L’accusa di disastro ambientale, consulenti difese: “Nessuna correlazione, approccio ideologico”

 
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Gela. Nessuna correlazione tra le attività nell’area dei serbatoi del sito industriale Eni e le soglie di contaminazione della falda sottostante, messe in dubbio. I consulenti di parte chiamati a rendere testimonianza nel corso del dibattimento per il presunto disastro ambientale innominato, legato alla produzione delle aziende di Eni sul territorio, hanno nettamente escluso un collegamento parlando solo di “concentrazioni di idrocarburi storiche” dovute ad un periodo nel quale non erano ancora in vigore normative in materia. La barriera idraulica, è stato riferito, avrebbe assicurato la tenuta necessaria. Una ricostruzione del tutto difforme da quella della procura, che invece ipotizza una vasta contaminazione protrattasi nel tempo. I consulenti della difesa si sono spinti fino a parlare di “approccio ideologico” e di “dati inventati” riferendosi alle conclusioni prodotte dagli esperti indicati dai pm e che fornirono una delle basi per avanzare le accuse ai manager delle società del gruppo Eni che negli anni operarono sul territorio. Lo scorso anno, la procura intervenne sul capo di imputazione iniziale, circoscrivendo l’ipotesi di disastro ambientale fino all’ottobre del 2015. Con la riconversione del ciclo produttivo, la multinazionale ha sviluppato il target sulla produzione di carburanti sostenibili e sul gas, abbandonando il ciclo tradizionale degli idrocarburi che per decenni ha caratterizzato il sito locale. Per la procura, in aula con il pm Gaetano Scuderi, ci sarebbe stata una compromissione tale da incidere sulla salute della collettività ma anche su comparti come quello agricolo e non solo. Il ricercatore del Cnr Fabrizio Bianchi confermò, sempre in aula, le percentuali sopra la media per alcuni tipi di malformazione.

“L’area di Gela risultò molto inquinata – disse sentito in istruttoria – possono esserci delle concause rispetto alla sola presenza industriale ma fino ad oggi, nonostante non sia stato possibile arrivare ad un vero e proprio nesso di causalità, nessuno ha mai individuato cause alternative”. Ritornò sui risultati degli studi “Sentieri”, “Sepias” e “Sebiomag”. I consulenti delle difese hanno insistito sul fatto che eventuali superamenti delle soglie di Csc non sono necessariamente indicatori di contaminazione certe ma solo di “potenziali contaminazioni”. Sono a processo Giuseppe Ricci, Battista Grosso, Bernardo Casa, Pietro Caciuffo, Pietro Guarneri, Paolo Giraudi, Lorenzo Fiorillo, Antonino Galletta, Renato Maroli, Massimo Barbieri, Luca Pardo, Alfredo Barbaro, Settimio Guarrata, Michele Viglianisi, Rosario Orlando, Salvatore Losardo, Arturo Anania, Massimo Pessina, Enzo La Ferrera, Marcello Tarantino, Gaetano Golisano ed Emanuele Caiola. Sono parti civili il Comune (con l’avvocato Dionisio Nastasi), il Ministero dell’ambiente e la Regione (con l’avvocato dello Stato Giuseppe Laspina), le associazioni “Aria Nuova” e “Amici della Terra-Gela” (rappresentate dai legali Salvo Macri e Joseph Donegani), molti cittadini e proprietari terrieri che avrebbero subito danni alla salute e alle loro stesse attività, spesso a ridosso dei siti Eni. Sono assistiti dagli avvocati Nicoletta Cauchi, Raffaela Nastasi, Claudio Cricchio, Tommaso Vespo, Enrico Aliotta, Emanuele Maganuco, Giovanna Cassarà e Laura Cannizzaro.

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