Guerre e sangue per avere l’Italia, Mazzini profeta di Maometto?

 
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Gela. Abbiamo accennato alla conoscenza di alcuni uomini del risorgimento Italiano e abbiamo avuto occasione di chiarire la verità storica di Giuseppe Garibaldi, del conte Camillo Benso di Cavour, di Vittorio Emanuele II (il re galantuomo che asseriva: “non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si eleva verso di noi) che fu acclamato “Padre della Patria” trascurando il grido straziante dei meridionali che subivano i massacri più tremendi della storia dell’ottocento e del novecento.
Tralasciamo le dispute sulla nascita del re, non molto chiare. Il re era impegnato con l’amante Laura Bon dalla quale ebbe una figlia, e non poteva controllare la moglie Maria Adelaide d’Austria, sua cugina, che sposa nel 1842 e che lo tradiva con il grande poeta risorgimentale Giosuè Carducci, che col suo sonetto “Pianto antico” commuoveva tutta l’Italia, compreso il re.
Lo stesso Giovanni Pascoli con “La cavallina storna” aveva fatto “piangere” anche l’Italia del sud. Non accenniamo ai rapporti con il generale Radetzky e nemmeno alle sconfitte subite dalle guerre con gli Austriaci, per non annoiare nessuno, ma desideriamo parlare di altri uomini del Risorgimento Italiano. Tra tutti Giuseppe Mazzini che nasce a Genova il 22/6/1806, definito patriota, politico, filosofo e giornalista Italiano.
Finiti gli studi entra a far parte della carboneria, poi fuggito in Francia, dà vita alla “Giovane Italia” nel 1831e successivamente fonda la “Giovane Germania”, la “Giovane Polonia” e la “Giovane Europa”. Per i moti a Genova del 1857, viene condannato a morte e subisce un’altra condanna a morte a Parigi per complicità all’attentato contro Luigi Napoleone.
Nel 1866 è candidato per il Parlamento di Firenze, (la capitale nel 1865 si era trasferita da Torino a Firenze) ma non ha potuto fare campagna elettorale per le due condanne a morte di Genova e Parigi. La sua elezione a candidato al Parlamento di Firenze,viene annullata per 2 volte, ma la terza, il Mazzini rifiuta l’incarico perché non vuole giurare fedeltà allo statuto Albertini.
Nel 1868 si trasferisce a Lugano e rientra a Pisa il 17 febbraio 1872 con il falso nome di Giorgio Brawn e il 10 marzo 1872 muore a Pisa.
La biografia non ufficiale lo definisce profeta di Maometto e del socialismo, per le efferatezze si lascia dietro gli Attila e i Genserichi, gridando civiltà e progresso.
In una nota del de’Sivo, viene ricordata la lettera scritta agli aderenti alla sua organizzazione nell’ottobre del 1846 che così recitava: “Il cammino del genere umano è sempre tracciato da ruine, chi teme le ruine non comprende la vita. L’Italia oggi deve uscire dalla sua prigione, rompere i legami dei papi e degl’imperatori, e purchè si compiano suoi destini corran pure fiumi di sangue, le città si rovesciano l’une sulle altre, e battaglie ed incendi, incendi e battaglie succedano. Non importa!!! Se l’Italia non deve essere nostra, val meglio preparare la distruzione, e tale che ogni disfatta sia catastrofe finale. Però esercitiamo popoli e soldati a seguire questo disegno, che nessuna città si lasci ritta al vincitore, e ch’esso trovi morte ad ogni passo. In tal guerra non si ceda, si distrugga. Sarà terribile, tutta la vita d’un popolo non sarà che un’opera di rivoluzione, combattiamo dunque e sterminiamo”.
Queste le parole del grande uomo del risorgimento Italiano che la storiografia tosco padana ci ha tramandato e che noi umili servitori, abbiamo studiato nei testi scolastici ufficiali.
In quest’ultimi 160 anni di progresso e di democrazia, i nostri padroni hanno voluto farci credere che per governare è necessario che i candidati siano almeno condannati a due ergastoli, altrimenti non possono raggiungere alti livelli nella direzione dello stato Italiano. E qui potremmo riempire pagine e pagine per elencare tutti gli uomini che hanno ricoperto cariche istituzionali a partire da Depretis per finire a Mattarella (uno alla Presidenza del Consiglio, l’altro alla Presidenza della Repubblica). La Carboneria prima e successivamente la Giovane Italia, erano sette formate da giovani facinorosi e pericolosi che combattevano contro tutto e tutti. Erano guelfi e patteggiavano con i ghibellini, si dichiaravano per la repubblica e aiutavano i re, lo stesso Mazzini, affermava che “ la democrazia costituzionali è il governo più immorale del mondo. Attilio ed Emilio Bandiera, (altri uomini del risorgimento) figli di un Ammiraglio Veneto al servizio dell’Austria, alfieri sulla fregata Bellona, prima volevano impadronirsi della fregata per raggiungere Messina per sollecitare la rivoluzione, ma i congiurati non parteciparono e allora Attilio fuggì a Siro ed Emilio a Corfù . I fuggiaschi si riunirono a Corfù con il loro compagno Moro e quì radunarono molti profughi Italiani, di Milano, di Calabria e tanti altri posti.

Al mattino del 18 giugno 1844, furono circondati da guardie urbane e d’onore, da paesani raccolti dal giudice di San Giovanni in Fiore e arrestati. Due giorni dopo la cattura, Attilio scriveva al re che desiderava avere l’Italia unita e repubblicana con lui re: Ferdinando Il, che in altre occasioni aveva graziato molti rivoluzionari appartenenti alla setta dei carbonari o della Giovane Italia, per non aprire contenziosi con l’Austria, che aveva chiesto l’estradizione, la mattina del 25 luglio 1844 a Cosenza furono fatti fucilare dal re. Gli altri ebbero commutata la pena a sanzioni memo grave. Tutti questi grandi del risorgimento Italiano, che si sono prodigati per salvare il Regno delle Due Sicilie dalla tirannia Borbonica, continuano ad essere osannati da noi mercenari meridionali, perché li troviamo in ogni angolo dei nostri centri abitati per non dimenticare i massacri fatti al popolo duo Siciliano. Sempre sacrifici (perché l’altruismo dei popoli del nord è grande) fatti per i nostri interessi. Il Gioberti che abbandonò l’abito religioso, cantò la Palinodia (teoria che mette in risalto il comportamento negativo e contraddittorio di questi salvatori). Tutti questi uomini che si sono prodigati per salvare noi meridionali dai Borboni fin dai moti rivoluzionari e il popolo tosco padano, sempre per combattere i Borboni, e i partigiani, con gli Inglesi, i Francesi, i Marocchini per combattere e salvarci dalla tirannia fascista, diciamo involontariamente, hanno provocato stupri, uccisioni, carceri con relativa cancellazione della nostra storia, della nostra dignità di popolo indipendente. Noi, forse, avremmo sicuramente preferito che si facessero i cavoli propri per lasciarci liberi al nostro destino di popolo Duo Siciliano, tanto martoriato da questi santi salvatori. Oggi il disastro è stato fatto e non abbiamo nessuna intenzione di ripiombare nell’oscurantismo post Napoleonico, ma desideriamo soltanto che i meridionali prendano coscienza della loro dignità storica e cancellino dalle vie delle nostre città i nomi dei falsi poeti, scrittori, politici ipocriti che hanno contribuito a mantenerci schiavi o colonizzati da un settentrione non ancora stanco dei soprusi inferti al meridione e oggi più spavaldo di prima continua a presentarci primati in tutti i campi dello scibile umano, per dimostrare la sua superiorità di razza. Andiamo su internet e cerchiamo il significato del termine razzista!

1 commento

  1. Ringrazio Maganuco per aver finalmente chiarito che ce l’ha con tutti coloro che, invece di farsi “i cavoli propri”, hanno voluto “combattere e salvarci dalla tirannia fascista”.
    Quanto a Mazzini, era nato il 22 giugno 1805 e non 1806; fu condannato a morte due volte dai tribunali piemontesi, la prima il 26 ottobre 1833, la seconda il 23 marzo 1858. Il collegio elettorale che lo elesse al parlamento nazionale nel 1866 fu quello di Messina.
    La povera Maria Adelaide d’Austria morì nel 1855 e non potè dunque, per ovvie ragioni, essere l’amante del Carducci. Maganuco la confonde con Margherita di Savoia, che sposò il figlio di Vittorio Emanuele, il futuro Umberto I e che ebbe in effetti un intenso rapporto, del quale non è ben chiara l’esatta natura, con il Carducci. Oltre a “riscrivere” la storia, riscriviamo anche i pettegolezzi?
    P.S. De Sivo, pur accecato dal suo odio per Mazzini ma in ogni modo sommariamente informato circa la religione islamica, lo definì non “profeta di Maometto (!) e del socialismo” bensì “Maometto del socialismo”. Chi l’avesse detto che mi sarebbe toccato difendere don Giacinto!

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