Rileggendo il “Gattopardo” – di Francesco Salinitro

 
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Gela.  Alcune frasi ne “il Gattopardo” si sono cristallizzate in tenaci luoghi comuni difficili da demolire soprattutto quelli che tendono ad identificare il carattere del Principe di Salina con quello dei siciliani.

Il punto è che molti siciliani si sono convinti che quello dei gattopardi descritto dal Principe sia il loro carattere, ma sbagliano, soprattutto sbagliano a compiacersene. Quel Principe non rappresenta la Sicilia, né tanto meno i siciliani. Quelle parole descrivono il carattere della nobiltà siciliana di metà ottocento nel momento conclusivo della propria esistenza. Quelle parole definiscono quel ceto nel momento in cui sta rinunciando (definitivamente) ad un qualsivoglia ruolo nella nuova Nazione. Ben altri spiriti aveva conosciuto la Sicilia in quegli stessi anni, spiriti assenti nello splendido romanzo di Tomasi di Lampedusa, lui stesso figlio di quella nobiltà morente.

Uomini generosi e di grandi ideali realizzarono tra il 1848 e il 1849, la breve vita di un Regno indipendente di Sicilia, uomini che, primi in Europa, si resero protagonisti di rivolte e rivoluzioni che si succedettero a cadenze ravvicinate sino a liberare la Sicilia dal gioco borbonico. Molti di loro aspiravano ad un’Italia confederata, un’idea di Nazione che Cavour e il Re sabaudo troncarono con un colpo di mano per imporre l’Unità politica, centralista e le leggi piemontesi all’intera Nazione, leggi che si rivelarono devastanti per le regioni meridionali e per la Sicilia in particolare.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” affermava cinicamente il Principe di Salina, ma quelle parole esprimevano nel modo più emblematico i pensieri e lo stato d’animo di un gruppo sociale morente, incapace di comprendere il presente e di progettare il futuro. Un ceto sociale che sperava di cambiare tutto al solo scopo di non cambiare nulla, nella speranza di perpetuare il proprio potere.

Noi siciliani perciò non siamo i Gattopardi come solennemente recita il Principecon riferimento alla sua discendenza, anche se un appuntopossono farlo i siciliani a quel ceto sociale: l’aver rinunciato ad un ruolo politico illuminato nel nuovo corso unitario ha fatto morire il meglio di se sottraendolo alla nuova Sicilia. La perdita progressiva d’identità e di indipendenza cui aspiravano i siciliani, lo sdradicamento sociale conseguente alla grande emigrazione che si dispiegò inarrestabile da li a poco, la crescita dell’ascarismo politico, l’allargarsi inesorabile del sottosviluppo, la nascita e lo sviluppo virulento della mafia, il proliferare dei politicanti accattoni come i Sedara, sono la conseguenza più eclatante di quella rinuncia.

Cambiare tutto perché nulla cambi non è quindi la caratteristica congenita del popolo siciliano (e ora si vuole anche del popolo italiano), ma della universalità dell’uomo di potere in ogni epoca e in ogni continente nella condizione della sconfitta accompagnata dalla rassegnazione e dalla incapacità di reagire.

Oggi, come allora, dobbiamo decidere se vogliamo stare dentro gli avvenimenti per dare un volto nuovo alla Sicilia o se vogliamo starcene in disparte ad osservare la depredazione senza fine degli avvoltoi di turno. In fondo, ciascuno di noi è il Maestro che sceglie e c’è da chiedersi se vogliamo avere come Maestro il Principe con il suo gattopardismo rinunciatario o gli spiriti che seppero cacciare i Borboni dalla Sicilia per costruire una nuova patria e di coloro che nel 1946 seppero darci lo Statuto speciale a costo della propria vita. La questione della Sicilia è sempre la stessa, con la differenza che oggi i Principi non ci sono più, mentre i Sedara si sono moltiplicati.

Auspico perciò un Movimento autenticamente autonomista, che possa costituire il nucleo virtuoso d’idee, di giovani, di donne e di uomini, per una Sicilia della quale andare orgogliosi non più e soltanto per la sua Storia, ma per ciò che saprà compiere oggi, domani, giorno dopo giorno, per farle riprendere il mare aperto.

Ciò sarà possibile se avrà a cuore i territori, se saprà comprendere il Genius che pervade ogni anfratto della nostra Regione e quanto più profondamente saprà essere rispettoso degli individui, dell’ambiente, del paesaggio, di ogni pietra che compone l’identità più profonda che custodiscono. Ciò Sarà possibile quanto più saprà essere capace di considerare le tante storie di ogni piccolo angolo di Sicilia come pezzi della sua grande Storia, che è anche Storia d’Italia e d’Europa.

La Sicilia possiede già uno strumento guida per la sua azione, è lo STATUTO SPECIALE che è parte integrante della Costituzione, Statuto Speciale che fin dalla sua emanazione lo Stato italiano ha teso con ogni mezzo a disapplicare. Ciò è stato possibile perché i siciliani non sono mai riusciti a costruire un movimento di opinione e politico a sua difesa. Non così è stato per le altre regioni autonome di Sardegna, del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e del Friuli Venezia Giulia. Regioni che hanno saputo (e potuto) costruire movimenti a difesa delle rispettive prerogative statutarie. Persino regioni non autonome hanno visto nascere partiti a difesa dei propri territori, dal Piemonte alla Lombardia, al Veneto. Così è accaduto per diverse aree dei paesi esteri in Europa e fuori di essa.

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