Le condanne per l’amianto nella vasca 4, difese Eni hanno impugnato: fissato giudizio appello

 
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Gela. E’ stata fissata per fine gennaio l’udienza di appello, successiva alle condanne emesse in primo grado al termine del dibattimento sui presunti illeciti nella gestione della vasca 4 di raffineria. Secondo le accuse, venne trasformata in una discarica di rifiuti pericolosi, soprattutto amianto. Lo scorso giugno, sono arrivate tre condanne, pronunciate dal giudice Miriam D’Amore nei confronti dell’ex amministratore di raffineria Bernardo Casa e dei responsabili tecnici Biagio Genna e Arturo Anania. Quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, perché ritenuti colpevoli di inosservanza delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione. Sono cadute le contestazioni più pesanti, che avevano indotto il pm Mario Calabrese a chiedere condanne, per tutti gli imputati, con pene comprese tra i due e i tre anni di reclusione. L’assoluzione è stata pronunciata per Rosario Orlando e Aurelio Faraci, oltre che per altri capi di imputazione che venivano contestati sempre a Casa, Genna e Anania. I verdetti di condanna sono stati impugnati dai difensori, che hanno provveduto a depositare i ricorsi. A fine mese, si tornerà in aula, questa volta dai giudici della Corte d’appello di Caltanissetta. Le associazioni “Aria Nuova” e “Amici della Terra-Gela”, l’Ona, il Comune di Gela e l’ex operatore addetto alla vasca Vincenzo D’Agostino, sono parti civili nel procedimento (con gli avvocati Davide Ancona, Joseph Donegani, Flavio Sinatra, Salvo Macrì, Giuseppe Laspina, Ezio Bonanni e Giovanni Avila). Nel dispositivo finale, il giudice gli ha riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni. Ora, saranno i magistrati di secondo grado a valutare i fatti, emersi dopo l’avvio di un’inchiesta, coordinata dai pm della procura ed eseguita dai militari della capitaneria di porto. In base alle risultanze, manager e tecnici del cane a sei zampe avrebbero saputo che quella vasca era usata come discarica di amianto, senza fare nulla per evitare che le polveri killer si disperdessero in atmosfera, compromettendo la salute degli operai, presenti nello stabilimento di contrada Piana del Signore.

Coperture logore, big bag non efficienti e solo dopo anni vennero apposti regolari cartelli di avviso sulla presenza di amianto. Per il pubblico ministero che ha sostenuto l’accusa in primo grado, si trattò di un vero e proprio “deposito incontrollato” di rifiuti altamente pericolosi. Il magistrato ha citato le risultanze delle perizie tecniche, sottolineando come l’amianto stoccato in quella vasca fosse friabile, ancora più pericoloso a causa dei forti venti che si abbattono sulla zona. Gli imputati sarebbero stati “consapevoli”. I legali di difesa, gli avvocati Gualtiero Cataldo e Grazia Volo (che hanno impugnato le condanne), hanno invece ribadito l’assoluta regolarità delle procedure messe in atto. Sarebbero state rispettate le autorizzazioni rilasciate per lo smaltimento dei rifiuti in una vasca, comunque classificata come discarica. Hanno spiegato che il management aziendale fu costretto a fare i conti con i ritardi nel rilascio di atti autorizzativi e rinnovi da parte delle autorità competenti. Vincenzo D’Agostino (parte civile nel giudizio), per anni è stato addetto alla vasca e avrebbe subito tutte le conseguenze dannose di fumi ed emissioni. Anche in aula, ha spiegato di aver richiesto ai superiori interventi di messa in sicurezza, che secondo le accuse non sarebbero mai stati autorizzati.

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