Mafia al nord e imprenditori nel mirino, le condanne del processo “Tetragona”

 
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Gela. Quasi settant’anni di carcere inferti e cinque assoluzioni, comprese quelle scattate
per due collaboratori di giustizia, Rosario Trubia e Nunzio Licata per i quali è stato pronunciato il “non doversi procedere”

a seguito dell’estinzione dei reati contestati. Si è concluso in questo modo il dibattimento di primo grado ai danni di sedici imputati, tutti finiti al centro della maxi inchiesta antimafia “Tetragona”. Gli imputati, a vario titolo, erano chiamati a rispondere di associazione mafiosa, estorsioni e traffico di droga.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, i collegamenti tra i clan locali e quelli radicati da decenni nella provincia lombarda e a Genova. L’assoluzione è stata decisa anche per Pietro Caielli, Claudio Conti e Sebastiano Pelle. La pubblica accusa, invece, aveva chiesto per i tre un totale di 44 anni di reclusione. Erano accusati di aver preso parte ad un vasto giro di droga, sia sulla tratta che conduce nella provincia di Varese che su quella calabrese.
Il legale di Caielli e Conti, l’avvocato Danilo Tipo, aveva sottolineato le tante incongruenze nella ricostruzione fornita dai magistrati della Dda.
Le condanne più pesanti, invece, sono state decise dal collegio presieduto dal giudice Fiore, affiancato dai magistrati Manuela Matta e Vincenzo Di Blasi, per Emanuele Monachella, Armando D’Arma, Salvatore Burgio e Aldo Pione.
A Monachella, difeso dagli avvocati Giacomo Ventura e Danilo Tipo, è stata riconosciuta l’appartenza al clan di cosa nostra, attivo soprattutto a Genova, oltre alle presunte estorsioni ai danni dell’imprenditore edile Emanuele Mondello. Così, alla condanna a 3 anni e 6 mesi si è aggiunta quella a 10 anni e 6 mesi.
Per Armando D’Arma, il collegio ha pronunciato la condanna a 3 anni e 6 mesi e quella a 8 anni e 6 mesi. Stando ai magistrati della Dda avrebbe preso parte al giro d’estorsioni controllato dai clan locali. L’appartenenza a cosa nostra è stata individuata anche per l’anziano geometra Salvatore Burgio.
Il professionista, difeso dall’avvocato Antonio Gagliano, è stato condannato a 9 anni di reclusione. Il legale di difesa aveva categoricamente smentito in aula che lo studio del geometra fosse diventato la “cabina di regia dei clan locali per la gestione delle estorsioni e degli appalti”. 9 anni sono stati inferti anche a Aldo Pione, difeso dagli avvocati Danilo Tipo e Nicoletta Cauchi. I magistrati lo ritennero il collegamento strategico tra la provincia di Varese e il boss Gino Rinzivillo che faceva base a Roma.
8 anni e 6 mesi di reclusione sono stati decisi per l’ex ambulante Giuseppe Piscopo, accusato di aver sottoposto ad estorsione i titolari di due supermercati, a Caposoprano e Scavone. Il suo legale di fiducia, l’avvocato Boris Pastolrello, invece, aveva sottolineato come l’attività dell’imputato si limitasse solo allo spaccio di droga, autonomo da qualsiasi appartenenza a cosa nostra. 3 anni, ancora, per Nunzio Cascino; 2 anni e 6 mesi per il collaboratore di giustizia Fortunato Ferracane; 3 anni e 6 mesi, a testa, per Angelo Greco e Giuseppe Truculento; 1 anno e 6 mesi per l’altro collaboratore Orazio Marcello Sultano; 4 anni e 4 mesi di reclusione, infine, per Alessandro Farruggia, ritenuto coinvolto nella tentata estorsione ai danni del gruppo imprenditoriale gestito dai fratelli Brigadieci. Pronunce assolutorie, inoltre, sono arrivate per gli stessi condannati ma rispetto ad altri capi d’imputazione. Nella maggior parte dei casi, il collegio ha riconosciuto la continuazione con precedenti sentenze di condanna.
Non è stata riconosciuta alcuna provvisionale in favore delle parti civili. Il risarcimento dei danni patiti dalle vittime delle estorsioni, però, verrà definito in sede civile. Tra le parti civili costituite, il comune, Confindustria provinciale, la federazione antiracket nazionale, l’associazione “Gaetano Giordano”, l’imprenditore Emanuele Mondello e i titolari dei supermercati presi di mira, ovvero Nunzio Di Pietro e Cristoforo Infurna. Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro sessanta giorni.  

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