La passata gestione del dissalatore, la Regione non dovrà pagare gli interessi all’ex Anic

 
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Immagini di repertorio

Gela. Un conto “salato” per l’allora dissalatore, gestito da Anic, società adesso in liquidazione. Una vicenda finita dai giudici, perché l’azienda, che ha lasciato il posto ad Eni, ha chiesto, tra interessi e more da coprire, circa diciassette miliardi delle vecchie lire alla Regione. Per i legali di Anic, a tanto ammonterebbe il conto per la gestione del dissalatore gelese, risalente addirittura al biennio 1981-1982. Dopo un primo verdetto favorevole, la Corte di appello di Palermo ha ribaltato la decisione, escludendo che la Regione dovesse pagare. La sentenza di secondo grado è stata impugnata in Cassazione dai legali di Anic Partecipazioni. I magistrati romani, però, hanno confermato il giudizio di appello, ovvero Anic non ha diritto a quei diciassette miliardi e allo stesso tempo la Regione non potrà pretendere poco più di un miliardo delle vecchie lire, che invece aveva indicato nel ricorso incidentale.

Gli interessi miliardari. “L’impugnata sentenza ha riformato la sentenza di primo grado, non solo evidenziando che la disposizione di cui all’articolo 18 della convenzione – si legge nelle motivazioni appena pubblicate – non era applicabile alle annualità 1981 e 1982, antecedenti alla sua stipulazione, ma sottolineando, anche, che l’opzione esegetica caldeggiata dalla società era viziata da nullità in quanto “la normativa (inderogabile) di contabilità pubblica esclude la validità di un contratto volto a disciplinare retroattivamente il pagamento di prestazioni già eseguite”. Anche i giudici di secondo grado della Corte di appello palermitana precisarono che “in ipotesi di tardato pagamento delle fatture, la convenzione prevedeva in favore della società l’indennità di mora e gli interessi al tasso bancario richiesti, con riferimento solo alle prestazioni future”. La convenzione tra Anic e Regione venne stipulata nel gennaio del 1983, mentre gli interessi miliardari pretesi dall’azienda riguardavono la gestione del dissalatore (oggi fuori uso) in un periodo precedente, appunto il biennio 1981-1982. Quindi, a Palermo non dovranno sborsare i diciassette miliardi.

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