I clan tra Gela e Niscemi, via al giudizio d’appello per Barberi, Musto e Rizzo

 
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Gela. In primo grado, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Caltanissetta pronunciò condanne per oltre ventisei anni di carcere. Si ritorna in aula. A febbraio, però, Alessandro Barberi, Alberto Musto e Fabrizio Rizzo ritorneranno in aula, questa volta davanti ai giudici della Corte d’appello nissena. Dopo i ricorsi presentati dai loro legali d fiducia, è stata fissata la prima udienza del giudizio di secondo grado. I tre finirono al centro dell’inchiesta antimafia “Fenice” che permise ai magistrati della Dda di Caltanissetta di ricostruire l’interscambio mafioso tra Gela e Niscemi. Per gli inquirenti, infatti, si stava cercando di ridefinire l’organigramma delle famiglie di cosa nostra. Ad Alessandro Barberi, in primo grado, venne comminata la condanna a dodici anni di reclusione, dieci anni e quattro mesi per Alberto Musto e otto anni e due mesi per Fabrizio Rizzo.

Il tentativo di ricostruire il clan. Stando alle accuse, il gelese Alessandro Barberi, appena scarcerato, avrebbe iniziato nuovamente a riallacciare i rapporti con il gruppo niscemese, sotto l’ombra del boss Giancarlo Giugno. Il giovane Alberto Musto avrebbe intessuto i contatti proprio per conto di Giugno. Nell’operazione “Fenice” finì anche il pastore Fabrizio Rizzo: alcuni incontri ricostruiti dagli agenti della squadra mobile di Caltanissetta si sarebbero tenuti proprio nell’ovile dell’imputato. Per dare un’impronta alla riorganizzazione, il gruppo avrebbe preso di mira imprenditori e commercianti, soprattutto niscemesi. Non a caso, la famiglia Lionti avrebbe subito minacce e intimidazioni, con tanto d’incendi. Si sono costituiti parte civile insieme al comune di Niscemi e all’associazione antiracket Gaetano Giordano. I difensori dei tre imputati, giudicati con il rito abbreviato, contestarono le accuse nel corso dell’intero procedimento. Gli avvocati Francesco Spataro, Flavio Sinatra e Antonio Impellizzeri hanno escluso l’esistenza di un nuovo clan, mettendo in dubbio le conclusioni investigative. Tra i punti deboli delle accuse, secondo i difensori, il fatto che le indagini presero il via dalle dichiarazioni di Roberto Di Stefano, per alcuni mesi collaboratore di giustizia, e poi arrestato a conclusione del blitz “Fabula” con l’accusa di essere inserito nel clan Rinzivillo. Per gli stessi fatti, altri tre arrestati nel blitz “Fenice” si trovano davanti al collegio del tribunale di Gela: Luciano Albanelli, Salvatore Blanco e Alessandro Ficicchia hanno scelto di farsi giudicare in dibattimento.

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