Il segno dei quattro. Come trovare anche sotto l’ombrellone una narrazione del nostro tempo

 
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Gela. In pieno periodo ferragostano è d’obbligo, per alcuni, dispensare consigli di lettura, rivolti soprattutto a chi trova il tempo di aprire qualche libro solo in questi giorni dell’anno. Chi legge tutto l’anno, infatti, di solito non ha bisogno di consigli del genere, mentre chi non legge mai un libro a maggior ragione eviterà un articolo in cui si consiglia qualche libro da sfogliare sotto l’ombrellone. Sia lode a quest’ultima categoria, intanto, perché mostra saggiamente di saper fare buon uso del noto detto biblico che mette in una relazione di proporzionalità diretta la conoscenza e il dolore (“qui auget scientiam auget et dolorem”, Eccl. 1.18).
Piuttosto che fornire un piccolo elenco di libri slegati tra loro, per essere utile anche a chi ha familiarità con la lettura vorrei proporre uno strano quartetto di romanzi che, accostati e fatti interagire sullo sfondo di questo particolare periodo storico, sono in grado di generare una narrazione illuminante e criticamente vigile sui nostri tempi. Insomma, si tratta di tentare una lettura di secondo livello che, fatta salva la specificità di ciascuna opera, cattura l’effetto di senso che viene a crearsi dal loro accostamento quando finiscono insieme sotto il riflettore della considerazione del lettore.
I romanzi di cui si parlerà qui di seguito sono: “Il conformista” di Alberto Moravia (1951), un romanzo che si potrebbe anche definire storico; “Il complotto contro l’America” di Philip Roth (2004), una ucronia fantapolititica; “Nient’altro che la verità” di David Baldacci (2008), un thriller geopolitico, e “Il cerchio” di Dave Eggers (2013), una distopia sulle tecnologie informatiche della comunicazione. Il modo in cui verranno raccontati dovrebbe suggerire al lettore la narrazione unitaria di cui si è detto.

Come arrivare a servire un regime autoritario
Il vecchio romanzo di Moravia è la storia di come un uomo giunge ad incarnare quella che una dozzina di anni dopo Hannah Arendt chiamerà “la banalità del male”. Marcello Clerici, infatti, diventa un oscuro funzionario della polizia politica fascista, incaricato di organizzare l’assassinio di un intellettuale antifascista residente a Parigi, dopo un’infanzia segnata da un grave trauma. L’aspetto interessante dell’opera consiste proprio nel modo abilissimo in cui Moravia tratteggia lo sviluppo della personalità di Marcello in tre momenti-chiave della sua vita, facendone quasi un caso esemplare per psicologi, sociologi e pedagogisti.
Nel primo momento siamo nel 1920 e Marcello ha 13 anni (ma è interessante il fatto che in una prima stesura, attestata da un racconto a parte con lo stesso personaggio pubblicato sulla rivista “Comunità” all’inizio del 1951, Moravia collocasse questa fase nel 1922 e facesse vedere a Marcello la Marcia su Roma, cui prendeva parte anche suo padre). Questo periodo della sua vita culmina con il tentativo di violenza sessuale ad opera di un pedofilo, un prete spretato, che lo adesca abilmente. Marcello gli spara e per gran parte della sua vita crederà di averlo ucciso.
La parte più ampia del racconto è collocata nel 1937. Marcello, che è diventato un fascista proprio per dare un ordine conformista ai propri istinti sadici e per mettere così a tacere il proprio rimorso, è ora uno zelante funzionario dei servizi segreti. I suoi superiori al Ministero dell’Interno lo incaricano di riprendere a Parigi i contatti con il suo ex professore Edmondo Quadri, un prestigioso intellettuale antifascista, per assassinarlo. Marcello ne approfitta per fare proprio a Parigi il suo viaggio di nozze con la moglie Giulia, una ragazza del popolo che si rivelerà molto meno ingenua di quanto lasci intendere al fidanzato. La fredda esecuzione del compito è giustificata sulla base dell’ordine di senso che il regime conferisce ai suoi istinti violenti e alla sua indole di miserabile traditore della fiducia di un uomo.
La terza fase è collocata nei giorni del 1943 che videro la caduta del fascismo. Marcello scopre che il regime era di cartapesta e che gli incompetenti e volgari cialtroni su cui si reggeva non potranno nemmeno trovare una giustificazione nell’ordine di valori superiore che esso prometteva con la sua retorica vuota e pomposa. Lo stesso pedofilo è ancora vivo e la storia sta prendendo una direzione diversa. La sua sconfitta è totale e la punizione per la sua vita fasulla e vigliacca non può che piovere dal cielo, con un simbolismo biblico onnipresente nel romanzo (Marcello è stato consapevolmente sia un Caino che un Giuda).

Se si elegge democraticamente un presidente filonazista
Il romanzo di Philip Roth esplora le possibili conseguenze di un fatto possibile ma mai avvenuto nella realtà. Cosa sarebbe accaduto se alle elezioni presidenziali americane del 1940 Roosevelt si fosse scontrato non con Wendel L. Willkie ma con Charles A. Lindbergh e avesse perso? Lindbergh, l’eroe dell’aria che a bordo del suo monoplano leggero “Spirit of Saint Luis” compì la prima traversata senza scalo dell’Oceano Atlantico da New York a Parigi nel maggio del 1927, era un monumento nazionale, nonché un antisemita con simpatie naziste. Roth immagina la sua vittoria alle elezioni del 1940 dopo una campagna elettorale in cui prometteva di non portare l’America in guerra, come invece volevano fare Roosevelt e gli ebrei americani. Cosa succede a quel punto? Ecco l’ucronia fantapolitica. Con implacabile lucidità analitica, Roth descrive i mutamenti “molecolari” (avrebbe detto Gramsci) che avvengono nella società americana, e in particolare nella vita quotidiana degli ebrei di Newark, New Jersey, tra cui i membri della sua stessa famiglia. La prima cosa che fa il neopresidente Lindbergh è stringere accordi con Hitler e Hirohito in cui si impegna a non intervenire nella guerra in Europa e in Asia e a non fornire rifornimenti e armi ai loro nemici. Incoraggiati dal nuovo clima politico sovranista e isolazionista, i gruppi di estrema destra americani cominciano a mostrare i loro rancori antisemiti, rendendo sempre più difficile la vita degli ebrei americani. Addirittura Lindbergh, in nome del pacifismo, era riuscito ad avere l’appoggio dell’influente rabbino Bengelsdorf, il quale, legato alla famiglia Roth, porta scompiglio in essa creando gravi divisioni al suo interno. Le cose per gli ebrei si mettono sempre peggio e alla fine, dopo una serie di sviluppi drammatici e una nuova deviazione che riporta la Storia nel suo binario reale, si scopre il “complotto”: Lindbergh probabilmente era un burattino di Hitler, che aveva fatto rapire suo figlio e sotto ricatto lo aveva spinto a conquistare la Casa Bianca al fine di trasformare l’America in un’alleata innocua della Germania.
Come si può vedere, questo romanzo di quattordici anni fa sembra profetizzare in maniera inquietante certe dinamiche geopolitiche che si sono messe in moto con l’elezione di Donald Trump, nonché certi riposizionamenti nella rete delle alleanze di alcuni paesi europei, tra cui Italia.

Le fake news come arma politica e militare
Il romanzo di Baldacci è un bel thriller d’azione pura, che tuttavia propone anche una riflessione matura sul modo in cui certi centri di potere possono manipolare e orientare come vogliono gli umori dell’opinione pubblica, sfruttando proprio la tendenza delle persone a indignarsi facilmente e a convincersi di fare la cosa giusta diffondendo senza troppe verifiche notizie su fatti atroci. Per un magnate dell’industria bellica una frenetica corsa planetaria agli armamenti è come manna dal cielo, e allora perché non crearla cinicamente ad arte?
Ecco allora che Nicolas Creel si rivolge a un esperto di “perception management” affinché crei fake news credibilissime da far circolare soprattutto in rete. Esse devono far credere all’opinione pubblica mondiale che la Russia sia governata da un regime disumano e minaccioso che tortura e uccide gli oppositori. A tal fine viene inizialmente realizzato un video in cui un finto russo che sembra ridotto in fin di vita denuncia al mondo le violenze subite nel proprio paese. Il video viene abilmente diffuso in rete e la macchina narrativa prende il via. A contrastare questo folle piano c’è il solito eroe solitario, Shaw, ben addestrato militarmente, che compie missioni pericolose in giro per il mondo per conto di un’agenzia di intelligence. C’è anche la donna che egli intende sposare, Anna, per iniziare una nuova vita, ma le cose andranno in un altro modo.
Quello che questo romanzo ci insegna è che gli esperti di manipolazione della percezione possono giocare con la naturale reattività emotiva delle persone in modo così cinico da far leva persino sui sentimenti morali più elementari. Si pensi, solo per fare un esempio, alle foto di bambini morti in talune guerre in corso che ciclicamente invadono i social network e alla solerzia con la quale molte persone in buona fede ne favoriscono la circolazione virale. Quello che immancabilmente si nota è che tali foto suggeriscono troppo in fretta i responsabili del crimine, e quindi il sospetto lecito è che esse servano a preparare il terreno “emotivo” per l’accettazione a livello di opinione pubblica di certe azioni militari nei loro confronti, salvo poi scoprire, magari quando è ormai troppo tardi, che le cose stavano diversamente.

L’inferno della vita trasparente
Il romanzo di Eggers sembra la versione narrativa di un possibile episodio di “Black Mirror”, la fortunata serie televisiva inglese sui rischi delle nuove tecnologie nata due anni prima l’uscita de “Il Cerchio”. Il titolo fa riferimento alla potentissima azienda americana di gestione delle informazioni web (qualcosa di simile a Google, per intenderci) nella quale viene assunta la protagonista, Mae Holland. La giovane donna è così entusiasta del suo nuovo lavoro che non non tarda a sposare in pieno la filosofia che ispira l’azienda. Il sogno di quest’ultima, infatti, non è solo quello di connettere tutti in una sorta di social network globale e definitivo, ma è anche quello di diffondere l’idea che l’assoluta trasparenza, cioè la conduzione di una vita ripresa e condivisa in quasi ogni suo aspetto, sia la via migliore per migliorare l’umanità. Se tutto è pubblico, si pensa, nessuno commetterà reati e tutti avranno interesse a mostrare il lato migliore di sé. Il mondo, così, sarà trasformato in un paradiso terrestre in cui tutti saranno visibili a tutti in un social network perenne e totale.
È inevitabile, però, che i risvolti negativi di un simile sogno totalitario in buona fede comincino ad emergere subito, e almeno due eventi terribili mettono a dura prova l’ambiziosa Mae. Cosa accade se qualcuno, come il suo ex fidanzato, decide di sottrarsi al gioco della trasparenza? Nella migliore delle ipotesi, costui verrà visto con sospetto e verrà emarginato, ma l’entusiasmo di Mae avrà sulla sua vita un effetto molto più devastante. La migliore amica e collega di Mae, addirittura, sarà vittima di un crollo psicologico (e “social”) in seguito alla scoperta e alla pubblicazione di informazioni infamanti sui suoi avi inglesi.
È ben vero che non siamo ancora al punto descritto in questo romanzo, ma lo stress indotto dal rischio incombente che la nostra reputazione e la nostra stessa sicurezza possano essere compromesse da informazioni su di noi immesse nella rete a nostra insaputa coinvolge ormai tutti e diverse vite sono già state distrutte da questo meccanismo infernale che è il lato oscuro delle innumerevoli opportunità positive offerte da internet.

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