Come far rivivere un eroe dimenticato

 
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Alessandro Baricco e l’attrice Valeria Solarino

Palamede: chi era costui?
Mercoledì 18 luglio il 54° Festival al Teatro Greco di Siracusa si è chiuso con il bellissimo spettacolo sull’eroe del ciclo troiano Palamede portato in scena dallo scrittore Alessandro Baricco e dall’attrice Valeria Solarino. La performance fa il paio con quella su Tiresia di Andrea Camilleri, di cui ci siamo occupati qui a suo tempo.
La ragione per cui Baricco porta in giro da alcuni anni questo spettacolo, di cui esiste anche la versione televisiva, è legata a una specie di ossessione. Egli esordisce sulla scena raccontando il suo tardivo incontro con questo personaggio misterioso e un po’ dimenticato, forse la prima vittima innocente illustre di un processo farsa creata dall’immaginario letterario occidentale. Certo, è un po’ strano che uno laureato in filosofia non avesse mai sentito parlare di Palamede, e forse qui Baricco esagera un po’ il proprio candore culturale per mere esigenze narrative. Sta di fatto che, a suo dire, incontrando un’esperta grecista per il suo progetto di portare in scena l’“Iliade”, costei gli mise in mano per caso l’“Apologia di Palamede”, cioè il discorso pronunciato in propria difesa dall’eroe durante il processo, così come venne immaginato (ma l’attribuzione non è certissima) dal filosofo siciliano del V secolo a. C. Gorgia da Lentini, che ogni liceale italiano incontra al terzo anno come uno dei più famosi Sofisti, immediatamente prima di fare la conoscenza di Socrate e Platone. Lo sconcerto e il sospetto di Baricco nacquero dalla constatazione che il nome di Palamede non compaia mai nei poemi omerici, malgrado il ruolo importante ricoperto dal personaggio soprattutto nella fase di preparazione della guerra di Troia, come testimoniano numerose fonti successive. Com’è possibile?
Approfondendo la vicenda attraverso la consultazione di vari autori minori, Baricco scopre che la domanda circolava già nell’antichità e uno dei momenti più avvincenti del suo monologo è stato quando ha tirato fuori un foglio e ha letto un passo tratto dall’“Eroico” di Flavio Filostrato, un retore e scrittore vissuto tra il II e il III secolo d. C., autore di opere più note come la “Vita di Apollonio di Tiana” e le “Vite dei Sofisti” (anche in questo caso non tutti gli studiosi concordano sul fatto che le tre opere siano tutte dello stesso Filostrato). Il passo costituisce un esempio di “spiegazione” del silenzio di Omero su Palamede e narra di quando il poeta si recò a Itaca per farsi raccontare dall’anima di Ulisse, evocata per l’occasione, i fatti di Troia. L’anima dell’eroe accetta, ma a due condizioni: 1) Omero avrebbe dovuto esaltare il suo valore, rendendolo protagonista di un intero poema, e, soprattutto, 2) non avrebbe mai dovuto fare il nome di Palamede, perché le circostanze della morte di quest’ultimo avrebbero gettato una luce sinistra sul suo onore, e quindi sulla sua reputazione.
In questa manipolazione dei fatti, nota Baricco, c’è molto della personalità di Ulisse, mago della menzogna e del travestimento, insomma “una merda”. Il nome stesso di Palamede, infatti, dev’essere dimenticato, perché la sua morte avvenne a seguito di un complotto sommamente sleale ordito proprio da Ulisse sotto le mura di Troia. Eppure Palamede era un personaggio di primo piano, un comandante senza esercito forte esclusivamente del suo genio inventivo. Palamede era una sorta di Leonardo da Vinci della mitologia, se non di più, viste le mirabolanti invenzioni che gli vengono attribuite.

Delitto e castigo
Il complotto di Ulisse ai danni di Palamede fu in realtà una vendetta, perché Palamede aveva smascherato la messinscena di Ulisse per non andare in guerra. Quando a Itaca giunse l’ambasceria per reclutare il re dell’isola e coinvolgerlo nella spedizione a Troia, egli si fece trovare vestito da contadino e intento ad arare in modo del tutto folle, ma Palamede, fiutato l’inganno, gettò il piccolo Telemaco nel solco davanti al carro, costringendo così il padre a fermarsi e a rivelare di non essere impazzito. È qui l’origine dell’odio di Ulisse, un eroe brutto e rancoroso, nei confronti di Palamede, il più bello e il più intelligente dell’esercito acheo. Nel suo monologo Baricco ha ricordato vari episodi che hanno anticipato la vendetta definitiva, che scatta quando Ulisse riesce a costruire delle false prove che dimostrerebbero il tradimento militare di Palamede in cambio di denaro e beni preziosi da parte dei troiani. L’accusa è infamante e ad Agamennone, che già sospetta una congiura ad opera di Achille e dello stesso Palamede per detronizzarlo, non sembra vero di avallare la macchinazione. Palamede subisce così un processo sommario e viene condannato a morte per lapidazione (secondo la versione del mito seguita da Baricco, ma ci sono diverse varianti).
A questo punto, narrata la propria ricostruzione della storia, Baricco ha lasciato la scena a Valeria Solarino, la quale ha dato voce a Palamede recitando con straordinaria intensità l’autodifesa al processo scritta da Gorgia. Il testo attribuito al sofista di Lentini, va ricordato, è un autentico capolavoro e per noi oggi costituisce uno dei primi esempi di retorica forense. Con implacabile lucidità oratoria, Palamede smonta l’accusa facendo ricorso a strumenti logico-dialettici che il pensiero filosofico avrebbe codificato e formalizzato svariati decenni dopo, a partire da Aristotele. Egli non avrebbe potuto tradire neanche se avesse voluto, né avrebbe voluto tradire neanche se avesse potuto; egli non può essere accusato di essere contemporaneamente accorto e folle, perché se è accorto, non è folle e, se è folle, non è accorto; egli è un uomo onorato da tutti e da tutti riconosciuto come non avido, quindi non può aver scelto stoltamente il disonore per avidità; infine, egli è un benefattore dei greci grazie alle sue invenzioni, per cui non può aver scelto di vendersi a dei barbari che non saprebbero nemmeno apprezzare le sue doti di scienziato. L’elenco delle sue invenzioni, che egli fornisce al paragrafo 30 di 33, basterebbe a fare di lui il più grande inventore di tutti i tempi, perché si tratta dei principali fattori di civilizzazione per l’umanità (o di passaggio dal disordine all’ordine, come sottolinea Baricco con piglio quasi calviniano): le regole dell’arte della guerra, le leggi scritte, l’intero alfabeto (o solo alcune lettere, secondo altre fonti), i pesi e le misure che sono alla base dell’economia, i numeri, la comunicazione per mezzo dei fuochi e infine gli scacchi (altre fonti, per esempio Filostrato, aggiungono persino i concetti di mese, stagione e anno). Le accuse di Ulisse, dunque, mirano a distruggere un uomo di straordinario valore, basandosi al massimo su congetture prive di qualsiasi prova; e mai un’opinione infondata dovrebbe poter prevalere sulla verità, aggiunge filosoficamente Palamede.
Quando il discorso inoppugnabile di Palamede finisce, e con esso lo spettacolo, il lettore/spettatore, che sa come poi sono andate le cose, non può che rimanere sgomento di fronte alla forza del potere che ha già deciso di calpestare la giustizia, ovvero di fronte alla menzogna giudiziaria che trionfa sulla verità fattuale, soprattutto quando un tribunale è agli ordini di chi comanda. È questo il nucleo filosofico-politico della vicenda che ossessiona Baricco e che gli fa venire in mente i processi dei regimi totalitari.

Palamede, Socrate e gli altri
In questa vicenda Baricco scorge l’archetipo dello scontro tra due modelli culturali che in seguito si sarebbe presentato più volte nella storia. Ulisse incarna un’ideologia tradizionalista che sta dalla parte della forza, dell’intelligenza astuta ed egoista e del potere/sapere costituito, mentre Palamede è il paladino di un’intelligenza fluida, altruista, creativa, laica e progressista. Ecco perché, secondo Baricco, si può ripensare in tale ottica, per esempio, lo scontro tra Galileo e la Chiesa. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ma vorrei concludere con un caso macroscopico stranamente non menzionato da Baricco. È il caso di Socrate, che con quello di Palamede ha, come vedremo, un nesso esplicito.
Baricco ha fatto un fuggevole riferimento a Platone, per dire che egli si inserisce in un movimento di recupero “illuministico” della figura di Palamede dopo l’oblio omerico, sorto ad Atene nel corso del V secolo. In questo periodo di grande fervore intellettuale, infatti, Palamede ha goduto di una grandissima popolarità, come dimostra il fatto che i tre grandi tragediografi, Eschilo, Sofocle ed Euripide (ed anche altri), gli dedicarono almeno una tragedia a testa. Nessuna di esse, purtroppo, a parte qualche frammento, ci è pervenuta. Come abbiamo visto, però, possediamo il testo attribuito a Gorgia e c’è ragione di supporre che esso abbia costituito il modello delle due apologie di Socrate pervenuteci, quella scritta da Platone e quella scritta Senofonte, collocabili non molto tempo dopo il 399, anno della morte di Socrate. Com’è noto, Platone e Senofonte conoscevano bene Gorgia: il primo lo ha citato polemicamente in diverse occasioni e gli ha dedicato addirittura un intero dialogo, mentre il secondo lo menziona criticamente in un paio di passi del suo “Simposio”. Anche Palamede è citato da entrambi: Platone lo cita nell’“Apologia”, nel “Fedro”, nella “Repubblica” e nella seconda lettera, mentre Senofonte lo cita nell’“Apologia” e nei “Memorabili”. Ma è la menzione di Palamede nelle due apologie che qui ci interessa in modo particolare, perché essa mostra come Socrate, almeno nell’interpretazione di Platone e Senofonte, fosse una sorta di Palamede redivivo. In Platone (“Apologia”, 41b), Socrate dice ai giudici che per lui sarebbe meraviglioso essere condannato a morte in un processo ingiusto, perché così andrebbe a conversare nell’aldilà del suo caso con altre vittime illustri di ingiustizia come Palamede, Aiace (spinto al suicidio da una macchinazione del solito Ulisse, che gli sottrasse le armi di Achille) e altri. Addirittura, nel passo parallelo di Senofonte (“Apologia”, 26) Socrate cita solo Palamede e l’identificazione con costui è pressoché totale. Sono loro i due primi martiri della conoscenza, uno mitico e uno storico, e vale la pena chiudere cedendo la parola a questo Socrate di Senofonte: “per il fatto che muoio ingiustamente, non devo avvilirmi: infatti questo è motivo di infamia non per me, ma per chi mi ha condannato. Mi consola anche il ricordo di Palamede, che morì in modo simile a me: ancora adesso, infatti, ispira canti più belli di quelli che ispira Odisseo, che lo uccise ingiustamente; e so anche che futuro e passato mi daranno testimonianza che non ho mai commesso alcuna ingiustizia e che non ho mai reso nessuno peggiore, mentre ho fatto del bene a coloro che si sono intrattenuti con me, insegnando senza compenso il bene per quanto potevo” (in Senofonte, “Tutti gli scritti socratici”, Bompiani 2013, p. 179 e p. 181).

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