseguono i familiari di Orazio – In effetti fino a marzo le metastasi erano quasi sparite. Poi, l’esame di una tac, ci ha spediti nella fredda realtà. Le cure sono proseguite a Palermo con risultati devastanti. Orazio 4 trattamenti chemioterapici, uno ogni 20 giorni, ha cominciato a respirare male. Due settimane fa a Pelermo hanno confermato che non c’era nulla da fare. Questa volta anche Orazio non ha potuto nulla, pur lottando con tutte le sue forze”.

Lui, Orazio, era il secondogenito di quattro figli, il più grande era il fratello poi due sorelle. 

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