Gli scavi abusivi e i reperti piazzati anche all’estero, ventidue coinvolti nel blitz “Agorà”: chiesto il rinvio a giudizio

 
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Gela. Il presunto gruppo scoperto dai magistrati della procura e dai finanzieri sarebbe stato in grado di coprire l’intera filiera, dallo scavo illegale alla vendita di reperti archeologici. Le accuse dei magistrati della procura. Adesso, proprio i magistrati della procura chiedono il rinvio a giudizio nei confronti di ventidue indagati, tutti finiti al centro dell’indagine “Agorà”. I reperti, abusivamente, venivano prelevati in diverse aree archeologiche del comprensorio e della zona del ragusano per poi essere piazzati, anche all’estero. Gli investigatori individuarono una sorta di interscambio tra tombaroli gelesi e quelli catanesi, con appoggi anche in Campania. In base alle accuse, l’organizzatore del giro sarebbe stato Simone Di Simone, affiancato, almeno sul piano di presunte “consulenze”, da Orazio Pellegrino. Entrambi vennero arrestati, insieme a Salvatore Cassisi, Pasquale Messina, Amedeo Tribuzio, Vincenzo Cassisi, Nicola Santo Martines, Mihaela Ionita, Giuseppe Rapisarda, Sergio Fontanarossa, Alessandro Lucidi e Roberto Ricciardi. Dovranno presentarsi davanti al giudice dell’udienza preliminare ad aprile. L’indagine, comunque, si è estesa ad altri presunti responsabili della filiera degli scavi illeciti. Non a caso, la richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche Giuseppe Orfanò, Francesco Rapisarda, Vincenzo Peritore, Pietro Giannino, Rocco Mondello, Francesco Cannizzaro, Vincenzo Strabone, Giuseppe e Piero Cassarà. I difensori di fiducia, tra questi gli avvocati Davide Limoncello, Salvo Macrì, Maurizio Scicolone, Nicoletta Cauchi, Ivan Bellanti e Giovanni Lomonaco, hanno sempre escluso l’esistenza di un’organizzazione in grado di controllare gli scavi archeologici illeciti e di piazzare i reperti in Italia e all’estero.

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