Vittorio Sgarbi, l’uomo più vicino a Dio

 
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In questo mio intervento, mi atterrò soprattutto alla sua attività di critico d’arte, termine piuttosto riduttivo che non fa giustizia di ciò che il nostro ha sinora fatto. Solo una volta ho incrociato Vittorio nella chiesetta di San Biagio di Gela, in occasione di una mostra del pittore gelese Giovanni Iudice.

Vittorio non poteva sapere che ero la stessa persona che si era complimentata con lui per aver partecipato ai funerali di Gesualdo Bufalino, mentre la politica e la cultura ufficiale erano state vergognosamente assenti. Di quello scambio epistolare mantengo ancora traccia.  Io sono tra quelli che sostengono che vera opera di Dio non sia l’intelligenza quanto la bellezza, espressa nelle infinite forme di cui è piena la natura.

Ebbene, Vittorio è stato scelto da Dio per rappresentare, difendere e divulgare anche la bellezza che nei secoli gli uomini di genio hanno aggiunto a quella di Dio, da cui ha ricevuto in dono anche la grazia e la potenza della parola. Se dovessi dire quale intellettuale (meglio sarebbe dire uomo colto) merita veramente tale titolo, non esisterei a dire che è Vittorio Sgarbi. Non perché, volendoci limitare al campo dell’arte, manchino altre eccellenze (penso ad Antonio Paolucci, Philippe Daverio, Stefano Zecchi, Claudio Strinati, solo per citarne alcuni – a ciascuno dei quali devo peraltro qualcosa) ma perché, a differenza anche di tanti altri osannati personaggi (filosofi, letterati ecc) che blaterano, pontificano e provano orgasmi intellettuali nel chiuso di una confortevole stanza, è quello che si è sistematicamente esposto ad ogni rischio e fatica. Penso alla mille battaglie di civiltà che ha dovuto e voluto sostenere per denunciare e, quando gli è stato possibile, fermare l’avanzata degli enormi fiumi di volgare asfalto e di opprimente cemento, o la velenosa proliferazione di spettrali pale eoliche che continuano a deturpare e violentare la bellezza di luoghi non di rado incantevoli e persino dalla celebrata sacralità. Dicevamo dei tanti altri intellettuali. Meglio sarebbe tacere!

Intellettuali spesso bene integrati nel sistema, da cui continuano a ricevere le più svariate e laute gratificazioni. Vittorio corre da un capo all’altro del Paese per fermare spesso la mano sacrilega di architetti e politici che amano più la distruzione che il mantenimento, la conservazione e la valorizzazione di testimonianze di un passato che non ha bisogno se non della mano amica dell’uomo consapevole per potersi eternare nel tempo. Le orde barbariche del ventunesimo secolo pare che ancora non siano del tutto soddisfatti nell’aver già arrecato sfregi ai volti di tante città, orde spesso capitanate proprio da chi avrebbe invece dovuto potenziarne il fascino, la bellezza e la vivibilità. E tutto questo perché la modernità, nell’assecondare l’ingordigia di un drago chiamato business, esige le sue vittime. Vittorio mi ha sempre dato l’impressione di non aver tempo per fare qualcosa di diverso dal portare avanti la missione che da decenni ha intrapreso.

Egli è sempre in prima fila nel tentare di risvegliare nelle anime sopite la consapevolezza dell’orrore che così diffuso è nel mondo. Per questo egli ribalta l’assunto dostoevskiano che la bellezza salverà il mondo, frase peraltro estrapolata da un contesto che ne mette in evidenza anche lo scetticismo: «Il momento è talmente tragico che è arrivato il tempo di fare il contrario. Il mondo deve salvare la bellezza, non può ignorarla e non può lasciarsi travolgere dall’orrore». E il pensiero corre a Palmira in cui mani criminali hanno portato a termine la distruzione dei notissimi e meravigliosi resti romani di cui era tutrice e testimone. Ed egli propone che sia l’ONU a prodigarsi, qualora se ne intraveda il pericolo, di salvaguardare con ogni mezzo le più importanti testimonianze del passato, perché «l’antichità serve a vivere oggi e che l’arma segreta che abbiamo è la civiltà, la cultura, la bellezza». Per i meriti, la competenza, il sacrificio a cui si è votato per la difesa della bellezza, Vittorio dovrebbe essere considerato patrimonio nazionale.

Ogni volta che Vittorio commenta un’opera d’arte, sembra che ne accresca la magia e ne arricchisca e delinei meglio il significato, quando in qualche caso addirittura non la reinterpreti, persino quando non abbiamo davanti a noi l’immagine in questione. Ed egli davvero ci ha anche fatto sperimentare che «non c’è niente di più appassionante che far vedere con le parole». Tutte le opere d’arte sono cose vive, ma con Vittorio paiono anche ora muoversi, ora ingigantirsi per occupare interamente lo spazio in cui sono allocate; e le sue parole, mentre esaltano le forme e veicolano i significati delle immagini, dilagano e portano luce persino negli anfratti dell’anima di chi ascolta. Per questo, e vista la cronica indifferenza dello Stato per ciò che di più prezioso disponiamo, tutte le sue lezioni sull’arte dovrebbero essere divulgate in ogni scuola del Paese; ne verrebbe certamente fuori una generazione di ragazzi dalla sensibilità etico-artistica, quindi del bello, più affinata, ma soprattutto lontana dall’essere facilmente irretita dal fascino del male. Una bella lezione d’arte produce effetti salutari sull’anima più di quanto possano fare mille moralisti coi loro sermoni non di rado insulsi.

D’altronde, che cosa porta bellezza agli occhi e al cuore più dell’arte? Persino il semplice fissare lo sguardo su un’opera d’arte in una pagina di libro può cambiare il colore della  giornata di una persona. Si realizzerebbe così l’ideale, come vorrebbe Mark Twain, di dare ad ogni nostra giornata la sensazione di essere la più bella della nostra vita. Ora, sappiamo bene quanto potere possa avere la parola, ma pochi hanno la fortuna di vedere la propria parola mettere le ali e di spaziare nei luoghi sacri dell’arte e della poesia. Perché Vittorio è anche poeta, ha la sensibilità del poeta, sente la realtà come un poeta, e come un poeta, direbbe William Carlos Williams, vede gli occhi degli angeli. Nessuno più di Vittorio ci fa sentire orgogliosi di ciò che abbiamo, e nessuno più di Vittorio sa colpire il nostro inconscio di uomini e renderci consapevoli del fatto che siamo figli, eredi e custodi di una civiltà dalle fondamenta poderose. Altro pregio di Vittorio è la capacità di indignarsi e lo fa nel modo più naturale e proficuo: si abbandona all’ira. La sua ira traduce in termini immediatamente ricettivi la sua indignazione per episodi che vedono personaggi, spesso opachi o magari inconsapevoli e sprovveduti, dilaniare continuamente bellezza.

Sto parlando, ovviamente, dell’ira positiva, quella che è segno di valore (Ezra Pound), che ti induce a lavorare meglio (Martin Lutero), a renderti efficiente (Philip Roth), perché nulla di grande si ottiene senza l’ira (Tommaso d’Aquino). E quanta bellezza Vittorio ha scovato e ci ha raccontato, pena l’eterna oscurità! Vittorio è il più incisivo persuasivo produttivo esponente di quella schiera di studiosi che creano coscienza, sono perennemente impegnati ad elevare i parametri di civiltà del Paese, erigono instancabilmente barriere contro il nichilismo dei nostri tempi. Lunga vita a Vittorio! 

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