“Non hanno ucciso Sequino”, difese Liardo e Raniolo al riesame: chiesto annullamento ordinanze

 
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I Liardo e Raniolo sono accusati dell'omicidio Sequino

Gela. Non sono stati loro a decidere ed eseguire l’agguato mortale, costato la vita al tassista cinquantaseienne Domenico Sequino. Le difese di Nicola Liardo, del figlio Giuseppe e di Salvatore “Tony” Raniolo, l’hanno ribadito davanti ai giudici del tribunale del riesame di Caltanissetta. Gli avvocati Flavio Sinatra e Davide Limoncello, per diverse ore, hanno esposto la loro versione dei fatti, escludendo un coinvolgimento dei tre indagati. Come spiegato dagli accusati, non ci sarebbero state ragioni per puntare alla morte di Sequino, nonostante ci fossero stati dei contrati, messi in luce anche al termine dell’inchiesta antimafia “Tagli pregiati”. Nicola Liardo avrebbe preteso spiegazioni sul destino di una somma di circa sessantamila euro. I soldi sarebbero stati affidati a Sequino, per un possibile investimento nel Nord Italia. Di mezzo, ci sarebbe stato anche il presunto tentativo di estorsione ai danni dell’imprenditore Gandolfo Barranco, che il tassista avrebbe però fatto saltare. I due Liardo e Raniolo hanno respinto con decisione le contestazioni che gli vengono mosse dai pm della Dda di Caltanissetta e dai carabinieri.

All’udienza, erano presenti i sostituti Matteo Campagnaro e Nadia Caruso, che invece hanno ribadito il pieno sostegno a quanto emerso dall’indagine. Le difese hanno approfondito diversi aspetti, andando anche oltre l’ordinanza che ha fatto scattare gli arresti. Ai giudici nisseni hanno chiesto l’annullamento dei provvedimenti restrittivi.

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