Addio a Hoefer, poeta amico di Camilleri, conoscitore della fabbrica e amante del mare

 
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Da sinistra: Marco Trainito, Dora Marchese e Federico Hoefer.

Il poeta amico d’infanzia di Camilleri
Gela. Il 2 agosto, all’età di 88 anni, ci ha lasciati Federico Hoefer, una delle personalità più illustri della nostra città. Autore di diverse raccolte di versi e conoscitore attento e lucido della realtà industriale di Gela, Hoefer era anche noto per aver condiviso l’infanzia a Porto Empedocle con Andrea Camilleri, di cinque anni più grande di lui.
Paradossalmente, pur vivendo nella stessa città, è stato proprio grazie a Camilleri che ho potuto conoscere Hoefer di persona, una decina di anni fa. Ero a Roma con l’editore per presentare il mio volume su Camilleri e quest’ultimo, alla fine dell’incontro, nel suo eloquio inconfondibile mi disse: “Appena arrivi a Gela, mi devi salutare Rosario Crocetta e Federico Hoefer”. Crocetta era allora sindaco della città e non mi fu difficile portargli i saluti di Camilleri, perché lo si vedeva spesso in centro. Con Hoefer non fu semplice, perché non lo conoscevo di persona e non lo vedevo quasi mai in giro. Sapevo però qualcosa dei suoi rapporti con Camilleri, che ogni tanto vi fa cenno, e per questo lo avevo anche citato nel mio libro. Un giorno, però, lo incontrai a una conferenza pubblica nella mia scuola ed ebbi così modo di portare a termine il mio compito. Da quel momento Hoefer mi onorò della sua amicizia e negli anni successivi abbiamo avuto modo di fare delle belle chiacchierate su Camilleri e non solo. Addirittura, alla fine del 2008, accettò di presentare il mio libro insieme a una giovane italianista dell’Università di Catania, la dottoressa Dora Marchese. L’incontro, avvenuto nell’aula magna dell’Istituto d’Istruzione “Luigi Sturzo” di Gela, si trasformò in un vero show di Hoefer, il quale deliziò il pubblico con una serie di aneddoti gustosissimi della sua antica amicizia con Camilleri. Hoefer era così: appena si abbandonava ai ricordi, raccontava con grande brio, cinismo e arguzia avventure divertenti e non di rado piccanti, e ascoltarlo era un vero piacere.
È stato però nell’estate del 2016 che egli mi ha veramente colpito. Un giorno mi telefonò per chiedermi di vederci in un bar del quartiere di Macchitella, perché aveva una cosa importante da dirmi. Giunto sul posto, dopo pochi minuti lo vidi arrivare con una carpetta e dei libri in mano. I libri erano tre sue vecchie raccolte di versi (tra cui la prima), mentre la carpetta conteneva il dattiloscritto con le sue ultime poesie, che intendeva pubblicare al più presto. Mi chiese allora se fossi disposto a leggere il tutto e a mettere per iscritto le mie impressioni sulla raccolta delle ultime poesie, che lui poi avrebbe usato come prefazione. Mi sentii onorato e accettai, avvertendolo tuttavia che la poesia non è esattamente al centro dei miei interessi. Lui non volle scuse e mi disse: “Seziona i miei versi come hai sezionato i testi di Andrea”.

Le ultime visioni di Federico
Introducendo la prima raccolta di versi di Hoefer, “Fra il muschio delle tegole d’argilla” (Edizioni Il Messaggio, 1978), Ruggero Jacobbi trovò la formula forse più sintetica ed efficace per meglio definire la cifra poetica dell’autore: «Hoefer narra i rituali elementari della gente dell’isola». Se si legge alla luce di questa descrizione apparentemente semplicissima anche l’ultima silloge del poeta, “L’oggi dentro la storia (2015-2016)”, si può appurare sia in quale misura l’autore sia rimasto ancora fedele alla propria idea di fondo di poesia sia, soprattutto, quanto ormai se ne sia allontanato, costretto dall’urgenza dei tempi a sollevare lo sguardo su un’Italia sempre più abbrutita dall’affarismo politico-malavitoso e su un Mediterraneo sconvolto da fenomeni epocali di migrazioni di popoli. Lo stesso titolo, infatti, benché mutuato da una poesia di Alda Merini («Anche oggi sarà dentro la storia», in “Destinati a morire”), in cui la ‘storia’ è però quella della vita della stessa poetessa, allude per effetto di decontestualizzazione a questa apertura dolente ai drammi della storia universale che minacciavano le piccole estasi greco-marinaresche di Hoefer.
È il mare, infatti, il protagonista assoluto di questi ultimi componimenti, tutti o incentrati sul mare o con il mare a fornire metafore dal fondo stesso della sua inesauribile vitalità mitopoietica. Riecheggiando gli omerici “pastori di popoli”, nel mare greco di Gela e di Porto Empedocle (quest’ultimo per lo più rievocato attraverso lampi di ricordi e impressioni d’infanzia), Hoefer scorgeva umili e tenaci pastori di mitili (“Pastore di mitili”) e di orate (“Una rosa verde”), immersi in una luce meridiana tutta tesa a far perdurare il ricordo di un passato mitico come forma di resistenza a certi orrori del presente, incarnati con simbolo darrighiano dalle “orche d’alto mare”, cioè dai trafficanti di migranti (“Giungono anime dannate”), dai pedofili (“Perché?”) e dai corrotti dell’«italica anarchia/ fra tresche miliardarie» (“Orche d’alto mare”). Ecco, allora, che i versi insistono spesso su dicotomie rivelatrici: mito/realtà, poveri/ricchi, umili/superbi, passato/presente, eternità/tempo.
Hoefer ha vissuto a Gela per moltissimi anni e proveniva da Porto Empedocle, altra città di mare della costa sud della Sicilia. Questo spiega il suo attaccamento all’elemento liquido, un attaccamento che si traduceva in un vero e proprio culto intriso di simbiosi e sentimento filiale: il mare è “madre mare” nell’omonima poesia, mentre il grembo materno, con immagine efficace, è “pancia-mare” in “Certi convivi”. Agli occhi incantati e sognanti del poeta, a Gela e a Porto Empedocle, come diceva Talete, il primo filosofo, anch’egli devoto all’acqua del mare, tutto è pieno di dèi e il sud stesso è abitato da “un popolo di Dèi” (“È il sud”). Non sorprende, dunque, che lo sguardo di Hoefer abbracciasse in una sincronia percettiva incantata ogni possibile riferimento al mito e al pensiero antichi, nonché alla letteratura che ne è scaturita, da Eschilo a Quasimodo (per quanto riguarda Gela), dal poeta-scienziato Empedocle a Pirandello (per quanto riguarda Porto Empedocle), fino ad Andrea Camilleri, il caro amico d’infanzia.
Sull’infanzia e la prima giovinezza dei due grandi amici è uscito nel 2016 un volumetto di ricordi presso l’editore Flaccovio di Palermo, “Hoefer racconta Camilleri” (a cura di A. Cassisi e L. Scimè), ma anche nella sua ultima silloge Hoefer non mancava di ricordare, con folgorante e cruda rapidità, il sentire comune che lo legava al padre del commissario Montalbano, entrambi stregati sin dall’infanzia dalla poesia, dal mare e dai misteri eleusini: «Siamo due sudditi fanatici/ guardati con sospetto/ commiserati da chi non legge/ non sapendo che Andrea ed io/ ce ne fottiamo di loro/ di chi non guarda lontano/ lontano» (“Sudditi”).
Nel suo rapporto con la tradizione lirica occidentale, Hoefer non si limitava solo a ricordare i debiti e ad omaggiare qua e là, quasi dialogando nei versi con Baudelaire, Mallarmè, Neruda, Lorca, Montale, Merini, Kavafis, ecc., tutti esplicitamente citati, ma faceva qualcosa di più. I poeti erano letteralmente convocati e la loro parola veniva chiamata a deporre davanti al tribunale di una realtà che continuamente tradisce e deturpa la poesia rendendo talvolta ridicoli i suoi solitari cultori (come si dice anche nei versi della Szymborska posti in esergo). A pagare per tutti, in questi tempi di pace paradossale che convive con apocalittiche stragi in mare di migranti disperati, non di rado a ridosso delle località di villeggiatura più rinomate, era con sconcertante provocazione il più puro e innocente degli uomoni, nientemeno che Giacomo Leopardi, il cui dolce e metaforico naufragare nel mare dell’infinito interiore suona oggi come un oltraggio linguistico di fronte ai naufragi letterali che si consumano a scadenza quasi giornaliera nel mare nostrum: «Ma quale mare blasonato, conte?/ Oggi il nostro mare è un cimitero/ senza lapidi e croci/ e se eri vivo e di queste sponde/ ti avrei preso a schiaffi» (“Giungono anime dannate”).
È così, dunque, che la poesia di Hoefer, muovendo originariamente dal bozzetto localistico, approdava all’impegno civile, al coglimento della storia del mondo a partire dall’oggi e dal paesaggio costiero popolato di ninfe immaginarie e di pescatori realissimi, cultori di un’arte millenaria che vive in simbiosi con il mare materno (celebrato da quei “seni smisurati” dipinti sulle fiancate dei pescherecci dell’omonima poesia), veri e propri “ulissidi”, perché discendenti, forse, dei compagni dell’eroe omerico buttatisi in mare per seguire il canto delle sirene, come ebbe a notare una volta Stefano D’Arrigo, anch’egli un tempo amico di Camilleri ed esperto cantore in versi e in prosa dei pescatori di un altro mare siculo, lo Stretto orcinuso di Scilla e Cariddi.

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